La scintilla: Elio Germano e la cultura sotto attacco
Tutto è cominciato con le parole di Elio Germano pronunciate al Quirinale in occasione dei David di Donatello, dove ha ricevuto il premio per il film Enrico Berlinguer, la grande ambizione. L’attore, noto per il suo impegno civile e per la sua chiarezza espressiva, ha criticato l’impostazione culturale del governo Meloni, sollevando un tema tanto ricorrente quanto scomodo: l’egemonia culturale e la visione ideologica della produzione artistica.
A quelle parole ha risposto con forza il ministro della Cultura Alessandro Giuli, accusando Germano e in generale il mondo del cinema “di sinistra” di approfittare dei fondi pubblici senza generare successi al botteghino. Una risposta che ha fatto discutere, soprattutto per i toni e per il contenuto.
Scanzi: “Giuli ha reagito da rosicone”
Andrea Scanzi, ospite del talk Accordi&Disaccordi sul Nove, non ha usato mezzi termini: “Quella del ministro Giuli è stata una reazione da rosicone e frignona”. Il giornalista ha difeso il diritto degli artisti a esprimere opinioni politiche e sociali, ricordando che la storia del cinema italiano è piena di figure impegnate, da Gian Maria Volonté a Elio Petri, passando per Bertolucci.
“Se un artista si espone, bisogna rispondere nel merito alle critiche. Il governo invece ha accusato Germano di fare film finanziati che non incassano abbastanza. Ma allora Elio Petri non valeva nulla perché non faceva cassetta? Bertolucci culturalmente vale meno di Alvaro Vitali perché faceva meno incassi? È un discorso scivoloso e sbagliato”, ha detto Scanzi.
Cinema e politica: la destra è in ritardo culturale
Scanzi ha poi puntato il dito contro la cronica assenza della destra italiana nei grandi nomi della cultura: “Negli ultimi cinquant’anni, la destra non ha prodotto quasi nulla nel cinema. Se proviamo a fare il gioco ‘chi sono i grandi registi o musicisti di destra?’, non arriviamo a tre”. E ha aggiunto: “Non è una congiura se l’egemonia culturale è di sinistra. È che la destra, semplicemente, ha partorito poco. E quel poco spesso è stato isolato”.
Un’analisi che va ben oltre il caso Germano-Giuli e che tocca un nervo scoperto: la difficoltà strutturale della cultura conservatrice a imporsi nei linguaggi artistici contemporanei. “Quando la destra sente parlare di cultura reagisce come il cane di Pavlov: grida all’egemonia, si indigna, ma non propone alternative”.
Giordano Bruno Guerri e la critica al governo Meloni
Tra le righe del suo intervento, Scanzi ha anche criticato le scelte del governo Meloni in ambito culturale: “Giordano Bruno Guerri sarebbe stato un ottimo ministro della Cultura: intelligente, colto, indipendente. Ma proprio per questo non è stato scelto. Al suo posto prima Sangiuliano, adesso Giuli: figure più gestibili, ma meno capaci. E Giuli, che è un uomo intelligente, sa di soffrire per questa lacuna culturale del suo schieramento”.
Secondo Scanzi, il problema è proprio questo: una destra che vorrebbe contare di più nella cultura, ma che ha scelto di non investire in competenze e libertà intellettuale, preferendo il controllo politico alla qualità.
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Conclusione: il nodo della cultura resta irrisolto
L’attacco di Scanzi è frontale e solleva un tema che va oltre la polemica del giorno: può un governo pretendere di governare anche la cultura senza averla mai realmente nutrita? Può una parte politica che ha prodotto poco lamentarsi dell’egemonia altrui?
Nel dibattito su Germano, Giuli e la cultura, si riflette una frattura profonda: tra chi la cultura la considera un terreno di libertà e chi, invece, pretende di riportarla all’ordine politico. In questo scontro, Andrea Scanzi ha scelto da che parte stare.
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