Dal Quirinale è arrivata una presa di posizione netta del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, mentre da Ginevra l’Alto Commissario Onu per i diritti umani Volker Türk ha lanciato un allarme durissimo: i diritti fondamentali, nel 2025, sono “sottofinanziati e sotto attacco”.
Sul tavolo ci sono tre elementi che, messi insieme, descrivono un quadro inquietante:
il ritorno delle guerre come strumento normale delle relazioni internazionali;
la tentazione di “riscrivere” o depotenziare i sistemi di tutela, come la Convenzione europea dei diritti umani;
la crescita di movimenti anti-diritti ben finanziati e coordinati, mentre chi difende le libertà fondamentali si ritrova in “modalità sopravvivenza”.
In questo contesto, il messaggio di Mattarella non è solo celebrativo: è un monito politico e morale.
Mattarella: “Diritti umani e pace sono inseparabili”
Nel suo intervento per la Giornata Mondiale, Mattarella richiama un punto chiave: non esistono diritti senza pace, e non esiste pace senza diritti.
Da un lato, dice il presidente, la tutela dei diritti è la condizione per qualsiasi pace duratura; dall’altro, l’assenza di pace rende quasi impossibile proteggere davvero libertà e dignità delle persone.
Settantasei anni dopo la Dichiarazione universale, il Capo dello Stato ricorda che:
al centro dell’ordine internazionale fu posto un principio “semplice e rivoluzionario”: ogni persona, in quanto tale, ha diritti che non si possono violare;
quel testo nacque dalle “macerie morali e materiali” delle guerre mondiali;
oggi, invece di consolidare quelle conquiste, assistiamo a un arretramento: conflitti vecchi e nuovi, discriminazioni, violenza contro donne e minori, erosione delle libertà democratiche.
Mattarella osserva che stanno riemergendo fenomeni che la storia aveva già condannato: razzismo, aggressioni, disuguaglianze. È come se il mondo stesse dimenticando le lezioni del Novecento.
La pace, insiste, non è un dato di fatto, ma “il risultato di un impegno quotidiano e di una responsabilità condivisa”, che si fonda su due pilastri:
la difesa della dignità di ogni persona;
il rifiuto della logica della sopraffazione, dentro e fuori i confini nazionali.
Il ruolo del diritto internazionale: “Indebolirlo significa consegnarsi alla forza bruta”
Nel messaggio dal Quirinale c’è un altro avvertimento molto chiaro: se si svuotano o si indeboliscono gli strumenti di tutela sovranazionali, a rimetterci non sono solo gli Stati più fragili, ma i singoli individui, soprattutto i più vulnerabili.
Mattarella ricorda che:
il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali sono gli strumenti concreti di difesa sia per gli Stati sia per le persone;
metterli in discussione, ignorarli o piegarli alle convenienze del momento significa aprire la porta a un mondo regolato dalla prevaricazione e dall’abuso della forza.
Le sue parole risuonano mentre, in Europa, alcuni governi – come quello britannico e danese – chiedono una “modernizzazione” della Convenzione europea dei diritti umani, in chiave più restrittiva rispetto ai migranti e ai rimpatri. La retorica è quella della “linea dura” contro l’immigrazione “irregolare”; il rischio, però, è usare il tema per ridurre gli spazi di tutela garantiti a tutti, non solo ai migranti.
Rebibbia e i diritti dei detenuti: “Ci sono condizioni inaccettabili”
Nella stessa giornata, Mattarella ha voluto legare il discorso sui diritti umani a una realtà spesso dimenticata: il carcere.
In visita a Rebibbia, il presidente ha ricordato che i detenuti restano titolari di diritti, a partire da quello alla dignità, al rispetto della persona e alla possibilità di un futuro diverso.
Ha denunciato che in molti istituti italiani esistono condizioni “totalmente inaccettabili” e ha invitato a:
valorizzare il ruolo delle carceri come luoghi di riscatto e rinascita, non di pura reclusione;
mettere al centro i percorsi di reinserimento, studio, lavoro, formazione.
Il messaggio è coerente: non si possono celebrare la Dichiarazione universale e la Costituzione e poi accettare, al tempo stesso, che migliaia di persone siano detenute in condizioni che violano sistematicamente quei principi.
Türk (Onu): “Diritti umani sottofinanziati, anti-diritti ben finanziati”
Se il Quirinale richiama l’Europa e l’Italia alle proprie responsabilità, da Ginevra arriva un quadro mondiale ancora più crudo. L’Alto Commissario Onu Volker Türk parla apertamente di diritti umani sotto attacco:
le politiche di diversità, equità e inclusione vengono dipinte come ingiuste o ideologiche;
crescono movimenti “anti-diritti” e anti-parità di genere, ben organizzati e finanziati a livello transnazionale;
tra il 2019 e il 2023, secondo il Forum parlamentare europeo sui diritti sessuali e riproduttivi, quasi 1,2 miliardi di dollari sono stati mobilitati in Europa da gruppi che lavorano contro i diritti sessuali e riproduttivi e contro le politiche di uguaglianza.
