Nel suo editoriale sul Fatto Quotidiano, Andrea Scanzi ha dedicato una lunghissima stoccata ad Antonio Tajani, trasformandolo – più ancora del solito – nel simbolo di un governo che, a suo dire, assomiglia più a una compagnia di comici involontari che a una squadra di governo.
L’articolo non è solo una bordata personale: è un catalogo di scivoloni, contraddizioni, uscite surreali che, messi in fila, raccontano molto del clima politico attuale.
Un governo-Armata Brancaleone
Scanzi parte da una premessa brutale: questo esecutivo, “fatte salve rarissime eccezioni”, non sarebbe propriamente un governo, ma una sorta di Armata Brancaleone composta da “comici involontari di scarsissimo livello”.
Secondo il giornalista, dentro la maggioranza esisterebbe una gara quotidiana alla gaffe più clamorosa, una competizione in cui ministri e sottosegretari si sfidano a colpi di dichiarazioni improbabili, errori grossolani e scivoloni comunicativi.
In questo campionato del disastro retorico, Scanzi cita:
Lollobrigida, descritto come fuoriclasse nell’incapacità politica e nella comunicazione disastrosa;
Nordio, evocato con l’immagine ironica del “giro di spritz”;
Valditara, dipinto come il preside severo di una scuola anni ’20, più attento alla disciplina che alla modernità;
Urso, accusato di parlare un “grammelot” incomprensibile, tanto da diventare materiale perfetto per Crozza;
Roccella e Montaruli, inserite nella “top ten” del comunicatore catastrofico: la prima vista come emblema dell’oscurantismo, la seconda come saltimbanca fuori da ogni logica;
Musumeci, che arriva a confondere il terremoto dell’Irpinia con quello di Amatrice, nonostante ricopra il ruolo delicatissimo di ministro della Protezione civile.
Questo quadro serve a preparare il terreno: in mezzo a tanti protagonisti del disastro comunicativo, ce n’è uno che, agli occhi di Scanzi, li supera tutti.
Tajani, il “campione dei campioni”
Il bersaglio principale dell’editoriale è infatti Antonio Tajani, ministro degli Esteri e leader di Forza Italia.
Scanzi lo tratteggia con una serie di immagini volutamente impietose: un carisma da “betulla lessa”, un passato da guida dei giovani monarchici, uno sguardo perennemente sospeso tra l’imbarazzo e l’indecisione.
È il modo – squisitamente satirico – per dire che Tajani, al di là dei ruoli ricoperti, non trasmette autorevolezza, né sul piano politico né su quello comunicativo. E tuttavia, proprio per questo, sarebbe diventato il protagonista assoluto di questa stagione di gaffe governative.
Gaza, Iacchetti, diritto internazionale: le uscite più contestate
Scanzi elenca una serie di episodi recenti in cui Tajani, a suo giudizio, ha offerto il meglio del peggio.
1. La telefonata a Israele
Il primo riguarda la guerra a Gaza.
Tajani, pur riconoscendo che l’azione israeliana stava forse “esagerando”, si sarebbe presentato come il ministro pronto a telefonare personalmente a Tel Aviv per dire “adesso basta”.
La caricatura di Scanzi è evidente: l’idea di un capo della diplomazia italiana che si immagina risolutore di un conflitto drammatico con una telefonata appare, nella sua ricostruzione, quasi infantile.
2. L’attacco a Enzo Iacchetti
Poi c’è l’episodio con Enzo Iacchetti, reo – secondo Tajani – di dire “bugie”.
Scanzi sottolinea come il ministro non specifichi esattamente quali bugie, trasformando la polemica in una sorta di reprimenda vaga e risentita, più da talk show che da figura istituzionale di primo piano.
3. “Il diritto internazionale conta fino a un certo punto”
C’è poi la frase pronunciata nello studio di Bruno Vespa: il ministro sostiene che il diritto internazionale conta, “ma fino a un certo punto”.
Per Scanzi è un passaggio devastante: una formula del genere, se detta da uno studente di giurisprudenza, verrebbe stroncata all’istante; se a pronunciarla è il ministro degli Esteri, diventa addirittura applaudita in certi ambienti, segno – secondo il giornalista – di un impoverimento drammatico del dibattito pubblico.
4. Il voto sull’immunità di Ilaria Salis
Altro passaggio-chiave: il caso Ilaria Salis.
Tajani annuncia che voterà per confermare l’immunità parlamentare dell’eurodeputata, ma il giorno dopo cambia posizione e si accoda alla linea di Lega e Fratelli d’Italia, votando per togliergliela.
Per Scanzi, è l’esempio perfetto di un “garantismo a giorni alterni”, piegato alle convenienze interne della maggioranza: il ministro non difenderebbe un principio, ma si adeguerebbe alla disciplina di coalizione dopo le “tirate d’orecchie” degli alleati.
