C’è un’immagine potente con cui Corrado Formigli apre il suo editoriale a Piazzapulita: nei corridoi di Palazzo Chigi si aggira un “enorme elefante bianco”. Non è una metafora generica: quell’elefante ha un nome preciso, Mediobanca, la più grande banca d’affari italiana, appena finita sotto il controllo dell’asse formato da Francesco Gaetano Caltagirone e da Leonardo Del Vecchio/Delfin, oggi nelle mani di Milleri, uomo di fiducia della famiglia Del Vecchio.
Lì sta il cuore dell’accusa politica di Formigli: Giorgia Meloni ha costruito per anni la propria immagine sulla “guerra ai poteri forti”, sulle élite finanziarie additate come nemiche del popolo, salvo ritrovarsi oggi con un suo storico alleato – Caltagirone – protagonista della conquista del più delicato snodo finanziario del Paese. E tutto questo mentre al governo c’è proprio lei.
L’elefante bianco: che cosa è successo davvero a Mediobanca
Per capire perché questo editoriale sia così pesante, bisogna partire dai fatti. Negli ultimi due anni la finanza italiana è stata attraversata da un gigantesco “risiko bancario”:
la banca pubblica Monte dei Paschi di Siena (Mps), salvata dallo Stato nel 2017, è stata progressivamente riportata sul mercato;
tra la fine del 2024 e il 2025, il Tesoro ha venduto pacchetti importanti del suo capitale, scendendo dal 26,7% a poco più dell’11%, con un collocamento lampo di azioni che ha favorito proprio grandi investitori privati come Caltagirone e Delfin;
a quel punto, con Mps saldamente nelle mani di questo blocco di potere, è partita l’offensiva decisiva: un’operazione carta contro carta (OPS) da oltre 13 miliardi per conquistare Mediobanca.
Il risultato è che oggi Mps controlla oltre il 60% di Mediobanca, e dietro Mps – come azionisti di riferimento – ci sono proprio Caltagirone e Delfin, che contemporaneamente restano grandi soci anche di Generali, la più importante compagnia assicurativa italiana, di cui Mediobanca è a sua volta primo azionista con circa il 13%.
Tradotto: un unico asse finanziario è arrivato a mettere le mani su una grande banca commerciale (Mps), una grande banca d’affari (Mediobanca) e il principale gruppo assicurativo del Paese (Generali), cioè sul cuore del risparmio e del debito pubblico tricolore. Non è un dettaglio tecnico: è un gigantesco spostamento di potere.
L’inchiesta dei pm e il ruolo del governo
Su questa manovra sono arrivati anche i magistrati. La procura di Milano ha aperto un’inchiesta per aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza ipotizzando che tra Mps, Caltagirone e Delfin ci sia stato un coordinamento occulto per conquistare il controllo di Mediobanca e, attraverso essa, di Generali. Tutti gli interessati respingono le accuse e sostengono di aver agito nel pieno rispetto della legge, ma il solo fatto che i pm parlino di “alleanza nascosta” dà la misura della posta in gioco.
Formigli non entra nei dettagli giudiziari – quelli spetteranno ai tribunali – ma li usa come sfondo per la sua domanda politica: dov’era il governo mentre tutto questo accadeva?
Il punto è semplice:
lo Stato era azionista di Mps e ha scelto come, quando e a chi vendere le proprie quote;
l’operazione di conquista di Mediobanca è stata approvata dalle autorità di vigilanza e si è svolta in un contesto in cui Palazzo Chigi non poteva non sapere cosa stava succedendo;
i protagonisti della scalata – in primis Caltagirone – sono figure da anni considerate vicine al mondo della destra e alla stessa Meloni, che non ha mai nascosto di avere un dialogo privilegiato con pezzi importanti dell’imprenditoria nazionale.
In questo quadro, l’immagine dell’“elefante bianco” nei corridoi di Palazzo Chigi assume un significato preciso: non è solo il fatto che Mediobanca sia stata conquistata, ma che lo sia stata negli anni del governo Meloni, con la regia di alleati d’area e nel silenzio assordante della retorica anti-poteri forti.
Da Fassino a Meloni: “Abbiamo una banca?” vent’anni dopo
Il passaggio forse più tagliente dell’editoriale è il parallelo storico. Formigli ricorda il 2005: la telefonata di Piero Fassino a Giovanni Consorte nel pieno del tentativo di scalata Unipol a Bnl, quella finita sui giornali con la frase destinata a restare nella storia: “Abbiamo una banca?”.
