Addio shock nel Parlamento Italiano – Ecco chi ha lasciato poco fa e che accade adesso -ULTIM’ORA

Le ultime elezioni regionali hanno aperto una nuova fase non solo nei Consigli locali, ma anche nelle aule di Camera e Senato. Il gioco delle incompatibilità tra incarichi, le scelte politiche dei singoli e i risultati del voto stanno ridisegnando, silenziosamente ma concretamente, la mappa del Parlamento. Nelle scorse ore sono arrivate le comunicazioni ufficiali alle Camere: alcuni parlamentari hanno deciso di rinunciare al seggio nazionale per dedicarsi agli incarichi regionali o locali, mentre altri hanno cambiato gruppo o sono rientrati nelle istituzioni europee.

Di seguito, in dettaglio, chi esce da Roma, chi entra e quali equilibri si stanno muovendo.

La scelta di Chiara La Porta (FdI): addio a Montecitorio, priorità alla Toscana

La decisione simbolicamente più forte riguarda Chiara La Porta, deputata di Fratelli d’Italia eletta a Montecitorio e, alle Regionali 2025, diventata consigliera regionale in Toscana. Come prevede la normativa sulle incompatibilità, la parlamentare ha dovuto scegliere tra Roma e Firenze. E ha optato per la Regione.

In aula, la comunicazione è stata data dal presidente di turno Giorgio Mulè, che ha formalizzato le dimissioni di La Porta e il conseguente subentro di Irene Gori, la prima dei non eletti nella stessa lista. Un passaggio che non è solo burocratico, ma politico: FdI perde una deputata che si è spesa molto sul territorio toscano e guadagna però una nuova figura, Gori, destinata a entrare subito nei meccanismi parlamentari.

Nel motivare la sua scelta, La Porta ha rivendicato un impegno preso in campagna elettorale:
ha spiegato di aver deciso di optare per il seggio in Consiglio regionale per dare priorità al lavoro sul territorio, in particolare su Prato, e per “contrastare un sistema di potere che ormai si è incancrenito in Regione e che ha fatto passare la Toscana da locomotiva a fanalino di coda”. Un messaggio che colloca chiaramente la sua decisione dentro un progetto politico locale, più che nazionale.

Chi entra al suo posto: Irene Gori a Montecitorio

Le dimissioni di La Porta aprono le porte del Parlamento a Irene Gori, anche lei espressione di Fratelli d’Italia. Il suo ingresso a Montecitorio avviene per subentro, il meccanismo ordinario che garantisce che ogni seggio rimanga coperto senza bisogno di nuove elezioni.

Per il partito di Giorgia Meloni il cambio ha una duplice lettura:

da un lato, conferma la strategia di radicamento locale, lasciando che figure come La Porta si concentrino sui territori dove hanno raccolto consenso;

dall’altro, consente il ricambio interno, con nuovi volti che entrano in Parlamento e possono consolidare la presenza di FdI nelle commissioni e nell’aula.

Andrea Orlando lascia Roma per la Liguria

Le dimissioni non riguardano solo la maggioranza. Tra i nomi destinati a lasciare lo scranno parlamentare c’è anche Andrea Orlando, esponente di area dem, che ha scelto di assumere il ruolo di consigliere regionale in Liguria.

Anche in questo caso, il nodo è l’incompatibilità tra incarichi: non è possibile mantenere contemporaneamente il seggio a Roma e quello nel Consiglio regionale. Orlando ha quindi deciso di spostare il baricentro della propria attività politica sulle dinamiche liguri, in un territorio che per il centrosinistra resta strategico.

Il suo addio al Parlamento comporta un nuovo subentro e contribuisce, nel complesso, a un parziale rimescolamento degli equilibri interni all’opposizione.

Emiliano Fenu e il caso Nuoro: il sindaco che lascia il Parlamento

Un’altra figura che saluta il Parlamento è Emiliano Fenu, che lascia il mandato parlamentare dopo essere stato eletto sindaco di Nuoro.

Il passaggio è reso necessario da un contesto ancora più complesso: le nuove elezioni nel capoluogo barbaricino sono state indette dopo la dichiarazione di incostituzionalità del precedente risultato elettorale. Il voto ha quindi avuto il sapore di una sorta di “secondo tempo” istituzionale, da cui Fenu è uscito vincitore.

Di fronte a una carica così direttamente legata alla guida di un territorio, il parlamentare ha optato per il ruolo di primo cittadino, lasciando libero il seggio a Roma. Anche qui scatterà il meccanismo del subentro, con un nuovo ingresso che andrà a riequilibrare la rappresentanza del suo partito in Parlamento.

