Andrea Scanzi demolisce Meloni sul Referendum… E poi avvisa tutti che… Video

A “Otto e Mezzo” la risposta alla domanda di Gruber diventa un atto d’accusa: data anticipata, regole piegate alla convenienza e una logica “ho vinto, quindi posso tutto”

La domanda di Lilli Gruber è diretta, quasi chirurgica: se il referendum sulla riforma della giustizia rischia di trasformarsi in un voto su Giorgia Meloni, è un problema che la premier sente? La risposta di Andrea Scanzi, in studio a “Otto e Mezzo”, non gira attorno al punto: sì, lo sente. E proprio per questo – sostiene – il governo avrebbe scelto di blindare il calendario e anticipare la data del voto, stringendo i tempi e provando a congelare la dinamica che, in ogni referendum costituzionale, tende a ribaltarsi col passare delle settimane.

Scanzi non parla di un dettaglio tecnico, ma di una strategia politica. E la strategia, nella sua ricostruzione, è tanto semplice quanto aggressiva: fissare il referendum il 22-23 marzo non per ragioni neutrali, ma per impedire che il fronte del No completi quella “rimonta” che storicamente si produce quando l’opinione pubblica entra nel merito e smette di seguire l’inerzia iniziale.

“Si doveva aspettare almeno 90 giorni”: la data come primo atto politico

Il primo punto dell’attacco riguarda il metodo. Scanzi richiama una regola di prassi: in presenza di una raccolta firme promossa dal Comitato del No, si sarebbe dovuto attendere “almeno 90 giorni” dalla pubblicazione della legge in Gazzetta Ufficiale. “È sempre accaduto”, dice, e traduce quel criterio in una data concreta: avremmo dovuto aspettare almeno il 30 gennaio.

Il governo, invece, non aspetta. Decide subito. E, nella lettura di Scanzi, proprio questa scelta rivela il movente: se non aspetti il 30 gennaio e fissi immediatamente il voto, stai scegliendo di votare prima per un motivo preciso. Non perché “si può”, ma perché “conviene”.

“Votando prima blocchi la rimonta del No”: la manovra sul calendario

Il secondo punto è il più politico, e Scanzi lo esplicita con brutalità. Anticipare il referendum a marzo significa, secondo lui, “bloccare in qualche modo la rimonta del No”. Perché il meccanismo dei referendum costituzionali è noto: “parte con i Sì largamente avvantaggiati”. La ragione non è solo propaganda, è psicologia collettiva: all’inizio vince l’inerzia, la forza del governo, la spinta dell’apparato. Ma poi, “più aspetti, più il No rimonta”.

È qui che Scanzi inserisce il paragone più pesante: lo sa benissimo Matteo Renzi, sottolinea, alludendo a ciò che accadde nel 2016. E da quel precedente ricava un’accusa: Meloni ha imparato la lezione e vuole evitare di lasciare tempo all’opposizione e ai comitati di costruire una campagna capace di scardinare il vantaggio iniziale del Sì.

Non a caso insiste: si vota a marzo, “metà marzo”, 22-23 marzo per l’esattezza, e non a metà aprile o addirittura maggio, che sarebbe stato plausibile se si fossero rispettati tempi più lunghi. L’obiettivo, nella sua analisi, è impedire che il No maturi e si allarghi.

“Meloni è più scaltra di Renzi, ma se perde ne esce peggio”

Scanzi non nasconde la dimensione politica del voto: il referendum rischia di diventare un referendum su Meloni, e questo per la premier è un problema serio. Infatti, pur dicendo che non si dimetterà anche se perdesse, Scanzi suggerisce che non basterebbe a neutralizzare il colpo: se la riforma venisse bocciata, “ne uscirebbe molto peggio”.

È un punto decisivo: la promessa di non dimettersi, nella lettura di Scanzi, non elimina la natura politica del referendum. La trasforma semmai in una scommessa ancora più pericolosa: se perdi e resti, resti indebolita, esposta, con una sconfitta certificata dal voto popolare su una riforma identitaria.