Al contrario, l’Ufficio dell’Alto Commissario e molte ONG per i diritti umani sono “in modalità sopravvivenza”:
90 milioni di dollari in meno rispetto al necessario;
circa 300 posti di lavoro persi;
tagli a progetti considerati “essenziali”, proprio mentre aumentano guerre, repressioni e crisi.
È un paradosso: nel momento in cui i diritti sono più minacciati, chi dovrebbe proteggerli ha meno risorse e meno personale per farlo.
Il rapporto Amnesty: autoritarismi, repressioni, giornalisti uccisi
Il Rapporto 2024-2025 di Amnesty International ha tratteggiato un mondo in cui:
si rafforzano pratiche autoritarie, anche in democrazie formalmente consolidate;
aumentano le repressioni del dissenso, con manifestanti incriminati, movimenti sociali sorvegliati e riduzione dello spazio civico;
i primi 100 giorni del presidente Trump hanno accelerato una regressione globale su diritti e standard internazionali.
I numeri sono pesanti:
124 giornalisti e operatori dei media uccisi in un anno;
121 Stati che hanno introdotto leggi per limitare la libertà di espressione, il diritto di protesta, la libertà di stampa.
Questo significa che diventa sempre più rischioso:
raccontare conflitti e violazioni;
denunciare corruzione, abusi di potere, collusioni tra politica e interessi economici;
difendere chi protesta contro guerre, devastazioni ambientali, disuguaglianze.
Giovani e movimenti sociali: “Non sono una minaccia, ma una risorsa”
Nonostante il quadro cupo, Türk sottolinea un elemento di speranza: l’attivismo dei giovani, dei movimenti per il clima, delle mobilitazioni contro la guerra e le ingiustizie.
In molti Paesi, la piazza è tornata a essere uno spazio vitale di democrazia, dove migliaia di persone chiedono:
stop ai bombardamenti sui civili;
azioni concrete contro la crisi climatica;
politiche meno diseguali su lavoro, casa, istruzione, salute.
L’Alto Commissario invita i governi a non reprimere questi movimenti né a trattarli come minaccia alla sicurezza nazionale. Al contrario, li definisce:
“l’esatto opposto” di un pericolo;
una risorsa democratica, un segnale di vitalità delle società civili.
Anche qui, il messaggio si intreccia con quello di Mattarella: se i diritti e la pace sono un impegno quotidiano, chi scende in piazza per chiederli non è un problema da gestire, ma un interlocutore da ascoltare.
L’Europa davanti allo specchio: diritti come ostacolo o come garanzia?
Il dibattito attorno alla Convenzione europea dei diritti umani mostra una tentazione sempre più diffusa: considerare i diritti come un freno alle politiche di sicurezza e controllo dei confini.
I premier di Regno Unito e Danimarca spingono per una rilettura della Convenzione che riduca l’impatto delle sentenze sui governi nazionali, soprattutto in materia di migrazioni e rimpatri.
La retorica è la stessa che sentiamo altrove: servono mani più libere per fermare l’“immigrazione illegale”, anche a costo di rivedere i meccanismi di tutela costruiti nel dopoguerra.
Ma qui sta il nodo richiamato dal Quirinale:
se si accetta l’idea che i diritti sono un ostacolo, si finisce per normalizzare l’eccezione: oggi sui migranti, domani su altri gruppi;
se si indeboliscono gli strumenti sovranazionali, il rischio è che i governi più forti usino questa libertà per comprimere le libertà interne, non per difendere meglio i propri cittadini.
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Il messaggio di Sergio Mattarella, nel contesto di questa Giornata dei Diritti Umani, suona come una cartina di tornasole: ci obbliga a chiederci da che parte vogliamo stare.
Da una parte c’è un mondo in cui la pace è solo una parola di circostanza, i diritti diventano negoziabili, i sistemi di tutela vengono svuotati e il conflitto – militare, sociale, politico – torna a essere la lingua dominante.
Dall’altra c’è l’idea, molto più faticosa, che la pace sia davvero il frutto di un lavoro quotidiano, fatto di regole condivise, istituzioni multilaterali, bilanci che investono sulla dignità e non solo sulle armi, spazi aperti per chi dissente.
Il monito del presidente è semplice ma radicale: non si difendono la libertà e la sicurezza restringendo i diritti, ma ampliandoli, rendendoli esigibili per tutti – detenuti, migranti, minoranze, donne, giovani, oppositori politici, giornalisti.
Se i diritti tornano a essere un privilegio revocabile, la pace diventa solo una tregua tra due violenze.
Se invece restano il fondamento della convivenza, allora le parole scritte nel 1948 non saranno solo memoria, ma ancora una promessa viva. Sta ai governi – e alle opinioni pubbliche – decidere se quella promessa vale ancora la pena di essere mantenuta.



















