Nel giro di poche settimane, il tema degli stipendi d’oro nella pubblica amministrazione torna a travolgere la politica italiana. Dopo il caso di Renato Brunetta, presidente del Cnel, costretto a fare marcia indietro sull’aumento del proprio compenso a 310mila euro l’anno, ora finisce nel mirino l’Arera, l’Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente.
Secondo quanto rivelato da Fanpage, La Stampa, Rainews e altre testate, il collegio uscente di Arera ha approvato una delibera che incrementa di circa 70mila euro l’anno l’indennità del presidente e dei commissari, con effetto retroattivo da agosto a dicembre 2025. Tradotto: circa 2.800 euro in più al mese a testa, proprio mentre famiglie e imprese lottano con bollette ancora pesanti e salari stagnanti.
Il tempismo è esplosivo: la decisione arriva a fine mandato, pochi giorni prima del passaggio di consegne al nuovo collegio nominato dal governo Meloni. E così, inevitabilmente, la polemica non si ferma all’Autorità “indipendente”, ma investe anche l’esecutivo: possibile che dopo il caso Brunetta nessuno abbia imparato la lezione?
Dal tetto ai maxi-stipendi: cosa ha deciso la Corte costituzionale
Per capire come sia stato possibile questo scatto in avanti, bisogna tornare all’estate scorsa.
Con la sentenza n. 135 del 2025, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittimo il tetto fisso di 240mila euro lordi annui imposto dal 2014 ai dirigenti pubblici e ai manager di Stato. La Consulta non ha bocciato l’idea di un tetto in sé, ma il modo in cui era stato fissato: un limite rigido, nato come misura emergenziale e poi cristallizzato senza più legame con la realtà economica e con i principi di indipendenza di alcune figure-chiave, come i magistrati.
Da quella decisione discende un nuovo parametro: il compenso massimo torna ad essere agganciato allo stipendio del Primo Presidente della Corte di Cassazione, quantificato intorno ai 311mila euro lordi, con margini di aggiornamento.
È proprio questa finestra aperta dalla Consulta che ha spinto alcuni vertici della PA a “testare i limiti” del nuovo quadro: prima al Cnel con Brunetta, ora all’Arera.
Il precedente Brunetta: aumento, rivolta politica e dietrofront
Il primo caso esploso è quello del Cnel. All’inizio di novembre, una delibera interna aveva previsto un aumento dei compensi dei vertici, a partire dal presidente Renato Brunetta, il cui stipendio sarebbe salito da circa 250mila a oltre 310mila euro l’anno, sfruttando proprio l’uscita di scena del tetto dei 240mila.
La reazione è stata immediata:
le opposizioni hanno parlato di “scandalo” e “schiaffo al Paese”;
dai palazzi governativi è trapelata l’“irritazione” di Giorgia Meloni, che ha definito la scelta “non condivisibile” e “inopportuna”.
Sotto pressione, Brunetta ha annunciato la revoca dell’aumento, pur mantenendo un compenso comunque molto elevato (intorno ai 250mila euro). Il messaggio sembrava chiaro: la Consulta ha tolto il tetto, ma chi guida organi pubblici deve usare prudenza e senso di misura. O almeno così si pensava.
Il “caso Arera”: la delibera del 25 novembre e i 70mila euro in più
Nonostante questo precedente, il collegio uscente dell’Arera ha deciso di muoversi in direzione opposta.
Secondo la ricostruzione di Fanpage, Repubblica, Ansa e altre testate, il 25 novembre il presidente Stefano Besseghini e i commissari hanno approvato una delibera che:
aboliva il precedente limite retributivo interno, adeguandosi alla sentenza della Corte costituzionale;
fissava un incremento annuo di circa 70mila euro per il presidente e i membri del collegio;
prevedeva l’accantonamento delle somme relative ai cinque mesi successivi alla sentenza (agosto–dicembre 2025), pari a circa 2.800 euro lordi in più al mese per ciascun commissario.
In pratica, una sorta di “adeguamento accelerato” destinato a beneficiare proprio l’attuale vertice, a poche settimane dalla scadenza del mandato. Dal 3 novembre, infatti, il governo ha già indicato il nuovo collegio: Nicola Dell’Acqua come presidente, affiancato da Alessandro Bratti (area PD), Livio De Santoli (area M5S), Lorena De Marco (FdI) e Francesca Salvemini (FI).
Il passaggio di consegne, dunque, avverrà su una base retributiva più alta, decisa in extremis da chi sta per lasciare l’incarico.
“Aspettiamo la circolare di Zangrillo”: il rimpallo con il governo
Nella documentazione interna si sottolinea che Arera è “in attesa di approfondimenti” e, in particolare, della circolare interpretativa che il ministro della Pubblica Amministrazione, Paolo Zangrillo, starebbe preparando per chiarire come applicare la sentenza della Consulta ai vari comparti del pubblico impiego.
Ma c’è un elemento non secondario:
le Autorità indipendenti, come Arera, non dipendono gerarchicamente dal governo e non sono tenute a seguire alla lettera le indicazioni ministeriali in materia di stipendi;
proprio per questo, la delibera è stata approvata prima dell’eventuale circolare, con l’idea di esercitare in pieno l’autonomia dell’Authority.
Dal punto di vista strettamente formale, difficilmente la mossa potrà essere cassata come illegittima. Ma politicamente il conto rischia di essere salato, anche per l’esecutivo: è il governo Meloni, infatti, ad aver appena scelto i nuovi vertici e a dover gestire ora il passaggio di consegne in un clima di polemica accesa.
