Ancora altri debiti per L’Italia? Ecco che sta combiando il Governo – I conti non tornano e chi paga?

Per mesi si è discusso di nuovi margini di bilancio, delle conseguenze del caro energia e delle risorse necessarie per rispettare gli impegni assunti sul fronte della Difesa. Adesso, però, il governo ha messo i numeri nero su bianco e la dimensione dell’operazione è tutt’altro che marginale.

Il Consiglio dei ministri ha approvato il Documento programmatico di finanza pubblica e la relazione con cui l’esecutivo chiede di utilizzare la clausola nazionale di salvaguardia prevista dalle regole europee. L’operazione vale fino a circa 29 miliardi di euro nel biennio 2027-2028, divisi in parti uguali tra energia e sicurezza-Difesa.

Non si tratta, però, di un assegno inviato da Bruxelles e neppure di 29 miliardi già disponibili nelle casse dello Stato. È uno spazio fiscale aggiuntivo che consentirebbe all’Italia di deviare temporaneamente dal percorso ordinario della spesa netta europea e quindi di finanziare nuove misure aumentando il fabbisogno e il debito pubblico rispetto allo scenario senza clausola.

Ed è qui che la partita diventa importante: una parte delle risorse dovrebbe essere utilizzata per contrastare il caro energia e finanziare interventi rivolti a famiglie, imprese e infrastrutture pubbliche; l’altra servirà invece al rafforzamento della Difesa.

Quasi 29 miliardi in due anni: come saranno divisi

Lo schema indicato dal governo è piuttosto semplice.

Per ciascuno dei due anni, 2027 e 2028, viene previsto uno spazio aggiuntivo pari allo 0,3% del Pil per l’energia e allo 0,3% per la sicurezza e la Difesa. Complessivamente significa circa 14 miliardi l’anno e poco meno di 29 miliardi nell’intero biennio.

La relazione citata da Fanpage quantifica più precisamente l’operazione in 28,8 miliardi di euro, quindi circa 14,4 miliardi per l’energia e 14,4 miliardi per la Difesa nell’arco dei due anni.

La ripartizione sarebbe quindi, indicativamente, di 7,2 miliardi all’anno per ciascuno dei due capitoli.

È importante sottolineare che non siamo davanti a un normale stanziamento già definitivamente spendibile. Il governo ha avviato un percorso che passa dalle istituzioni europee e dal Parlamento italiano.

Il 10 settembre l’esecutivo aveva presentato alla Commissione europea la richiesta di attivazione della clausola nazionale di salvaguardia. La relazione illustrata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti dà ora attuazione al percorso parlamentare previsto.

Non sono 29 miliardi regalati dall’Europa

È probabilmente il punto più importante per comprendere l’operazione.

La flessibilità europea non equivale a un finanziamento europeo a fondo perduto da 29 miliardi.

Le nuove regole fiscali europee stabiliscono un percorso della spesa netta che ogni Paese deve rispettare. In presenza di determinate circostanze eccezionali, però, può essere attivata una clausola che permette di discostarsi temporaneamente da quella traiettoria.

Il Parlamento italiano aveva già approvato il 5 agosto gli atti di indirizzo necessari per chiedere l’attivazione della clausola sia sul fronte energetico sia su quello della Difesa. I documenti parlamentari ricordano che la Commissione europea aveva esteso nel giugno 2026 la possibilità di flessibilità anche alle nuove misure destinate alla resilienza energetica, entro limiti specifici.

Tradotto: l’Italia ottiene la possibilità di spendere di più rispetto al percorso ordinario concordato con Bruxelles.

Ma quelle risorse dovranno comunque essere finanziate.

Il deficit infatti torna sopra il 3%

Gli effetti sono già visibili nei nuovi numeri della finanza pubblica.

Il DPFP indica per il 2026 un deficit al 2,9% del Pil. Con l’utilizzo della clausola, il rapporto deficit/Pil programmatico viene previsto al 3,4% nel 2027 e al 3,2% nel 2028, per poi scendere al 2,3% nel 2029.

Il confronto con lo scenario senza le spese straordinarie chiarisce ulteriormente la situazione.

