Altra Bufera sulla Santanché? Il caso non si spegne – Ecco cosa sta accadendo alla Meloniana

Mentre il governo è travolto da una stagione politica segnata da guerra, rincari, tensioni internazionali, crescita debole e scontri continui sulla giustizia, c’è una vicenda che continua a tornare come un’ombra fissa sul tavolo dell’esecutivo: quella che riguarda la ministra del Turismo Daniela Santanchè e il gruppo Visibilia. Nelle ultime udienze del processo milanese per presunto falso in bilancio sono emersi nuovi elementi e nuove testimonianze che hanno riacceso le polemiche politiche, con le opposizioni che tornano ad accusare Giorgia Meloni di tenere in piedi una situazione che, a loro giudizio, sarebbe ormai diventata insostenibile.

Il punto che più ha colpito il dibattito pubblico è quello rilanciato in queste ore da diverse ricostruzioni giornalistiche: secondo quanto riferito in aula da funzionari di Banca d’Italia citati dal Fatto Quotidiano, nel 2020 sarebbero stati usati anche finanziamenti garantiti dallo Stato, previsti nel periodo pandemico, per sostenere operazioni di ricapitalizzazione di Visibilia. Si tratta di un passaggio che, pur andando letto nel perimetro di un processo ancora in corso e quindi senza conclusioni definitive, ha un impatto politico enorme, perché tocca il rapporto tra risorse pubbliche, gestione societaria e responsabilità di chi allora guidava il gruppo.

Il nodo politico: perché il caso pesa ancora

Il caso Santanchè pesa da mesi sul governo, ma adesso rischia di diventare ancora più ingombrante. Non solo perché il nome della ministra continua a comparire in più filoni giudiziari legati alle società del suo universo imprenditoriale, ma perché il processo Visibilia si sta riempiendo di testimonianze, relazioni tecniche e contestazioni che rendono più difficile per la maggioranza ridurre tutto a una semplice polemica di opposizione. Santanchè è stata rinviata a giudizio nel gennaio 2025 nel procedimento per false comunicazioni sociali relative al caso Visibilia, insieme ad altri imputati e a una società del gruppo.

Nel frattempo, il quadro giudiziario attorno alla ministra si è fatto più ampio e più pesante. A febbraio 2026 ANSA e RaiNews hanno riferito di una nuova indagine per bancarotta a Milano, che si aggiunge ad altri fascicoli già aperti su diverse società riconducibili al suo percorso imprenditoriale. Sky TG24 ha parlato di una situazione giudiziaria “complessa”, ricordando sia il processo Visibilia sia l’indagine per bancarotta legata a Ki Group.

Cosa è emerso nelle ultime udienze

Le ultime udienze del processo milanese hanno riportato al centro una serie di elementi che, pur tutti da valutare nel confronto processuale, hanno avuto un forte peso mediatico. ANSA ha riferito della deposizione dell’ex consigliere e direttore finanziario Federico Celoria, già condannato con patteggiamento, secondo cui Daniela Santanchè era il “dominus” del gruppo e il bilancio sarebbe stato “pieno di pasticci”, con disordine amministrativo e confusione. Si tratta di dichiarazioni accusatorie rese in aula, che ovviamente non equivalgono a una sentenza, ma che politicamente pesano molto perché arrivano da chi ha avuto un ruolo diretto nella gestione societaria.

A dicembre 2025 ANSA aveva già riferito di una relazione della Guardia di Finanza depositata nel processo, secondo cui Visibilia Editore sarebbe stata in forte squilibrio finanziario già dal 2016 e il board della società, all’epoca presieduto da Santanchè, sarebbe stato a conoscenza delle criticità. Anche questo è materiale istruttorio da vagliare in sede processuale, ma contribuisce a rafforzare l’impressione di una vicenda che non si limita a errori occasionali o marginali, bensì riguarda la struttura stessa dei conti e delle scelte gestionali.

Il nuovo fronte emerso in questi giorni riguarda poi, appunto, l’uso dei finanziamenti garantiti dallo Stato per gli aumenti di capitale. Il Fatto Quotidiano ha ricostruito che due funzionari di Banca d’Italia, consulenti tecnici della Procura, hanno spiegato in aula che nel 2020 sarebbero stati usati anche questi strumenti, nati per sostenere le imprese durante la pandemia, per ricapitalizzare Visibilia. È uno degli aspetti più delicati della vicenda, perché tocca il confine tra sostegno pubblico all’economia e utilizzo di quei fondi in un contesto societario sotto stress.

La linea del governo e l’imbarazzo di Meloni

Sul piano politico il problema per Giorgia Meloni è evidente. Da opposizione, la leader di Fratelli d’Italia aveva costruito parte della propria identità sul tema dell’intransigenza verso chi finiva al centro di scandali, processi o inchieste. Oggi, da presidente del Consiglio, si trova invece a difendere — o quantomeno a non scaricare — una ministra il cui nome è associato da mesi a una lunga sequenza di udienze, indagini, rinvii e polemiche.

