Il giornalismo italiano perde una delle sue penne più autorevoli, riconoscibili e amate. Franco Esposito è morto il 14 aprile a 85 anni: con lui se ne va non soltanto un cronista di lunghissimo corso, ma un pezzo importante della tradizione giornalistica napoletana e sportiva del Paese. Era considerato uno dei decani della stampa partenopea, una firma capace di attraversare epoche diverse senza mai perdere credibilità, rigore e passione narrativa. Negli ultimi anni viveva a Grosseto, dove si terranno anche i funerali, ma il suo nome resterà legato soprattutto a Napoli, allo sport e a quel modo di raccontarlo fatto di memoria, competenza e stile.
La sua carriera è stata lunga più di mezzo secolo. Le ricostruzioni pubblicate in queste ore ricordano che Esposito, nato nel 1940, ha dedicato oltre 65 anni al giornalismo, lavorando per Sport Sud, Il Mattino e Il Corriere dello Sport, testate nelle quali è diventato una firma di riferimento. Per decenni ha raccontato lo sport italiano non come semplice successione di risultati, ma come racconto umano, civile, territoriale, capace di tenere insieme cronaca, caratteri, passioni e trasformazioni sociali.
A renderlo speciale, però, non era soltanto la durata della sua carriera. Franco Esposito apparteneva a quella generazione di giornalisti che costruivano la propria autorevolezza sul campo, nelle trasferte, nei palazzetti, nei bordi ring, negli stadi, nel rapporto diretto con gli atleti e con i lettori. Il Corriere del Mezzogiorno ricorda che seguì sei Olimpiadi e cinque Mondiali, oltre agli scudetti del Napoli, e che seppe raccontare discipline molto diverse con la stessa precisione, dallo sport più popolare a quello più specialistico. Non era una firma confinata a un solo recinto: era un osservatore largo, uno di quelli capaci di trasformare una cronaca sportiva in memoria condivisa.
C’era poi il suo legame fortissimo con Napoli. Esposito è stato uno dei grandi narratori del Napoli di Maradona, ma anche delle stagioni del Posillipo di pallanuoto, del pugilato campano e di molte altre storie sportive che, grazie alla sua scrittura, hanno superato il perimetro della semplice notizia. Proprio il pugilato era una delle sue grandi passioni: il Corriere lo descrive come un profondo conoscitore dei ring e dei campioni, tanto da essere ricordato con particolare affetto anche da Patrizio Oliva, che ha raccontato come fosse stato proprio Esposito a dargli il soprannome di “Lo Sparviero”.
Il suo profilo, però, non si esauriva nel giornalismo quotidiano. Franco Esposito è stato anche scrittore e saggista, autore di opere che hanno allargato il suo lavoro dalla cronaca alla memoria. Tra i libri ricordati in queste ore c’è “Quando Napoli le dava a tutti – Quei favolosi anni 60 di sport e di vita fino ai tempi di Diego Maradona”, presentato come una sorta di grande affresco della Napoli sportiva e popolare. Il Corriere cita anche “Il Cuore è analfabeta”, testo autobiografico in cui Esposito ripercorre il proprio amore per il giornalismo e per lo sport. Questo doppio registro, cronista e autore, spiega perché la sua figura venga oggi ricordata non solo come quella di un inviato di razza, ma anche come quella di una memoria narrativa del Novecento sportivo italiano.
Nelle testimonianze che stanno emergendo in queste ore torna spesso la stessa immagine: Esposito come maestro. Non solo per l’età o per la lunghezza della sua esperienza, ma per il rapporto con i colleghi più giovani e per la qualità quasi artigianale del suo mestiere. Il Corriere racconta che non negava mai un aiuto ai cronisti più giovani e che ricevere un suo complimento equivaleva a una sorta di investitura professionale. Anche per questo la sua scomparsa viene percepita come la perdita di una figura formativa, di una scuola di giornalismo incarnata prima ancora che insegnata.
