Roma, 7 ottobre 2025 – Il successo mediatico della Global Sumud Flotilla e l’enorme partecipazione allo sciopero di venerdì hanno aperto una faglia profonda nel dibattito pubblico italiano. Da una parte chi sostiene la missione umanitaria diretta a Gaza, dall’altra chi – più o meno apertamente – la accusa di essere foraggiata da Hamas o di aver imbarazzato il governo Meloni. Un clima incandescente che si riflette soprattutto in televisione, dove talk show e programmi di approfondimento sono diventati il palcoscenico di polemiche, accuse e veri e propri scivoloni.
Il Fatto Quotidiano, attraverso la penna di Andrea Scanzi, ne fa una rassegna impietosa: tra sproloqui, deformazioni storiche e toni aggressivi, il giornalismo televisivo sembra sempre più trasformato in uno strumento di propaganda a difesa del governo e di Israele.
Capezzone, il “nemico numero uno” che attacca tutti
Il primo bersaglio della rassegna è Daniele Capezzone, ospite fisso nei talk show, che a Omnibus (La7) si è scagliato contro Benedetta Scuderi, definendola implicitamente “codarda”. Non contento, ha rilanciato la teoria della Flotilla “finanziata da Hamas”, già smontata da più fonti, e ha concluso regalando a Luca Telese l’epiteto di “fascista rosso”. Tutto questo coccolato dalla conduttrice Gaia Tortora, accusata da Scanzi di trattarlo “come un Dalai Lama in un raro scatto d’ira”.
Fubini e la lezione sbagliata di diritto internazionale
Peggio ancora è andata a Federico Fubini, che domenica a In Onda si è improvvisato esperto di genocidi. Il giornalista, celebre per i suoi errori in economia e geopolitica, ha affermato che il genocidio è realtà in Ucraina ma non a Gaza. Nel tentativo di confutare Francesca Albanese, ha addirittura confuso la Carta dell’Onu del 1945 con la Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio del 1948. Un errore macroscopico che ha fatto scivolare l’intervento nell’imbarazzo generale. Non pago, ha accusato Albanese di aver detto che l’attacco a Charlie Hebdo fosse “colpa del Mossad”, insulto gratuito e privo di fondamento. Quando Albanese ha lasciato lo studio – per impegni già annunciati – un ospite meloniano l’ha accusata di “scappare” per la citazione di Liliana Segre.
Molinari, il “sionismo cieco” e il tono soporifero
A Piazzapulita (La7), il direttore di Repubblica Maurizio Molinari ha offerto, secondo Scanzi, l’ennesima prova di “sionismo innamorato cieco”. Tra la celebrazione puerile del piano di pace di Trump e la delegittimazione della Flotilla, Molinari ha minimizzato le colpe storiche di Israele e spostato l’attenzione su figure istituzionali come Mattarella e il patriarca Pizzaballa. Il tutto con un tono monocorde e noioso, definito da Scanzi “una versione peggiore del Parenzo 1.0”.
Sechi e il desiderio di affondare la Flotilla
Il caso più clamoroso resta quello di Mario Sechi, ex capo comunicazione di Giorgia Meloni e oggi direttore di un quotidiano legato alla maggioranza. In diretta a Realpolitik (Rete 4), mentre la Flotilla veniva abbordata, ha definito la missione “una tragica pagliacciata” e ha aggiunto testualmente: “Spero che le barche vengano affondate”. Parole che, secondo Scanzi, mostrano un livello di cinismo e irresponsabilità incompatibile con chi occupa spazi quotidiani nei media.
Una frattura che si allarga
Gli esempi raccolti da Scanzi mostrano come il tema della Flotilla stia mandando in tilt l’informazione televisiva italiana. Tra chi si arrampica sugli specchi per difendere Israele e chi lancia insulti a Francesca Albanese o ai volontari della missione, emerge un quadro di totale disorientamento.
Il successo mediatico e simbolico della Flotilla ha infatti infranto una narrazione che, fino a poche settimane fa, sembrava blindata: quella di un’Italia compatta al fianco del governo Meloni e di Tel Aviv. Oggi, invece, il dibattito si è aperto – spesso con toni scomposti e deliranti – rivelando la frattura tra chi solidarizza con la missione umanitaria e chi preferisce etichettarla come “strumento di Hamas”.
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Conclusione
Gli scontri televisivi degli ultimi giorni dimostrano non solo il nervosismo crescente della maggioranza e dei suoi sostenitori mediatici, ma anche la difficoltà dell’informazione italiana a mantenere equilibrio e rigore quando in gioco ci sono temi di politica internazionale così divisivi. La Flotilla, nel bene e nel male, ha riportato Gaza e la questione palestinese al centro del discorso pubblico. E la televisione, come spesso accade, si è trasformata nello specchio deformante di un Paese spaccato.



