“Io voterò No”: il giudizio sul merito e sulle motivazioni

Scanzi chiarisce la sua scelta: “Io ovviamente andrò a votare” e “voterò No”, richiamando le motivazioni già emerse nel dibattito. Non entra qui nella tecnicalità della riforma, ma aggancia il merito a un principio politico: non si può ridisegnare l’equilibrio tra poteri inseguendo una logica di parte, e soprattutto non si può farlo comprimendo il tempo del confronto democratico.

La scelta del No, per come la presenta, è una scelta di opposizione alla riforma e insieme al metodo con cui il governo sta gestendo il percorso referendario.

“Ho vinto, quindi posso tutto”: l’accusa più grave, quella sulla cultura democratica

Il passaggio più duro arriva alla fine, quando Scanzi fa un salto dal calendario alla visione di potere. La sua tesi è netta: il governo sarebbe convinto “ideologicamente e sentimentalmente” che la vittoria elettorale funzioni come un “lavacro popolare” che autorizza a fare qualsiasi cosa.

In quel paradigma, vincere le elezioni non significa rispettare più scrupolosamente le regole democratiche, ma pretendere che nessuno “rompa le scatole”, soprattutto quegli organismi nati per controllare il potere esecutivo. Qui, nella sua ricostruzione, sta la radice del problema: non il singolo referendum, ma una postura costante del governo verso i contrappesi.

Ed è qui che l’attacco diventa complessivo: la questione non è solo “quando” si vota, ma “come” si concepisce la democrazia. Se i controlli vengono vissuti come ostacoli illegittimi e non come elementi essenziali dello Stato di diritto, allora – suggerisce Scanzi – ogni riforma istituzionale diventa sospetta, perché si muove dentro un’idea proprietaria del potere.

Il post social: “Ricorso al Tar contro il blitz sulla data. Che governo senza pudore”

A rafforzare ulteriormente questa lettura, nelle ore successive alla trasmissione, è arrivato anche un post sui social di Andrea Scanzi, che rende esplicita l’accusa al governo. Scanzi parla apertamente di una scelta fatta “prima che finisse la raccolta firme”, sostenendo che Giorgia Meloni si sia “fregata dei cittadini” fissando la data del referendum mentre il Comitato del No è ancora al lavoro. Una mossa che, paradossalmente, avrebbe prodotto l’effetto opposto: la raccolta firme – scrive – è arrivata rapidamente a 385 mila sottoscrizioni, con l’obiettivo delle 500 mila entro il 30 gennaio ormai a portata di mano. Nel post Scanzi dà conto anche del ricorso al TAR presentato dai promotori per “bloccare il blitz del governo sulla data del voto”, con l’impugnazione della delibera del Consiglio dei ministri che ha fissato le urne al 22 e 23 marzo. “Sarà dura cambiare data e far rispettare le regole, ma è giusto provarci”, conclude, prima di una chiosa durissima che riassume il senso dell’intera polemica: “Che governo senza pudore”.

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Nella risposta a Gruber, Scanzi non fa solo propaganda per il No: descrive una dinamica di potere. La data del 22-23 marzo non sarebbe un dettaglio organizzativo, ma un’arma politica scelta per arrivare al voto prima che il No si strutturi, cresca e diventi maggioritario. E, insieme, sarebbe la conferma di un modo di governare che confonde la legittimazione elettorale con una licenza di fare qualsiasi cosa, ridimensionando regole, prassi e bilanciamento tra poteri.

Se questa lettura è corretta, il referendum non è soltanto un giudizio sulla riforma della giustizia: è un test sul metodo democratico del governo. E, paradossalmente, proprio la corsa a votare “prima” finisce per rendere più credibile l’accusa di Scanzi: chi anticipa la partita, spesso lo fa perché teme come potrebbe finire se si giocasse fino in fondo.

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