Senza l’utilizzo della clausola, il deficit sarebbe previsto al 2,8% nel 2027 e al 2,6% nel 2028.

Lo scostamento aggiunge dunque circa 0,6 punti di Pil all’anno, esattamente la somma dello 0,3% destinato all’energia e dello 0,3% destinato alla Difesa.

Anche il debito resta molto elevato: il nuovo quadro programmatico lo colloca al 138,1% del Pil nel 2026, 138,5% nel 2027, 137,9% nel 2028 e 136,6% nel 2029.

È questo il prezzo finanziario dell’operazione: creare spazio per nuovi interventi senza doverli compensare integralmente, nell’immediato, con tagli di altre spese o nuove entrate.

Il piano iniziale era ancora più grande

C’è poi un elemento politico rilevante.

La cifra finale è inferiore rispetto all’ipotesi sulla quale il governo aveva lavorato nelle settimane precedenti.

Giorgetti ha confermato pubblicamente che lo sforzo previsto per la Difesa è stato ridimensionato. La configurazione definitiva prevede infatti la stessa quota per entrambi i capitoli: 0,3% del Pil per l’energia e 0,3% per la sicurezza nel 2027, e altrettanto nel 2028.

Gli atti parlamentari dello scorso agosto consentivano, in linea teorica, un margine più ampio: fino allo 0,6% del Pil complessivo per l’energia nel periodo di riferimento e fino allo 0,9% per la Difesa, ferma restando la cornice europea.

L’esecutivo ha quindi scelto di non utilizzare interamente quello spazio potenziale per la componente militare.

Ed è così che si arriva all’attuale equilibrio: circa metà delle risorse all’emergenza energetica e metà alla Difesa.

Energia: cosa potrebbe arrivare alle famiglie

È probabilmente la parte che interessa maggiormente cittadini e imprese.

La relazione del governo indica una serie di possibili interventi per aumentare l’efficienza energetica, ridurre la dipendenza dalle fonti più costose e sostenere chi subisce maggiormente l’aumento dei prezzi.

Non si parla soltanto di un nuovo bonus direttamente collegato alle bollette.

L’impostazione europea punta infatti soprattutto verso misure strutturali, che migliorino la resilienza energetica e riducano nel tempo i consumi o la dipendenza dai combustibili fossili. Già a giugno, in Parlamento, il governo aveva spiegato che la flessibilità europea riguardava interventi strutturali che non alterassero il segnale di prezzo dell’energia.

Tra le ipotesi riportate nella relazione ci sono quindi contributi per gli interventi energetici delle famiglie, sostegno alla diffusione delle fonti rinnovabili e incentivi per sostituire impianti meno efficienti.

Torna l’ipotesi di un Ecobonus al 65%

Una delle possibilità più significative riguarda proprio le abitazioni.

Tra gli strumenti allo studio c’è un possibile Ecobonus al 65% per gli interventi finalizzati alla riduzione dei consumi energetici degli edifici.

La logica sarebbe differente da quella del vecchio Superbonus: l’obiettivo sarebbe concentrare le agevolazioni su interventi direttamente collegati all’efficienza energetica e compatibili con i criteri stabiliti dalla Commissione europea.

Nello stesso quadro potrebbero rientrare incentivi per pompe di calore, energia solare e geotermica e altri interventi capaci di ridurre strutturalmente i consumi.

Ma è fondamentale distinguere il progetto dalla misura già approvata: aliquote, requisiti, beneficiari e modalità operative dovranno essere definiti dai successivi provvedimenti.

Al momento, quindi, non esiste ancora un nuovo Ecobonus al 65% già utilizzabile dai cittadini.

Possibili nuovi aiuti per il trasporto pubblico

Un altro capitolo riguarda i trasporti.

La relazione indica l’intenzione di favorire l’utilizzo del trasporto pubblico, con particolare attenzione agli studenti.

L’obiettivo si inserisce in un quadro più ampio di riduzione dei consumi energetici e delle emissioni: spostare una parte della mobilità privata verso quella collettiva significa infatti ridurre la domanda di carburanti.