Il cordoglio, non a caso, è stato immediato e molto ampio. Il presidente dell’Ordine dei giornalisti della Campania, Ottavio Lucarelli, lo ha salutato con parole che danno bene il tono del momento: “Ciao Maestro e Amico, ciao grandissimo Franco”. Il segretario dell’Odg Campania, Enzo Colimoro, lo ha ricordato come “giornalista, scrittore, enciclopedia dello sport, persona perbene”, aggiungendo che con lui se ne va un altro pezzo di una generazione straordinaria. Non sono formule di circostanza: sono parole che raccontano quanto Esposito fosse percepito non solo come un professionista autorevole, ma come una presenza umana forte e riconosciuta.
Molto significativo è anche il ricordo arrivato dall’Unione Stampa Sportiva Italiana. Il presidente Gianfranco Coppola ha descritto Franco Esposito come un giornalista che ha vissuto “dalla macchina per scrivere al computer” mantenendo un rapporto ininterrotto con il mestiere e restando sempre al servizio dei lettori. È un’immagine potente, perché riassume la capacità di Esposito di attraversare cambiamenti enormi del giornalismo — tecnologici, linguistici, generazionali — senza perdere il cuore della professione. Dalla carta delle grandi firme al tempo dell’informazione digitale, la sua autorevolezza non è mai apparsa datata.
Anche il mondo dello sport lo ha salutato con partecipazione. La Federazione Italiana Nuoto ha ricordato il suo legame con le discipline acquatiche, definendolo una storica firma del giornalismo sportivo, grande amico della federazione e uomo capace di lasciare in eredità libri, ironia, passione, insegnamenti e professionalità. Il Calcio Napoli ha espresso il proprio cordoglio per quella che ha definito una “storica firma del giornalismo italiano”. Sono messaggi che confermano quanto Esposito non fosse solo un osservatore esterno, ma una figura pienamente intrecciata con la vita dello sport italiano.
Colpisce anche il fatto che il suo nome venga associato, in tutte le ricostruzioni, a un’idea di giornalismo sobria ma incisiva. Il Corriere del Mezzogiorno insiste su un tratto preciso del suo stile: mai presuntuoso, sempre coinvolgente, con quella battuta pronta e tagliente accompagnata però da un tono pacato. È una descrizione che restituisce una cifra professionale sempre più rara: la capacità di essere autorevoli senza gridare, profondi senza appesantire, presenti senza sovraesporsi. In tempi in cui il giornalismo spesso rincorre il rumore, Esposito rappresentava invece la forza della misura.
La sua scomparsa pesa ancora di più perché riguarda un tipo di giornalista che oggi tende a diventare eccezionale: il cronista-scrittore che conosce il territorio, frequenta gli archivi della memoria, attraversa gli eventi dal vivo e restituisce tutto con una lingua riconoscibile. Era napoletano, ma non provinciale; profondamente immerso nello sport, ma mai schiacciato sulla cronaca minuta; rigoroso, ma capace di emozione. Per questo viene ricordato come una memoria storica prima ancora che come una firma. Questa è una lettura interpretativa, ma è fortemente sostenuta dalla convergenza dei ricordi pubblici di colleghi, ordini professionali e istituzioni sportive.
Leggi anche

La figuraccia interanzionale del Governo Meloni sui centri in Albania – Ecco cosa è accaduto
Il progetto dei centri per migranti in Albania, presentato dal governo Meloni come una svolta storica nella gestione dei flussi
Con Franco Esposito se ne va una figura che apparteneva a una stagione alta del giornalismo italiano, ma che era riuscita a restare viva e credibile anche nel presente. Non era soltanto il decano della stampa partenopea o una grande firma dello sport: era il simbolo di un modo di fare questo mestiere fondato su conoscenza, passione, fedeltà ai lettori e amore per le storie.
La sua morte lascia un vuoto a Napoli, nel giornalismo sportivo e in tutti quelli che hanno imparato a riconoscere una voce autorevole senza bisogno di effetti speciali. Resta la sua scrittura, restano i suoi libri, restano i ricordi di chi lo ha letto e di chi lo ha avuto accanto. E resta, soprattutto, l’idea che il giornalismo possa ancora essere questo: mestiere, memoria, stile e servizio.

















