Andrea Scanzi, giornalista e volto televisivo del Fatto Quotidiano, durante la puntata di Otto e Mezzo è intervenuto sul discusso video del comizio di Giorgia Meloni, definendo quanto accaduto “uno dei punti più bassi della politica recente”. La premier, salita sul palco tra cori, slogan e toni da curva, ha scatenato un dibattito nazionale non solo sull’opportunità di certi comportamenti, ma sul modello comunicativo adottato dal governo.
“Non è da Presidente del Consiglio”: la critica diretta
Nel suo intervento, Scanzi non ha usato giri di parole:
“Forse piace al suo elettorato, altrimenti non lo farebbe, ma non è qualcosa da Presidente del Consiglio, né da politico serio.”
Il giornalista ha sottolineato l’incompatibilità tra il ruolo istituzionale che Meloni ricopre e il tono usato sul palco, definendolo un mix di improvvisazione, cabaret e identitarismo populista.
Berlusconismo 2.0
Una parte centrale della riflessione riguarda l’eredità politica e comunicativa del berlusconismo:
“Quando Berlusconi faceva barzellette sguaiate, le corna ai leader stranieri, o comportamenti grotteschi, molti si indignavano. Ma una parte del Paese rideva e lo percepiva come uno ‘di loro’. Qui accade la stessa cosa.”
Secondo Scanzi, Meloni non sta innovando, ma riproponendo un modello già consolidato: ridurre la politica a spettacolo, e lo spettacolo a consenso emotivo.
Il coro “Chi non salta comunista è”: simbolo di una retorica vuota
Uno dei punti più duri dell’intervento riguarda il coro sentito al comizio:
“Nel 2025 ancora sentiamo ‘chi non salta comunista è’? Chi sarebbero questi comunisti? Schlein? Bonelli? Conte? Non esistono.”
Per Scanzi, si tratta di un nemico immaginario utile a cementare identità politica e creare appartenenza attraverso un linguaggio semplice e divisivo.
Popolo vs élite: la chiave narrativa del governo
Il giornalista ha evidenziato come Meloni utilizzi consapevolmente una retorica anti-elitista:
“Quando fa così, manda un messaggio preciso: io non sono snob. Io sono popolare. Io sono come voi.”
Una contrapposizione che, secondo Scanzi, ha una funzione precisa: spostare l’attenzione dalle difficoltà di governo verso uno scontro culturale permanente.
La riflessione finale di Andrea Scanzi riassume il punto centrale:
“Per molti è volgare, per una parte del pubblico è vicinanza. Ma resta una domanda: possiamo accettare che la principale carica dello Stato trasformi la politica in cabaret?”
L’intervento ha riacceso uno scontro ormai abituale: quello tra chi difende la spontaneità comunicativa della premier e chi, come Scanzi, vede in quel linguaggio un lento processo di degradazione istituzionale.
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In filigrana, dietro il coro da stadio e il registro da cabaret, il giudizio di Scanzi tocca un punto più profondo: non è in discussione solo il gusto personale o lo stile di una leader, ma il confine stesso tra rappresentanza istituzionale e intrattenimento permanente. Se la presidente del Consiglio legittima un linguaggio da curva, fondato su nemici immaginari e slogan svuotati di senso, quel modello diventa automaticamente spendibile per chiunque verrà dopo di lei, abbassando in modo strutturale l’asticella del discorso pubblico.
È qui che si consuma, secondo il giornalista, il vero rischio politico: una democrazia che si abitua alla politica-spettacolo finisce per giudicare i governi più sulla base del tifo che dei risultati. Il comizio contestato non è solo “una caduta di stile”, ma il sintomo di una trasformazione più ampia, in cui l’applauso del pubblico conta più della responsabilità del ruolo. La domanda finale, allora, non riguarda solo Giorgia Meloni, ma tutti: quanto siamo disposti a sacrificare la dignità delle istituzioni in cambio di qualche minuto di show in più?



















