Alessandro Di Battista umilia a pieno Salvini e Meloni sulle accise – Ecco l’accusa shock – Video

Una diretta social, un tono da arringa e un bersaglio preciso: la rimodulazione delle accise sui carburanti e, soprattutto, la distanza tra le parole di ieri e le scelte di oggi dei principali partiti di governo. Nel suo intervento, Alessandro Di Battista costruisce un attacco frontale alla premier Giorgia Meloni e al vicepremier Matteo Salvini, inserendo però la polemica sulle tasse dei carburanti dentro un quadro più ampio: sicurezza urbana, propaganda politica e dipendenza internazionale.

Il risultato è un discorso che alterna denuncia e provocazione, con un messaggio costante rivolto a chi vota: “Un elettore non deve trasformarsi in tifoso”.

“Situazione fuori controllo”: la cornice su sicurezza e città

Di Battista apre allargando il campo e invita a “guardare l’intorno”, spostando l’attenzione non solo sulle periferie ma anche sui centri urbani. Cita esplicitamente Torino e Milano, sostenendo che oggi sarebbero “molto più pericolosi” di Napoli e di altre città che “godono di cattiva stampa”. La tesi è netta: la situazione, per come la descrive, sarebbe “fuori controllo”.

È un passaggio che serve a impostare il tono: non un semplice commento economico sulle accise, ma una critica complessiva alla narrazione pubblica, alla politica e alla capacità di governo.

Sovranismo, propaganda e “succubanza” verso gli USA

Subito dopo, Di Battista porta il ragionamento sul piano geopolitico e attacca l’idea di sovranismo così come viene rivendicata dalla destra di governo. Secondo lui, l’“autonomia e indipendenza nelle decisioni” dell’Italia sarebbe stata “succube di Biden” e ora sarebbe “succube totalmente di Trump”, aggiungendo che, a suo giudizio, con una presidenza diversa (cita Kamala Harris) la postura sarebbe stata identica.

Da qui l’affondo: per Di Battista, il “sovranismo” sarebbe una formula vuota, “una chiacchiera”, e si inserirebbe nello stesso meccanismo comunicativo con cui definisce “propaganda” l’idea di una “superiorità etica” dell’Occidente rispetto alla Russia. È un passaggio cruciale perché prepara il tema che gli interessa davvero: la coerenza tra slogan e atti concreti.

“Ma arriviamo alle accise”: l’attacco su carburanti e tasse

Dopo la cornice generale, Di Battista stringe sul punto e annuncia di voler mostrare “due prese di posizione pubbliche” dei principali politici di governo: Meloni e Salvini. Nel taglio del discorso, le accise diventano la prova pratica di una contraddizione: si è fatto campagna elettorale su un tema percepito come sensibile (tasse sui carburanti), ma oggi — sostiene — la realtà va in direzione opposta.

Nella parte più virale della diretta, ricorre l’idea che la questione delle accise “ha avuto presa” in campagna elettorale e che “ci hanno preso i voti”, per poi arrivare alla domanda-retorica che ribalta la responsabilità anche sugli elettori: perché non vi indignate?

Salvini e la lavagna del 2018: “Voi sapete quante tasse…?”

Per rafforzare l’accusa, Di Battista richiama un episodio preciso: 1° marzo 2018, Salvini con alle spalle una lavagna con l’elenco delle principali accise introdotte nel tempo. Di Battista cita l’impostazione di quel messaggio: l’idea di mostrare visivamente quante imposte gravano su ogni litro di carburante, e la domanda rivolta al pubblico (“Voi sapete quante tasse si porta via lo Stato italiano su ogni litro di benzina?”).

Il senso del richiamo è politico: Di Battista contrappone quel Salvini — in campagna elettorale, con una comunicazione “didattica” e accusatoria verso il fisco — al Salvini di governo, sostenendo che oggi il tema verrebbe gestito diversamente, senza lo stesso livello di battaglia e senza lo stesso tono di denuncia.

Il confronto internazionale e l’impatto sugli stipendi

Dentro la critica, Di Battista inserisce anche un ragionamento sul peso reale dei carburanti rispetto ai redditi. Nel suo discorso cita confronti con Francia, Germania e Regno Unito, sostenendo che in alcuni casi i prezzi sarebbero inferiori e, soprattutto, che nel Regno Unito la media degli stipendi sarebbe più alta rispetto all’Italia: per questo, conclude, il prezzo del carburante “impatta” di più nel contesto italiano.

Il punto, nel suo schema, non è un dettaglio tecnico sulle aliquote, ma un principio: quando i salari sono più bassi, ogni aumento o rimodulazione incide maggiormente sulla vita quotidiana e sulla percezione di ingiustizia fiscale.

Meloni nel mirino: “grazie alla Meloni” e la polemica sul gasolio

Nel materiale che circola insieme alla diretta (e che fa da cornice comunicativa), compare anche un messaggio esplicito che attribuisce alla premier una responsabilità politica sul tema: l’idea che il gasolio, definito il carburante più utilizzato in Italia, sarebbe gravato da accise molto elevate. Anche qui Di Battista usa l’argomento come simbolo di incoerenza: si è parlato per anni di ridurre il peso fiscale sui carburanti, ma oggi — sostiene — si va nella direzione opposta o comunque non si realizza ciò che era stato promesso.

Il bersaglio non è solo una misura specifica: è la narrazione che, secondo lui, avrebbe creato aspettative e poi avrebbe chiesto agli elettori di restare fedeli a prescindere.

“Non potete comportarvi da tifosi”: la stoccata agli elettori

Il passaggio più politico della diretta, però, non riguarda solo i leader di governo. Di Battista insiste sul ruolo dell’elettore e mette in guardia contro l’atteggiamento da “tifoseria”. Dice di “rispettare totalmente l’elettorato” di Salvini e Meloni, ma proprio per questo chiede: perché non vi indignate? Perché accettare tutto “da sostenitori”?

E qui introduce un principio che presenta come regola generale: l’elettore, per Di Battista, dovrebbe essere il primo controllore di chi vota, non un difensore automatico. Richiama anche la sua esperienza politica passata, ricordando che pure nel suo campo venivano criticate alcune scelte, per sostenere che la critica interna non è tradimento ma responsabilità.

Una diretta costruita per colpire su coerenza e credibilità

L’intervento di Di Battista funziona come un atto d’accusa su due livelli:

1. Contro il governo, perché — nel suo racconto — avrebbe capitalizzato consenso su un tema popolare come le accise e ora gestirebbe il dossier in modo incoerente rispetto agli slogan.


2. Contro l’elettorato “militante”, perché — sempre secondo lui — accetta la contraddizione senza reagire, trasformando il consenso in fede.

In questo impianto, la rimodulazione delle accise diventa il grimaldello per una critica più ampia: propaganda, sovranismo “di facciata”, sicurezza raccontata male, e una politica che — dice — pretende di non essere giudicata con lo stesso metro con cui chiedeva voti.

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Di Battista non si limita a contestare una scelta: usa il tema accise-carburanti come prova generale di una tesi più dura, cioè che il rapporto tra promesse e realtà sia stato ribaltato senza pagare prezzo politico. E la domanda che lascia, ripetuta più volte, è rivolta tanto ai leader quanto a chi li sostiene: se “il tema delle accise” vi ha portato a votarli, perché adesso non vi indignate?

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