“In questo governo c’è poca pietà”. Andrea Scanzi sceglie una parola antica e potentissima — pietas — per leggere l’inizio del 2026 e, soprattutto, per inchiodare il governo Meloni a una critica che non è solo politica, ma culturale: non tanto una differenza di idee, quanto un diverso modo di intendere la democrazia, il potere e i suoi argini. Lo fa a In altre parole (La7), commentando la conferenza di fine anno della presidente del Consiglio e allargando poi lo sguardo al clima internazionale, tra le posizioni di Donald Trump e i grandi casi globali citati nella puntata.
Nel ragionamento di Scanzi, la “poca pietà” non riguarda un singolo provvedimento, ma un’impostazione: il potere come esercizio di forza, come volontà che si impone, e una fatica costante — quasi un’insofferenza — verso chiunque rappresenti un limite: opposizioni, sindacati, corpi intermedi, magistratura, istituzioni di garanzia. Un elenco che, nella sua lettura, descrive una tendenza: tollerare il contraddittorio finché è decorativo, respingerlo quando diventa vincolo.
La “pietas” come criterio politico: non è moralismo, è misura di civiltà
Scanzi aggancia la critica a un terreno insolito per la politica quotidiana: la pietas come stile e come bussola. Non è solo un richiamo etico: è un modo per dire che la politica non è fatta soltanto di potere e consenso, ma anche di responsabilità verso chi resta indietro, di capacità di ascolto e di rispetto delle fragilità. La puntata, infatti, collega questo tema anche alla poetica di Fabrizio De André, che Scanzi richiama come visione “inconciliabile” con le linee di governo.
In altre parole: se la pietas è la capacità di riconoscere l’umanità dell’altro, allora “poca pietà” significa, per Scanzi, un potere che tende a guardare la società come un campo di obbedienza, non come una comunità di diritti e bisogni.
La tendenza che Scanzi denuncia: il potere non sopporta chi gli pone confini
Il bersaglio centrale non è un singolo atto del governo, ma una “tendenza” che Scanzi descrive così: Meloni — nella sua lettura — sopporta male chi le pone dei limiti. E qui entrano in scena due categorie classiche della democrazia: sindacati e opposizione.
Il punto non è che un governo non possa entrare in conflitto con sindacati o opposizioni: è fisiologico. Il punto, per Scanzi, è il tono e l’impostazione: quando il dissenso viene trattato come intralcio, quando la critica viene ridotta a fastidio, quando l’idea stessa di contrappeso viene percepita come sabotaggio.
Questa è la chiave interpretativa che lui propone: il potere non come esercizio dentro regole e limiti, ma come investitura che pretende corsia preferenziale.
“Ho vinto le elezioni, posso fare tutto”: la democrazia ridotta a investitura
Nel suo intervento, Scanzi insinua una lettura molto netta dell’atteggiamento di Meloni: l’idea che il consenso elettorale non sia soltanto mandato a governare, ma quasi un “lavacro popolare” che autorizza a spingersi oltre. Il ragionamento, in sostanza, è questo: ho vinto → quindi posso fare ciò che voglio.
Ed è qui che arriva la critica più profonda: una democrazia non è solo maggioranza, è anche limiti, regole, rispetto delle minoranze, equilibrio tra poteri. Se l’idea diventa “la mia idea di democrazia dovrebbe essere più libera” — cioè più libera da vincoli — allora non è più solo un confronto tra programmi: è una tensione sul concetto stesso di Stato di diritto.
Quando il limite arriva dal Quirinale: Mattarella “amatissimo”, ma il freno dà fastidio
Tra i limiti che un governo incontra, quello più simbolico è il Presidente della Repubblica: non un avversario politico, ma una istituzione di garanzia. Nel ragionamento attribuito da Scanzi, quando Meloni ha davanti Mattarella lo chiama “amatissimo”, ma quel rispetto formale non cancellerebbe un dato: quando il Quirinale “mette il freno”, emergerebbe un fastidio, una scia di insofferenza.
È un punto sottile ma potente, perché parla del confine tra forma e sostanza: si può essere istituzionalmente corretti e allo stesso tempo trasmettere l’idea che i contrappesi siano un intralcio. È su questa linea che Scanzi colloca la sua accusa: il problema non è la lite tra poteri, ma il modo in cui si guarda ai poteri di garanzia — come parte dell’equilibrio o come ostacolo alla volontà politica.
Il quadro internazionale: Trump, Venezuela, Groenlandia e Minneapolis come clima culturale
L’intervento di Scanzi non resta chiuso nei confini italiani. La7 segnala che il suo commento sulla conferenza di Meloni si intreccia con il quadro internazionale: le posizioni di Donald Trump, l’invasione del Venezuela, le dichiarazioni sulla Groenlandia, gli avvenimenti di Minneapolis.
La logica è chiara: Scanzi vede un filo che unisce la politica interna a un clima globale più duro, più identitario, più “muscolare”, dove la leadership si misura anche sulla capacità di non arretrare, di non farsi limitare, di non concedere terreno. In questa cornice, la “pietas” diventa l’antitesi del mondo che descrive: non solo compassione, ma cultura del limite, della proporzione, della responsabilità.
Perché questa critica parla anche di sindacati e opposizioni
Quando Scanzi chiama in causa sindacati e opposizione, sta parlando del ruolo dei corpi che in democrazia servono a fare una cosa essenziale: ricordare che il potere non è proprietà di chi vince, ma mandato temporaneo dentro un sistema di regole.
Se un governo tende a leggere il conflitto sociale come fastidio e il dissenso politico come sabotaggio, allora la dinamica è sempre la stessa: il potere cerca di allargarsi, i limiti vengono percepiti come nemici. Ed è qui che, nella sua critica, nasce “la poca pietà”: non solo verso i fragili, ma verso l’idea stessa di pluralismo.
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L’intervento di Andrea Scanzi a In altre parole si muove su un terreno preciso: non tanto “Meloni ha torto”, ma “Meloni mostra un’idea di potere che tollera male i limiti”. La pietas, evocata anche attraverso De André, diventa il nome di ciò che mancherebbe: ascolto, misura, rispetto dei contrappesi, attenzione a chi non ha voce.
Il punto politico, alla fine, è questo: una democrazia non si giudica solo da chi governa, ma da come chi governa tratta chi lo limita. E se la tendenza è vivere sindacati, opposizione e istituzioni di garanzia come ostacoli da rimuovere, allora la “poca pietà” di cui parla Scanzi diventa una diagnosi: non sul carattere di una leader, ma sul rischio di una democrazia ridotta a investitura, dove il potere pretende di essere più libero… proprio perché è meno controllato.
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