Una delle possibilità è integrare o rafforzare gli strumenti già previsti dal Piano sociale per il clima, dove è stato ipotizzato un contributo per il trasporto pubblico fino a 400 euro dal 2027.

Anche in questo caso, tuttavia, bisognerà attendere i provvedimenti attuativi per sapere quali categorie saranno effettivamente coinvolte e con quali soglie economiche.

Imprese: rinnovabili e aiuti a chi consuma più energia

Una parte consistente del pacchetto dovrebbe poi essere destinata al sistema produttivo.

La relazione punta a sostenere la produzione di energia da fonti rinnovabili, contenere i costi delle aziende maggiormente esposte alle oscillazioni dei prezzi e accompagnare la decarbonizzazione dell’industria.

Il problema è particolarmente delicato per le imprese energivore, perché un aumento consistente del costo dell’elettricità o del gas può incidere direttamente sulla competitività e sui prezzi finali dei prodotti.

Tra gli strumenti indicati compare anche una nuova Energy Release, insieme a misure per aumentare la produzione fotovoltaica, idroelettrica e di biometano.

L’obiettivo dichiarato non è quindi soltanto compensare temporaneamente le bollette più alte, ma aumentare l’offerta energetica e ridurre l’esposizione dell’economia italiana alle crisi internazionali.

Soldi anche per scuole, ospedali e università

Il pacchetto energetico avrebbe inoltre una componente importante di investimenti pubblici.

Una parte delle risorse dovrebbe finanziare l’efficientamento energetico di ospedali, scuole, università e impianti sportivi pubblici, oltre a interventi nel sistema ferroviario.

La logica è semplice: una struttura pubblica che consuma meno energia riduce stabilmente la propria bolletta e, quindi, la spesa necessaria negli anni successivi.

È uno degli aspetti che differenzia questo intervento dai bonus emergenziali utilizzati nelle precedenti crisi energetiche. In questo caso Bruxelles consente infatti maggiore flessibilità soprattutto per investimenti che aumentino nel tempo la sicurezza e la resilienza energetica.

Gli altri 14,4 miliardi vanno alla Difesa

La seconda metà dell’operazione riguarda invece il comparto militare.

Parliamo di circa 14,4 miliardi complessivi nel 2027 e nel 2028.

La relazione collega queste risorse al progressivo rafforzamento delle capacità operative e tecnologiche della Difesa italiana.

Non è una decisione isolata. L’Europa aveva già previsto una specifica flessibilità per consentire agli Stati membri di aumentare le spese militari in seguito al peggioramento del quadro internazionale. La clausola europea sulla Difesa può consentire una deviazione dal percorso della spesa netta fino all’1,5% del Pil annuo nel periodo previsto, anche se l’Italia ha scelto per il momento di utilizzarne una quota decisamente inferiore.

Il governo aveva inoltre già indicato l’obiettivo di utilizzare prevalentemente eventuali risorse aggiuntive per sistemi tecnologici difensivi e di sicurezza nazionale.

Non solo armamenti: una quota andrà anche al personale

La voce Difesa non significa esclusivamente acquisto di nuovi sistemi d’arma.

Secondo la relazione riportata da Fanpage, le risorse aggiuntive dovrebbero finanziare sia la componente corrente sia gli investimenti.

Nel primo caso rientrano personale, retribuzioni ed esigenze operative. Nel secondo, invece, il governo prevede il rifinanziamento di programmi di investimento pluriennali.

Ed è proprio su quest’ultimo punto che, al momento, mancano ancora diversi dettagli.

La relazione definisce infatti la cornice finanziaria, ma non contiene l’elenco completo dei singoli programmi militari che riceveranno le risorse.

Per sapere concretamente quanti soldi andranno al personale, quanti ai mezzi, quanti ai sistemi tecnologici e quanti alle altre capacità operative bisognerà attendere i successivi atti di stanziamento.

Sullo sfondo c’è l’impegno assunto nella NATO

Il piano si inserisce anche nella discussione europea sull’aumento delle spese militari.

