Andrea Scanzi dà i Voti 2025 – Ecco chi blasta della politica italiana – L’INTERVENTO EPICO

Per Andrea Scanzi il 2025 è stato “palesemente orrendo”, soprattutto sul fronte della politica italiana. Nella sua puntata di Identikit (rubrica su Il Fatto Quotidiano) costruisce una carrellata di nomi e voti che non è solo una sequenza di battute: è un racconto amaro di come, a suo giudizio, una parte consistente della classe dirigente abbia contribuito a peggiorare clima, linguaggio e credibilità delle istituzioni.

Scanzi lo dice con ironia feroce: qui, tra “peggiori”, il materiale abbonda; la settimana successiva, quando toccherà ai “migliori (o meno peggio)”, potrebbe rischiare la pagina bianca.
Dentro questa cornice, le sue pagelle diventano una fotografia satirica (e politicamente schierata) del 2025: non soltanto chi governa, ma anche chi parla, chi urla, chi semplifica, chi normalizza il trash.

Salvini (1-): il leader “trapassato” che vive di caricatura

Il voto a Matteo Salvini, per Scanzi, è il segnale di un declino già scritto: politicamente “finito” dal Papeete 2019, ridotto a maschera, a personaggio che si ripete e non “ne becca mezza”. La critica non è solo al presente, ma alla traiettoria: un leader che, nella lettura di Scanzi, non riesce più a incidere e resta sospeso tra slogan e posture.
Poi la chiosa, tipicamente scanziiana: l’unica cosa “buona” fatta da Salvini in carriera sarebbe avergli fatto vendere molte copie del suo libro Il Cazzaro Verde.

Nordio (3): l’inadeguatezza trasformata in “talento”

Carlo Nordio viene giudicato con un 3: non perché manchino le uscite memorabili, ma perché – secondo Scanzi – ogni intervento sembra confermare una carenza di padronanza. Qui l’affondo è quasi paradossale: l’ignoranza “sistematica” diventa “un talento”.
Tra le “perle” citate da Scanzi resta il passaggio sulle carte in inglese, usato come simbolo di un modo di stare al ministero che, nel suo racconto, appare impacciato e autoassolutorio.

Lollobrigida (1,5): la gaffe permanente e la questione etica

Francesco Lollobrigida prende 1,5. Scanzi lo tratteggia come gaffeur seriale: credeva di essere imbattibile, ma ormai la concorrenza è ampia, persino nel “negativo”. E qui arriva la stoccata più seria: a margine della satira, Scanzi inserisce un giudizio etico severo su caccia, natura e mondo animale, parlando di un atteggiamento “intollerabile”.
È uno dei punti in cui la caricatura si interrompe e resta un’accusa: il problema non è solo l’imbarazzo, ma la visione.

Tajani (1): il “fuoriclasse” della bischerata

Antonio Tajani, per Scanzi, negli ultimi mesi diventa un atleta da record: “Federer della bischerata”, “Nurejev della belinata”, “Caravaggio del disastro”. La sua pagella è un elogio al contrario: un crescendo di uscite che culmina nel “saltello” sul coro “Chi non salta comunista è”, elevato a scena già “nella storia” del trash politico.
Qui il bersaglio è il linguaggio: la politica ridotta a tifo, a rituale da curva, con un ministro che – nel racconto di Scanzi – sembra più performer che istituzione.

Donzelli (0,5): poco più di una comparsa

Giovanni Donzelli si ferma a 0,5. Scanzi lo liquida in poche righe e con una battuta al vetriolo: “più ben pettinato che bravo”. E chiude con un “una prece”, come se il voto non richiedesse nemmeno motivazione ulteriore.
La sintesi è parte della condanna: l’insufficienza totale è data quasi per scontata.

Vannacci (1+): il problema è chi lo ascolta (e lo vota)

Roberto Vannacci prende 1+. Ma Scanzi sposta il fuoco: “il problema non è lui”, bensì il pubblico che lo segue e lo legittima. L’affondo è su un consenso che, secondo lui, rivela una responsabilità collettiva più che individuale. Aggiunge anche una nota territoriale: in Toscana, dice, per fortuna raccoglierebbe sempre meno.

