Nel corso dell’ultima puntata di DiMartedì su La7, Alessandro Di Battista è tornato in scena con uno dei suoi interventi più duri degli ultimi mesi. Con toni accesi, ritmo serrato e una critica trasversale, l’ex deputato del Movimento 5 Stelle ha attaccato frontalmente governo e opposizione, accusandoli di aver trasformato la politica in uno scontro sterile, lontano dai problemi reali del Paese.
“Avete tradito i vostri elettori”
Al centro del suo intervento c’è la delusione di una parte dell’elettorato nato con le promesse del cambiamento e oggi disilluso. Di Battista non ha risparmiato il governo Meloni, accusandolo di aver rinnegato i pilastri identitari della campagna elettorale:
“Dov’è la sicurezza? Dov’è il contrasto all’immigrazione incontrollata che avete promesso? Non è stato fatto quello che avete annunciato ai vostri elettori.”
Secondo Di Battista, nonostante i provvedimenti annunciati sui social, nella pratica non si registrano risultati concreti, soprattutto nella gestione dei rimpatri, del controllo dei confini e del contrasto al traffico di esseri umani.
“Non governate, fate propaganda”
L’altra accusa riguarda la distanza sempre più evidente tra comunicazione e realtà. Il riferimento è ai decreti annunciati come svolta e poi rivelatisi inefficaci:
“Fate leggi solo per i video sui social. Ed è doppiamente pericoloso: prima perché non risolvete nulla, e poi perché illudete chi vi ha votato.”
Per Di Battista, la frattura tra annunci e fatti non solo alimenta rabbia, ma rischia di trasformarsi in disillusione democratica.
Politica piegata ai numeri: spread e Bruxelles al posto dei cittadini
In uno dei passaggi più netti e applauditi, l’ex deputato ha accusato entrambe le principali aree politiche di aver abbandonato temi sociali in nome della compatibilità con l’agenda economica europea:
“Siete diventati tutti bocconiani. Vi vantate del rispetto della procedura di infrazione, dello spread. Ma dove stanno gli asili pubblici? Dove stanno le politiche per la natalità? Dove sta la scuola pubblica?”
Per Di Battista, la politica ha smesso di rappresentare chi non arriva a fine mese, mentre si è trasformata in una gara di affidabilità verso Bruxelles, mercati e istituzioni finanziarie.
Il prezzo della distanza: sfiducia e astensione
L’attacco si è poi spostato sulla crisi di fiducia nei partiti e sul crollo della partecipazione elettorale:
“Meloni ha il 28-29% di quelli che votano, ma ormai vota una minoranza. La gente va al supermercato e vede il latte da 0,89 a 1,59: questo pesa più dei vostri slogan.”
Per Di Battista, lo scontro politico permanente – tra antifascismo rituale e slogan da comizio calcistico – sta alimentando un clima in cui i cittadini non si riconoscono più.
“Il fascismo era un’altra cosa. E gridare ancora ‘chi non salta comunista è’ è ridicolo”
Nel finale è arrivato uno dei passaggi più netti, rivolto alla retorica polarizzata che domina il dibattito pubblico:
“Il centrosinistra accusa ancora di fascismo. Ma il fascismo era un’altra cosa. E il centrodestra che nel 2025 salta urlando ‘chi non salta comunista è’ non fa ridere: fa allontanare la gente dalla politica.”
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L’intervento di Di Battista si chiude come un monito: mentre la politica litiga su simboli, appartenenze e slogan, l’Italia affronta salari stagnanti, inflazione, servizi pubblici in sofferenza e una fiducia nelle istituzioni ai minimi storici.
Che si condividano o meno le sue parole, un dato è certo: il malcontento che descrive non è marginale. E ignorarlo potrebbe rivelarsi un errore politico ben più grande delle polemiche dello studio televisivo.



















