Il “No” prende fiato e accorcia le distanze. È questo il segnale politico più evidente che emerge dall’ultima rilevazione mostrata da Piazzapulita sul referendum relativo alla riforma della magistratura: nel giro di due settimane la forbice tra i due schieramenti si è ridotta, con il “Sì” in calo e il “No” in crescita speculare. Non si tratta ancora di sorpasso, ma la tendenza è chiara: la partita si sta riaprendo e, soprattutto, la campagna referendaria sembra entrare nella sua fase più sensibile, quella in cui il clima e la mobilitazione contano almeno quanto gli argomenti di merito.
I numeri: dal 14 al 28 gennaio il “Sì” scende e il “No” sale
La grafica riportata in trasmissione mostra un tracciamento su tre date (14 gennaio, 21 gennaio, 28 gennaio) che fotografa uno spostamento continuo e coerente:
Sì: 52,7% → 52,2% → 51,5% (diff. -0,7)
No: 47,3% → 47,8% → 48,5% (diff. +0,7)
In due settimane, quindi, non si vede un “rimbalzo” casuale, ma un recupero progressivo del “No”, che cresce di sette decimi e costringe il “Sì” a scendere dello stesso valore. Il risultato è una fotografia più equilibrata rispetto a metà gennaio: da un divario iniziale di 5,4 punti (52,7 vs 47,3) si passa a un distacco di 3 punti (51,5 vs 48,5).
Perché la rimonta pesa: il No cresce mentre il Sì perde inerzia
Il dato non è solo aritmetico, è politico. Una rimonta è tale non quando cambia di un decimale, ma quando modifica la narrazione: fino a ieri il referendum poteva apparire “indirizzato”, oggi è tornato dentro una zona grigia dove la percezione di esito scontato si indebolisce.
Il messaggio implicito della serie di rilevazioni è duplice:
1. Il “Sì” non sfonda: resta avanti, ma perde slancio, non consolida un vantaggio stabile.
2. Il “No” si organizza: cresce, si compattata, intercetta meglio l’attenzione e – verosimilmente – la mobilitazione di chi teme gli effetti della riforma.
In un referendum, dove contano motivazioni e partecipazione più che l’appartenenza partitica, la “rimonta” è spesso un indicatore di attivazione: il fronte che recupera è quello che riesce a trasformare paura, critica o diffidenza in intenzione di voto.
Il contesto: referendum e campagna, quando gli argomenti iniziano a “bucare”
Il fatto che il “No” salga in modo graduale può essere letto come effetto di una campagna che entra finalmente nel dettaglio. Nelle prime fasi, le riforme istituzionali vengono spesso percepite come tecniche e lontane; poi, quando il dibattito si accende su nodi concreti (autonomia della magistratura, ruolo del PM, assetto del CSM, disciplina e controlli), aumenta la probabilità che una parte dell’elettorato si sposti verso la posizione più “prudente”, cioè quella che invita a non cambiare l’architettura attuale.
Il “No”, tradizionalmente, ha un vantaggio nei referendum “di sistema”: può presentarsi come difesa delle garanzie, come freno a modifiche percepite come rischiose o non necessarie. Se questa linea prende campo, la rimonta diventa un fenomeno strutturale e non episodico.
Il dato tecnico: campione, metodo e margine di errore
La grafica riporta anche gli elementi metodologici: rilevazione 27–28 gennaio 2026, campione di 800 persone, metodologia CAWI (interviste web), estensione nazionale e margine di errore +/-4%. L’istituto indicato è Eurometro e il committente/acquirente risulta Banijay Italia.
Questo significa due cose importanti:
il dato va letto come tendenza, più che come certezza millimetrica (con un margine così, i valori assoluti possono oscillare);
ma la dinamica “speculare” (+0,7 al No e -0,7 al Sì) su tre rilevazioni consecutive rafforza l’idea che non sia solo rumore statistico.
In altre parole: il singolo numero può muoversi, ma la direzione raccontata dalla serie è difficile da liquidare come casuale.
La soglia psicologica: quando il No arriva vicino al 50%
Il “No” al 48,5% è vicino alla soglia più importante: non solo il 50%, ma l’idea stessa di pareggio. In termini comunicativi, superare il 48 e avvicinarsi al 49–50 cambia tutto: incentiva i sostenitori (“si può vincere”), rende più aggressiva la campagna, e può spingere gli indecisi a percepire la scelta come realmente aperta.
Allo stesso tempo, un “Sì” al 51,5% resta maggioritario, ma trasmette una sensazione diversa da un 52,7%: è una maggioranza più fragile, più contendibile, più esposta alla volatilità finale.
Che cosa può muovere ancora i numeri: indecisi, partecipazione e “voto di pancia”
Nella fase finale di un referendum istituzionale, a fare la differenza non sono solo gli argomenti tecnici, ma:
la mobilitazione (chi porta gente a votare);
la semplificazione (chi riesce a far passare uno slogan più forte);
la fiducia/sfiducia verso chi propone la riforma (effetto governo vs anti-governo);
l’astensione (che può cambiare il profilo dell’elettorato realmente votante).
Il “No” in rimonta può quindi indicare che sta intercettando meglio l’energia “reattiva”: quella di chi si attiva quando percepisce un rischio o un cambiamento imposto dall’alto. Il “Sì”, invece, potrebbe soffrire se non riesce a dimostrare che la riforma produce vantaggi chiari e immediati, non solo equilibri istituzionali più “ordinati” sulla carta.
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Il sondaggio mostrato a Piazzapulita manda un messaggio netto: il “No” sta rimontando e lo fa in modo lineare, settimana dopo settimana. Il “Sì” resta davanti, ma perde terreno e vede ridursi il vantaggio. Se la tendenza prosegue, il referendum non sarà più una corsa a senso unico: sarà un testa a testa in cui peseranno campagna, clima politico e capacità di mobilitare elettori reali, non solo intenzioni dichiarate.
E quando una consultazione arriva a questo punto — con il “No” che sale e sfiora la metà dei consensi — la domanda non è più “chi vincerà?”, ma chi riuscirà a convincere o portare al voto quel margine minimo che decide tutto.


