Bandecchi (s.v.): oltre la soglia del dicibile

Stefano Bandecchi non riceve un voto numerico: “s.v.”, come se la pagella fosse inutile. Per Scanzi, il fatto stesso che uno così possa fare il sindaco è la prova di un Paese “oltre la canna del gas”.
Il passaggio più duro riguarda Gaza: Scanzi definisce “ripugnanti” le sue parole, e lo descrive come una versione “da discount” di Mussolini.
Qui la satira lascia il posto al disgusto: non è più il ridicolo, è il limite morale.

Bernini (3,5): lo “sbrocco” che rivela una natura poco democratica

Anna Maria Bernini prende 3,5. Scanzi collega il voto allo “sbrocco” ad Atreju, letto come rivelazione della “vera natura” – “diversamente democratica”, scrive – con quel “peccato” finale che suona come un’occasione persa o come la conferma di un’impostazione.

Delmastro (2-): il video manifesto di servilismo e maleducazione

Andrea Delmastro è da 2-. Scanzi cita un video in cui difende Meloni dopo il “saltello” anti-comunisti: la sua descrizione è una miscela di “nonsense”, “grettezza”, “servilismo” e “maleducazione”.
Poi l’affondo politico interno: se in Fratelli d’Italia Delmastro viene considerato “uno dei meno peggio”, scrive Scanzi, allora “figuratevi gli altri”.
La pagella qui diventa una critica per estensione: non è solo lui, è l’ambiente.

Urso (4-): comico involontario… con un ministero in mano

Adolfo Urso prende 4-. Scanzi lo dipinge come un generatore di ilarità: una lingua “tutta sua”, una grammatica che non segue logiche. Il paradosso è la chiusura: “solo che uno così fa il ministro”.
La risata, nel racconto, è amara: l’inadeguatezza non è innocua se governa.

Vespa (3): quando l’errore diventa “mito” mediatico

Bruno Vespa prende 3. Anche qui la pagella gioca sulla leggenda del lapsus e dell’attacco “a caso”: Scanzi cita l’uscita su Sinner e soprattutto il nuovo nome dato ad Alcaraz (“Alvarez”), consegnandolo – ironicamente – al mito.
Non è solo politica in senso stretto: è il potere del commentatore che, secondo Scanzi, contribuisce a degradare il discorso pubblico.

Picierno (1=): il Pd che “non deve essere” (ma spesso è)

Pina Picierno prende 1=. Scanzi la usa come simbolo di un certo Pd: quello che “non deve essere” e che invece, dice, ancora “non di rado” riemerge. E specifica che il voto è “estendibile” a una costellazione di nomi (Fassino, Guerini, Delrio, ecc.).
Il bersaglio è un’identità: un’area politica vista come zavorra culturale.

Roccella (0+): “quintessenza” dell’oscurantismo

Eugenia Roccella prende 0+. Scanzi la definisce la quintessenza dell’oscurantismo “più cieco e feroce” e la considera la parte più “disturbante” del governo. Il “+”, precisa, serve solo per distinguerla “in positivo” dal nome successivo.
È il giudizio più radicale sul piano valoriale: non incompetenza, ma idea di società ritenuta regressiva.

Renzi (0): il peggiore “per distacco”

Matteo Renzi chiude con 0 e, per Scanzi, è il fondo classifica: “il più sopravvalutato” e soprattutto un “trojan horse” del centrosinistra. Doveva fermarsi dopo il referendum del 2016, scrive; oggi sarebbe politicamente minuscolo ma ancora capace di produrre effetti distruttivi: “se te lo metti in casa, gli elettori scappano e la casa esplode”. E la sentenza finale è netta: “il peggiore di tutti. Per distacco.”

Meloni: la grande assente (per ora)

Giorgia Meloni viene citata, ma Scanzi rimanda il voto alla puntata successiva: “Eh no, per il suo voto dovrete aspettare la prossima settimana. Forse.”
La sospensione è parte della costruzione narrativa: lascia il nome più ingombrante in attesa, come cliffhanger politico.

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Il senso complessivo, nella scrittura di Scanzi, è chiaro: non è solo una lista di antipatie, ma una critica a un ecosistema fatto di slogan, gaffe, aggressività, improvvisazione e normalizzazione del trash. Il 2025 – nella sua lente – non è soltanto “un anno brutto”: è un anno in cui molti, ciascuno a modo suo, hanno contribuito a rendere più fragile la credibilità della politica e più povero il linguaggio pubblico.

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