Nel corso della puntata di Otto e Mezzo andata in onda il 7 gennaio 2026, la storica Michela Ponzani ha rivolto una critica netta alla gestione della memoria storica da parte della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, soffermandosi in particolare sulle commemorazioni di Acca Larentia e sul concetto di “pacificazione nazionale” più volte richiamato dalla premier.
L’intervento si è inserito nel dibattito politico e culturale che accompagna ogni anno le celebrazioni legate agli anni di piombo e che, secondo Ponzani, rischia di produrre una lettura parziale e sbilanciata della storia repubblicana.
Il nodo della pacificazione e il problema della memoria incompleta
Secondo la storica, l’idea di pacificazione non può tradursi in una rimozione selettiva del passato. Richiamare la necessità di “pacificarsi con la storia”, ha sostenuto, dovrebbe significare ricordare l’intero quadro degli eventi che hanno segnato la Repubblica, non solo quelli che risultano coerenti con una specifica identità politica.
Ponzani ha evidenziato come il richiamo alla pacificazione, se non accompagnato da un riconoscimento equilibrato di tutte le vittime e di tutte le violenze, rischi di diventare uno strumento retorico piuttosto che un processo reale di ricomposizione civile.
Acca Larentia come commemorazione identitaria
Al centro dell’intervento vi è stata la commemorazione di Acca Larentia. La storica ha osservato come, negli anni, questo episodio sia stato caricato di un significato simbolico che va oltre il semplice ricordo di un fatto tragico, assumendo le caratteristiche di un rituale identitario legato a una specifica cultura politica.
Secondo Ponzani, il modo in cui viene costruita pubblicamente la commemorazione – con un linguaggio che richiama il martirologio e con una ritualità consolidata nel tempo – tende a trasformare quei morti in “martiri della nazione”, assimilati simbolicamente ai patrioti del Risorgimento. Un’operazione che, a suo avviso, non tiene conto del contesto ideologico in cui quelle commemorazioni nascono e vengono praticate.
Il ruolo istituzionale della presidente del Consiglio
Un passaggio centrale del ragionamento ha riguardato la distinzione tra il ruolo di leader politica e quello di capo del governo. Ponzani ha sottolineato che Giorgia Meloni, oggi, non interviene più come esponente di parte, ma come presidente del Consiglio e quindi come rappresentante dell’intera comunità nazionale.
In questo senso, la partecipazione o il sostegno simbolico a commemorazioni fortemente connotate sul piano identitario assume un significato istituzionale diverso rispetto al passato e contribuisce, secondo la storica, a legittimare una lettura parziale della memoria repubblicana.
La gerarchia delle vittime e il confronto con le stragi neofasciste
La critica si è poi allargata al tema della gerarchia del ricordo. Ponzani ha richiamato esplicitamente le stragi neofasciste che hanno colpito civili inermi, come Piazza della Loggia e la Stazione di Bologna, domandandosi perché questi eventi non ricevano una commemorazione istituzionale altrettanto solenne e ricorrente.
Il punto sollevato è quello della disparità simbolica: alcune vittime entrano stabilmente nel racconto pubblico della Repubblica, altre restano confinate a un ricordo episodico, pur avendo rappresentato attacchi diretti allo Stato democratico e alla popolazione civile.
Ottant’anni di Repubblica e il richiamo alla storia costituzionale
Nel contesto dell’ottantesimo anniversario della Repubblica, Ponzani ha ricordato come l’Italia sia una democrazia relativamente giovane, attraversata nel corso della sua storia da tentativi di destabilizzazione, eversione e violenza politica. In questo quadro, ha richiamato anche le parole del presidente Sergio Mattarella, che nel discorso di fine anno ha ricordato le fratture e le prove attraversate dallo Stato repubblicano.
Per la storica, proprio questa fragilità storica dovrebbe indurre a una gestione particolarmente attenta e inclusiva della memoria pubblica.
Il rischio di un “culto” estraneo alla tradizione repubblicana
La conclusione dell’intervento è stata netta: secondo Ponzani, il rischio è che attraverso alcune commemorazioni si tenti di far entrare nel perimetro simbolico della Repubblica un culto identitario che affonda le radici in una cultura politica post-fascista.
Non si tratta, ha precisato, di negare il dolore o la complessità degli eventi, ma di evitare che lo Stato assuma come propri simboli e rituali che non nascono da una memoria condivisa, ma da una tradizione di parte.
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In definitiva, l’intervento di Michela Ponzani mette a fuoco una questione che va oltre la singola commemorazione e oltre lo scontro politico del momento: chi decide la memoria pubblica della Repubblica e con quali criteri. La “pacificazione”, nella lettura della storica, non può diventare una scorciatoia per selezionare ciò che conviene ricordare e ciò che può restare sullo sfondo, né può tradursi in un linguaggio istituzionale che, anche implicitamente, attribuisce un rango diverso alle vittime a seconda della loro collocazione simbolica.
Proprio perché la presidente del Consiglio parla da rappresentante di tutti, ogni gesto e ogni parola sulle pagine più controverse del Novecento italiano assumono un valore che non è più solo identitario, ma costitutivo: possono contribuire a costruire una memoria inclusiva oppure a consolidare una memoria “a senso unico”. E in un anno che apre la strada agli ottant’anni della Repubblica, il punto posto da Ponzani diventa un monito: la democrazia si rafforza quando sa ricordare tutto, anche ciò che divide, senza trasformare il ricordo in bandiera. Perché una vera pacificazione non nasce dall’evitare la complessità, ma dal riconoscerla interamente, con rigore, equilibrio e responsabilità istituzionale.



