Per questo le opposizioni insistono nel definire il caso Santanchè una delle costanti più imbarazzanti dell’intera legislatura. Il punto non è soltanto giudiziario. È soprattutto politico e simbolico: come può il governo che prometteva rigore, serietà e cambio di passo continuare a tenere alla guida del Turismo una figura così esposta, così contestata e così continuamente richiamata dalle cronache giudiziarie?

La domanda torna ogni volta che in aula emerge un nuovo dettaglio, e torna ancora più forte in un momento in cui l’esecutivo chiede agli italiani sacrifici, fiducia e credibilità sui conti pubblici, sulla crescita e sulla tenuta del Paese.

Il paradosso del ministero del Turismo

C’è poi un altro aspetto che rende la vicenda ancora più esplosiva: il ruolo istituzionale ricoperto da Santanchè. Non si tratta di un sottosegretario marginale o di una figura tecnica poco esposta. Si tratta della ministra del Turismo, cioè di uno dei volti chiamati a rappresentare l’Italia all’estero, a parlare di affidabilità del sistema-Paese, di attrattività economica, di immagine internazionale.

È proprio questo a rendere il caso più difficile da assorbire politicamente. Perché mentre il governo prova a presentarsi come presidio di stabilità e credibilità, una sua ministra resta stabilmente associata a un contenzioso che parla di bilanci contestati, tensioni finanziarie, indagini e rapporti con aiuti pubblici. Anche senza anticipare giudizi che spettano solo ai tribunali, l’effetto di immagine è evidente.

Le opposizioni: “È il simbolo della doppia morale”

Il Movimento 5 Stelle, il Pd e le altre opposizioni insistono da mesi sulla stessa accusa: se una vicenda del genere avesse riguardato un ministro di un altro schieramento, la destra e la stessa Meloni avrebbero chiesto dimissioni immediate, attaccando ogni giorno il governo di turno. È questo il cuore della critica politica: la presunta doppia morale.

Nel tuo testo la definizione è netta: Santanchè come “costante più vergognosa della legislatura”. È una formula dura, chiaramente politica, ma che fotografa il modo in cui una parte dell’opposizione legge l’intera vicenda. Non una grana passeggera, ma una presenza continua, corrosiva, che accompagna tutta la legislatura e ne mina la credibilità.

Il punto giudiziario: processo in corso, nessuna sentenza definitiva

Va però ricordato con precisione, anche per correttezza, che il processo è in corso e che Daniela Santanchè non è stata condannata nel procedimento Visibilia di cui si discute oggi. Le informazioni emerse in aula sono accuse, testimonianze, relazioni tecniche e ricostruzioni dell’accusa o di testi chiamati a deporre. Il giudizio definitivo spetta al tribunale, non al dibattito politico né alla pressione mediatica.

Questo non riduce il peso politico del caso, ma aiuta a collocarlo correttamente. Il problema per il governo, infatti, non è soltanto il rischio giudiziario in sé, bensì l’effetto di trascinamento che ogni nuova udienza produce sul piano dell’immagine pubblica e della tenuta politica.

Una vicenda che continua a logorare l’esecutivo

In un contesto già segnato da crisi internazionali, rincari energetici, stagnazione economica e scontri sul referendum giustizia, il caso Santanchè continua a funzionare come una ferita aperta. Non perché sia l’unico problema del governo, ma perché resta uno dei pochi dossier capaci di mettere insieme in modo così evidente piano etico, giudiziario, mediatico e politico.

Ogni nuova testimonianza, ogni nuova relazione, ogni nuova ricostruzione riporta la stessa domanda in cima all’agenda: quanto ancora Giorgia Meloni può permettersi di difendere, o anche solo non rimuovere, una ministra diventata bersaglio costante delle opposizioni e simbolo, per molti, di una contraddizione insanabile dentro la maggioranza?

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Alla fine, il punto vero è tutto qui. Non è solo stabilire cosa accadrà nel processo, che avrà i suoi tempi, i suoi gradi e le sue verifiche. È capire se, nel frattempo, il governo ritenga sostenibile continuare così. Perché la politica, soprattutto quando si presenta come alternativa morale prima ancora che programmatica, vive anche di coerenza.

Ed è proprio su questo terreno che il caso Santanchè continua a fare male all’esecutivo. Non solo per ciò che emerge dagli atti e dalle udienze, ma per ciò che racconta del rapporto tra promessa e realtà. Tra la Meloni che dall’opposizione avrebbe “fatto a fettine” un avversario politico in una situazione simile e la Meloni di governo che, invece, continua a convivere con quella che per le opposizioni è ormai la più evidente vergogna della legislatura.

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