5. Il “Tajani jumping” in Campania
Nel repertorio non manca il momento più grottesco: il cosiddetto “Tajani jumping”, la performance fisica e un po’ surreale con cui il leader di Forza Italia si è esibito durante la campagna elettorale in Campania, saltellando sul palco.
Per Scanzi è la sintesi perfetta della comunicazione di questo governo: un misto di imbarazzo, autoironia involontaria e totale mancanza di misura, culminato peraltro in una sconfitta elettorale nella stessa regione.
Il “capolavoro” sul Ponte sullo Stretto: via di fuga in caso di guerra
Il culmine, secondo l’editoriale, arriva con l’ultima “genialata”: le dichiarazioni di Tajani sul Ponte sullo Stretto di Messina.
Il ministro sostiene che il ponte servirebbe anche a garantire l’evacuazione e la sicurezza in caso di un ipotetico attacco da Sud, richiamando il “fianco Sud della Nato”.
Per Scanzi è “la Gioconda delle boiate”.
Le domande retoriche si sprecano:
Chi dovrebbe attaccarci da Sud? Potenze straniere, entità indefinite, eserciti immaginari?
E in uno scenario di guerra reale, perché mai un eventuale nemico lascerebbe intatto proprio il ponte, permettendo la fuga di truppe e civili?
La scena che ne deriva è volutamente paradossale: i siciliani che corrono sul mitico ponte di Salvini come in un film post-apocalittico, mentre intorno c’è l’Armageddon. Un’immagine che, nella ricostruzione di Scanzi, non ha bisogno di ulteriori commenti per rivelare tutta la sua fragilità logica.
Il problema non è (solo) la gaffe: è la credibilità delle istituzioni
Al di là del tono caustico, l’editoriale di Scanzi tocca un punto serio:
quando a collezionare gaffe e dichiarazioni spericolate è un semplice personaggio televisivo, si ride e si passa oltre; quando a farlo è il ministro degli Esteri di un Paese del G7, la questione cambia.
Tajani, in quanto titolare della Farnesina, è:
il volto ufficiale della politica estera italiana;
l’interlocutore di governi, ambasciatori, istituzioni internazionali;
colui che dovrebbe pesare ogni parola, perché una frase mal calibrata su Gaza, sull’immunità parlamentare, sul diritto internazionale o sul Ponte sullo Stretto non è solo materia da satira, ma messaggio politico all’estero e all’interno.
Quando il responsabile della diplomazia appare – nella lettura di Scanzi – come protagonista di un cabaret permanente, il rischio è che a perdere credibilità non sia solo lui, ma l’intero Paese che rappresenta.
Satira o cronaca? Il confine che si fa sottile
Un altro punto implicito dell’editoriale è il rapporto tra satira e realtà.
Scanzi lo dice apertamente: lui si sforza di fare satira, ma ormai sembra che i protagonisti della scena politica facciano tutto da soli.
Il paradosso è che molte battute sembrano limitarsi a descrivere letteralmente ciò che è accaduto, senza neanche bisogno di esagerare. Quando un ministro parla di diritto internazionale “valido fino a un certo punto” o di un ponte usato per fuggire da un attacco alla Nato, la caricatura è già incorporata nella notizia.
È la fotografia di una politica che, agli occhi di una parte dell’opinione pubblica, appare sempre meno seria e sempre più simile a un format comico, dove i protagonisti non sono consapevoli del ruolo grottesco che interpretano.
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Conclusione: il segnale dietro la risata
L’editoriale con cui Scanzi “asfalta” Tajani è feroce, a tratti spietato, pieno di immagini volutamente esagerate. Ma dietro la risata c’è un messaggio preciso:
se il governo viene percepito come un’Armata Brancaleone di improvvisatori,
se il ministro degli Esteri diventa un personaggio più da monologo teatrale che da vertice diplomatico,
se le scelte su guerra, diritti, infrastrutture e giustizia sono accompagnate da argomentazioni sconclusionate,
allora la satira non è più solo un gioco, ma un modo di raccontare un problema reale di serietà e di competenza.
Tajani, nel pezzo di Scanzi, è il “campione dei campioni” di questo modo di fare politica: l’uomo che, tra un salto sul palco e un ponte usato come via di fuga contro un attacco indefinito, finisce per incarnare tutte le contraddizioni di un governo che sembra non accorgersi di quanto ogni parola – soprattutto in politica estera – pesi sul futuro del Paese.
E la conclusione, neanche troppo nascosta, è che finché i protagonisti continueranno ad alimentare questo teatrino, *la critica e la satira non avranno mai bisogno di inventare nulla: basterà limitarsi alla cronaca.*



