Le reazioni politiche: “schiaffo al Paese”
Le prime voci a levare il tiro sono quelle delle opposizioni.
Nicola Fratoianni (Alleanza Verdi e Sinistra) parla di “episodio poco dignitoso e insultante nei confronti degli italiani che fanno sempre più fatica ad arrivare a fine mese”, ricordando che Arera non è riuscita a impedire l’esplosione delle bollette e ora i suoi vertici si concedono un “bel ceffone al Paese” con un aumento da 70mila euro annui.
La senatrice Raffaela Paita (Italia Viva) definisce la decisione “un regalo di Natale indecoroso”, un “blitz in stile Brunetta” e sottolinea l’aggravante del fatto che si tratti di commissari uscenti, in procinto di essere sostituiti: come se volessero lasciare in eredità al nuovo collegio non solo i dossier aperti, ma anche una busta paga più pesante.
Anche il mondo della scuola, attraverso commentatori e associazioni sindacali, parla di “schiaffo” ai docenti e al personale Ata che guadagnano “meno di un decimo” di quelle cifre e vedono da anni rinnovi contrattuali al ribasso.
Dalla maggioranza, per ora, prevale il basso profilo: si attende la reazione ufficiale di Palazzo Chigi, dopo che nel caso Brunetta Giorgia Meloni aveva preso posizione pubblicamente, costringendo di fatto il presidente del Cnel al passo indietro.
Il nodo politico: indipendenti sì, ma responsabili davanti ai cittadini
Il caso Arera solleva un problema che va oltre la singola delibera: come si concilia l’autonomia delle Autorità indipendenti con la responsabilità verso i cittadini?
Dal punto di vista istituzionale:
Arera svolge un ruolo cruciale nella regolazione di settori che impattano direttamente sulla vita delle persone: energia, gas, acqua, rifiuti.
In anni di inflazione energetica e crisi climatica, la sua capacità di “tutelare” utenze domestiche e imprese è stata spesso oggetto di critiche.
In questo contesto, vedere i vertici dell’Authority ritoccare verso l’alto le proprie indennità, nel silenzio formale del governo ma con il Paese che stringe la cinghia, produce un cortocircuito politico:
da un lato si chiede ai cittadini sacrifici, razionalizzazioni, efficientamento;
dall’altro, una ristretta élite di manager pubblici coglie ogni spiraglio normativo per riportare i propri compensi a livelli molto vicini – se non identici – a quelli precedenti ai tagli post-crisi.
Non a caso, molti commentatori parlano di “malcostume istituzionale” più che di illecito: una scelta forse legittima ma percepita come profondamente inopportuna.
Governo sotto pressione: secondo “avviso” dopo Brunetta
Per il governo Meloni questo è il secondo campanello d’allarme nel giro di un mese sul terreno degli stipendi pubblici.
Prima il caso Brunetta, gestito con un intervento diretto della premier;
ora il caso Arera, che coinvolge un’Autorità formalmente indipendente ma i cui vertici sono nominati dal Consiglio dei ministri.
Le opposizioni accusano l’esecutivo di non voler mettere mano seriamente al sistema delle retribuzioni alte, limitandosi a interventi caso per caso, solo quando la polemica scoppia sui giornali. Il rischio, in termini di immagine, è che la promessa di “tagliare sprechi e privilegi” si scontri con una realtà in cui, tolto il tetto di 240mila euro, si apre una corsa al rialzo dei salari per i vertici, mentre la base sociale resta ferma.
Molto dipenderà da cosa farà ora il nuovo collegio Dell’Acqua:
confermerà l’aumento deciso dal precedente management, beneficiandone a sua volta?
oppure sceglierà di rinunciare o sospendere l’adeguamento, seguendo la linea “politica” che aveva portato Brunetta al dietrofront?
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Conclusione: la politica degli stipendi come cartina di tornasole della credibilità
Il caso Arera dimostra che la discussione sul tetto agli stipendi pubblici non è una questione tecnica per addetti ai lavori, ma un banco di prova della credibilità delle istituzioni.
La Corte costituzionale ha ricordato che un limite può e deve esistere, ma va costruito in modo coerente con la Costituzione e con il principio di indipendenza di certe funzioni. Spetta però alla politica – governo, Parlamento, Autorità – scegliere come collocarsi dentro questo nuovo spazio: se usarlo per ripristinare vecchi privilegi o per ridisegnare un sistema più equo e trasparente.
Quando un’Authority che vigila sulle bollette degli italiani decide di aumentarsi lo stipendio di 70mila euro l’anno alla vigilia di Natale e a fine mandato, il messaggio che arriva al Paese è devastante: non solo per la cifra in sé, ma perché sembra dire che le regole valgono in un modo per i cittadini e in un altro per chi li governa o li regola.
Sta ora al governo Meloni, al nuovo collegio Arera e al Parlamento dimostrare che non è così: che l’autonomia non è un lasciapassare per farsi i bonus in silenzio, ma una responsabilità ancora più grande nei confronti di chi ogni mese deve scegliere se pagare la bolletta o risparmiare su altro. Se questo secondo “caso Brunetta” finirà con un nuovo dietrofront o con l’ennesimo strappo alla fiducia pubblica lo diranno le prossime settimane. Ma una cosa è già chiara: la battaglia sugli stipendi d’oro è diventata parte integrante – e simbolica – della crisi di fiducia tra cittadini e istituzioni.



