All’epoca la destra insorse: parlò di sinistra che vuole “mettere le mani sulla finanza”, di intreccio malsano tra partito ed economia, di “furbetti del quartierino”. Per anni quel caso è stato agitato come simbolo del vizio originario del centrosinistra.
Oggi, suggerisce Formigli, i ruoli si sono rovesciati. E con un filo di ironia dice: “Forse anche tu, cara Meloni, potresti dire a Caltagirone: ‘abbiamo una banca’. Anzi, una Mediobanca”.
Qui non si tratta di sostenere che esista una telefonata simile a quella di Fassino. Il punto è politico: se allora la destra gridava allo scandalo perché la sinistra “cercava una banca”, oggi è proprio la destra di governo a convivere con un’operazione che di fatto consegna al suo universo di riferimento un pezzo enorme del potere finanziario italiano.
E tutto questo mentre, in pubblico, continua a presentarsi come il governo che combatte le élite, difende il “popolo” e invoca il libero mercato.
Libero mercato o capitalismo politico?
È qui che l’editoriale diventa “epico”, come direbbe chi lo ha trovato particolarmente riuscito: perché non si limita a raccontare un’operazione bancaria, ma smonta il racconto identitario di Meloni.
La premier e i suoi ministri ripetono ogni giorno di voler difendere il mercato, la concorrenza, la libertà d’impresa. Ma il caso Mediobanca mostra un’altra faccia: grandi blocchi azionari che si muovono in sintonia con le scelte politiche, un governo che usa le privatizzazioni non solo per fare cassa, ma per ridisegnare i centri di potere, e una rete di relazioni personali che orientano il destino di banche, assicurazioni, gruppi industriali.
In questo schema, il libero mercato c’entra poco. Siamo più vicini a un “capitalismo politico”, in cui la linea di confine tra interessi privati e scelte pubbliche si fa sempre più sottile.
Formigli lo mette in scena con pochi passaggi: ricorda che Mediobanca è la cassaforte che detiene la chiave di Generali, che Generali è il cuore del risparmio nazionale e del debito pubblico, e che chi controlla questa filiera controlla una fetta decisiva del potere economico italiano. In un Paese che discute di premierato e di “pieni poteri”, non è un dettaglio da poco.
Meloni, il silenzio e la narrazione che si incrina
Un’altra cosa che colpisce, nell’editoriale, è ciò che non c’è nel dibattito pubblico: il commento della premier.
Mentre su quasi ogni tema Meloni interviene, twitta, rivendica, sulla vicenda Mps–Mediobanca la linea è stata quella del silenzio o di generiche frasi sull’“autonomia del mercato”. Nessuna spiegazione su come sia stato gestito il disimpegno dello Stato da Mps, nessuna parola sul fatto che gli acquirenti strategici di quelle quote fossero proprio i soggetti che oggi siedono al tavolo di comando di Mediobanca.
Formigli coglie questa assenza e la inchioda al centro dello schermo: come si concilia la favola della “donna del popolo contro le élite” con la realtà di un governo che ha reso possibile il consolidamento del potere finanziario nelle mani di due grandi capitali privati, a loro volta vicini all’area politica di maggioranza?
In altre parole: dov’è finita la guerra ai poteri forti, se il potere forte per eccellenza, la grande finanza di casa nostra, oggi è ancora più forte – e più allineata al governo – di ieri?
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L’editoriale di Corrado Formigli su Mediobanca non è solo una tirata contro Caltagirone o contro Meloni. È soprattutto un invito a guardare in faccia un dato di realtà: mentre la politica litiga su bonus, identità, slogan e guerre culturali, le vere leve del potere – banche, assicurazioni, grandi capitali – si stanno ricomponendo in silenzio attorno a un nuovo asse.
Questo asse passa per Mps, per Mediobanca, per Generali, e vede protagonisti miliardari molto influenti e un governo che, almeno finora, non ha dato l’impressione di volerlo contrastare. Anzi, ne ha accompagnato i passaggi decisivi.
Per questo Formigli tira fuori dal cassetto la frase di Fassino e la capovolge: se vent’anni fa la domanda “abbiamo una banca?” costò anni di polemiche alla sinistra, oggi la stessa domanda sembra rimbalzare, non detta ma molto concreta, dalle stanze di un’altra parte politica.
Ed è forse qui che il suo editoriale diventa davvero “epico”: non perché alzi la voce, ma perché mostra quanto sia sottile – e pericolosa – la distanza tra la promessa di “combattere i poteri forti” e la tentazione, antica quanto la politica, di averne uno amico, compiacente, a portata di mano.



