Non solo dimissioni: i movimenti di gruppo, il caso Floridia

I cambiamenti non passano soltanto dalle dimissioni formali. Ci sono anche movimenti interni all’aula, che pur non alterando il numero complessivo dei parlamentari, modificano la composizione dei gruppi.

È il caso di Aurora Floridia, che ha scelto di rimanere in Parlamento ma di cambiare collocazione politica:

ha lasciato il gruppo Misto,

per aderire al gruppo delle Autonomie.


Una scelta che incide sugli equilibri interni, soprattutto in un contesto in cui i gruppi più piccoli possono diventare decisivi in alcuni passaggi parlamentari, ad esempio sui voti di fiducia o su provvedimenti particolarmente delicati. L’adesione alle Autonomie segnala anche un posizionamento politico più marcato rispetto ai temi territoriali e alle istanze dei territori periferici.

Chi perde sul territorio ma resta in Europa: Matteo Ricci e Pasquale Tridico

Il quadro post-regionali offre poi casi in cui la sconfitta a livello locale non comporta l’uscita dalle istituzioni, ma solo un riassetto dei ruoli.

Matteo Ricci, candidato dem nelle Marche, non ha superato la prova elettorale territoriale. Tuttavia, non perde la sua posizione istituzionale: torna infatti al Parlamento europeo, dove recupera il proprio seggio.

Scenario simile per Pasquale Tridico, esponente del Movimento 5 Stelle, che in Calabria ha perso la sfida contro il presidente uscente Roberto Occhiuto. Anche lui, però, mantiene il ruolo di deputato europeo.


In questi casi, il Parlamento nazionale non si modifica numericamente, ma si conferma una dinamica tipica della politica contemporanea: i leader e i candidati “spendibili” vengono impiegati su più livelli, dal territorio alle istituzioni europee, con la possibilità di rientrare in una sede anche in caso di sconfitta in un’altra.

Cosa cambia davvero in Parlamento

Alla fine di questo giro di valzer tra dimissioni, subentri, cambi di gruppo e incastri tra livelli istituzionali, la domanda è: cosa cambia davvero in Parlamento?

1. Numeri invariati, volti diversi
Il numero complessivo dei parlamentari resta lo stesso: ogni dimissione viene coperta da un subentro. Ma cambiano i profili, le storie politiche, le competenze. L’ingresso di Irene Gori al posto di La Porta, o dei sostituti di Orlando e Fenu, porta in aula persone nuove, con priorità e sensibilità che nel tempo potrebbero incidere sulle dinamiche interne delle forze politiche.


2. Maggioranza e opposizione: equilibri stabili, ma in evoluzione
Dal punto di vista aritmetico, la maggioranza di governo e le opposizioni non registrano scossoni. Tuttavia, ogni cambio di persona può tradursi in un differente approccio su singoli dossier: chi viene dal territorio tende spesso a portare in Parlamento temi molto concreti, legati a infrastrutture, sanità, lavoro locale.


3. Il segnale politico delle scelte locali
Le dimissioni per assumere incarichi regionali o da sindaco segnalano un ritorno di centralità delle istituzioni territoriali. Chiara La Porta, Andrea Orlando ed Emiliano Fenu hanno, in modi diversi, scelto di legarsi maggiormente a Regioni e Comuni. Un segnale che racconta come, in questa fase, una parte della classe politica percepisca il livello locale non come “serie B”, ma come campo decisivo del consenso e del governo.

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Una fotografia di transizione

Quella che emerge dalle ultime comunicazioni ufficiali alle Camere è una fotografia di transizione:

alcuni parlamentari scelgono di lasciare Roma per incarichi regionali o comunali;

altri restano, ma cambiano gruppo;

altri ancora, pur sconfitti sul territorio, conservano un ruolo nelle istituzioni europee.


In superficie, tutto sembra immutato: i seggi restano pieni, la maggioranza mantiene i numeri, le opposizioni continuano a svolgere il proprio ruolo. Ma nel dettaglio, nome per nome, si intravede una lenta ma costante ricomposizione della classe politica, che si muove tra Parlamento, Regioni, Comuni e Bruxelles alla ricerca di nuovi spazi, nuove legittimazioni e nuovi equilibri.

In attesa delle prossime scadenze elettorali, questo primo giro di dimissioni e rientri è il segnale che la legislatura, pur formalmente stabile, è tutt’altro che immobile.

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