Gli atti parlamentari italiani richiamano esplicitamente gli obiettivi assunti in sede NATO e la necessità di rafforzare le capacità di sicurezza nazionali ed europee.

Il punto politicamente più delicato è però la velocità con cui incrementare quelle risorse.

Ed è qui che il governo ha corretto la rotta rispetto alle ipotesi iniziali.

Giorgetti ha detto esplicitamente che, rispetto alle intenzioni di poche settimane prima, è stato ridimensionato lo sforzo per la Difesa.

Questo spiega perché il pacchetto finale sia perfettamente diviso a metà tra sicurezza energetica e sicurezza militare.

Perché il caro energia è diventato decisivo

Dietro la decisione c’è soprattutto il nuovo scenario internazionale.

Il quadro economico italiano del 2026 è stato pesantemente condizionato dalla crisi geopolitica e dalle conseguenze sui mercati energetici. Già nel Documento di finanza pubblica di aprile il Parlamento rilevava un contesto segnato dal conflitto con l’Iran, dalla riduzione dell’offerta di materie prime energetiche e da un effetto di tipo stagflativo: più inflazione e meno crescita.

Ed è proprio l’inflazione a rappresentare uno dei problemi maggiori per Giorgetti.

Quando salgono energia, carburanti e prezzi al consumo, non aumentano soltanto le spese delle famiglie. Crescono anche molti costi sostenuti dallo Stato e diventa più difficile rispettare il percorso della spesa pubblica concordato con Bruxelles.

Il ministro dell’Economia ha per questo invitato alla prudenza, parlando di un contesto particolarmente complesso nel quale fare previsioni diventa sempre più difficile.

I 29 miliardi non sono il tesoretto della Manovra

C’è infine un equivoco da evitare.

I quasi 29 miliardi non rappresentano 29 miliardi liberamente utilizzabili dal governo per finanziare tutte le promesse della prossima legge di Bilancio.

La flessibilità viene richiesta per finalità specifiche: resilienza e sicurezza energetica da una parte, sicurezza e Difesa dall’altra.

Non significa quindi che quelle risorse possano essere automaticamente trasferite, per esempio, al taglio dell’Irpef, alle pensioni o a qualsiasi altra misura della Manovra.

La legge di Bilancio 2027 dovrà continuare a trovare le proprie coperture all’interno di una cornice di finanza pubblica molto stretta.

Anzi, proprio Giorgetti ha insistito sulla necessità di mantenere un «approccio più prudente».

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Adesso la partita passa dal Parlamento

L’operazione, dunque, non è conclusa.

Il governo ha definito la dimensione dello scostamento e la destinazione generale delle risorse, ma il percorso previsto dalla legge richiede il coinvolgimento delle Camere. Lo stesso Parlamento, già il 5 agosto, aveva indicato al governo la strada per attivare la clausola nazionale di salvaguardia.

Solo dopo il completamento di questi passaggi e l’adozione dei provvedimenti specifici sarà possibile sapere quali misure entreranno effettivamente in vigore.

Il quadro politico e finanziario, però, adesso è molto più chiaro: quasi 29 miliardi di maggiore spazio fiscale in due anni, circa 14,4 miliardi per affrontare la crisi energetica e altri 14,4 miliardi per aumentare le capacità della Difesa.

Per le famiglie potrebbero arrivare incentivi sull’efficienza energetica e sui trasporti; per le imprese sostegni sulle rinnovabili e sui costi dell’energia; per il settore pubblico investimenti su ferrovie, scuole, ospedali e università. Parallelamente, miliardi aggiuntivi saranno destinati al personale e ai programmi pluriennali della Difesa.

La differenza rispetto a un normale pacchetto di aiuti è però sostanziale: queste risorse non arrivano gratuitamente dall’Europa. Lo Stato italiano ottiene maggiore libertà di spesa e la finanzia aumentando l’indebitamento rispetto al percorso ordinario.

Ed è proprio su questo equilibrio — quanto nuovo debito utilizzare per proteggere famiglie e imprese dal caro energia e quanto destinarne alla Difesa — che si concentrerà ora il confronto politico e parlamentare.

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