Il referendum confermativo sulla riforma della giustizia entra nella sua fase più delicata: quella in cui i numeri dei sondaggi iniziano a pesare quanto – e forse più – delle argomentazioni di merito. E proprio sui numeri, oltre che sul clima mediatico che li accompagna, interviene Andrea Scanzi con un post destinato a far discutere. Il giornalista e opinionista parla di testa a testa tra “Sì” e “No”, segnala la conferma arrivata dal sondaggio SWG per La7 e, soprattutto, mette in guardia i cittadini: secondo lui, da qui al voto, governo e apparati comunicativi faranno di tutto per orientare l’esito, anche attraverso una strategia di “disinformazione” che avrebbe nel servizio pubblico un terreno privilegiato.
“Testa a testa”: il dato politico che cambia il racconto del referendum
Il punto di partenza di Scanzi è il quadro che emerge da molte rilevazioni: la distanza tra le due opzioni si sarebbe ridotta fino ad arrivare a una sorta di parità. Nel suo ragionamento, questo elemento ha un significato politico preciso: se fino a poche settimane fa – scrive – il divario appariva “abissale”, adesso la partita torna aperta. E quando una consultazione si avvicina al pareggio, il referendum smette di essere un esercizio tecnico e diventa un terreno di scontro frontale.
È qui che Scanzi colloca il suo avvertimento: la riduzione del gap non rappresenterebbe solo “una buona notizia” per il fronte del No, ma anche un segnale che può far scattare una reazione. In altre parole: se davvero la sfida è bilanciata, aumentano la pressione e il livello di conflitto.
Il cuore dell’allarme: “Da ora in poi faranno di tutto per vincere”
Nel post, Scanzi usa un linguaggio volutamente netto: sostiene che da questo momento in avanti “il governo e i suoi giannizzeri” agiranno con ogni mezzo per portare il referendum dalla loro parte. È un’accusa politica, non una sfumatura: non parla di semplice campagna elettorale o di confronto, ma di un’azione spinta e aggressiva, orientata a “vincere” più che a spiegare.
Il passaggio più duro riguarda l’idea che questa spinta non si limiterà alla propaganda tradizionale, ma includerà – secondo lui – una componente di disinformazione. E qui Scanzi inserisce un tema che ormai accompagna molti scontri politici: la gestione del racconto mediatico, la selezione delle notizie, la costruzione delle priorità.
“Soprattutto in tv e soprattutto in Rai”: la denuncia sul servizio pubblico
La parte più sensibile del messaggio è quella in cui Scanzi indica un canale privilegiato della presunta pressione comunicativa: la televisione, e in particolare la Rai. Per Scanzi, la fase finale del referendum sarebbe dominata da un messaggio martellante, capace di “spostare” l’opinione pubblica non tanto con dati e contenuti, quanto con una narrazione ripetuta, semplificata, polarizzante.
Nel suo schema, la Rai viene descritta come il luogo dove l’influenza può diventare più decisiva, perché il servizio pubblico entra nelle case con un’autorevolezza percepita e con una presenza quotidiana che nessun altro mezzo ha. È un’accusa che, proprio perché tocca la Rai, tende a generare una reazione a catena: da un lato chi la condivide la userà per sostenere l’idea di una “macchina” governativa sulla comunicazione; dall’altro chi la respinge parlerà di complottismo e di delegittimazione preventiva delle istituzioni.
Il messaggio ai cittadini: “Non fatevi fregare”
Scanzi non si limita alla denuncia: chiude il post con un invito diretto ai cittadini. Dice che l’obiettivo sarebbe “rinco….” (lo scrive con un’espressione volutamente provocatoria) e che occorre non farsi manipolare. Tradotto in chiave politica, è un appello alla vigilanza: informarsi, confrontare fonti, non fermarsi ai titoli, riconoscere la differenza tra informazione e narrazione.
È anche un modo per spostare il referendum su un terreno ancora più ampio della riforma della giustizia: la fiducia nei media, la percezione della neutralità del servizio pubblico, il ruolo della propaganda nell’era della polarizzazione permanente.
Referendum come plebiscito: la posta in gioco oltre la riforma
Il sottotesto del post di Scanzi è chiaro: se davvero il margine tra Sì e No è ridotto, il referendum rischia di essere vissuto – e raccontato – come un giudizio complessivo sul governo. In questi casi, le campagne diventano più dure perché l’esito non viene letto solo come “approvazione o bocciatura di un testo”, ma come rafforzamento o indebolimento dell’esecutivo.
Ed è anche il terreno su cui il fronte del No prova spesso a muoversi: trasformare la consultazione in un segnale politico generale, mentre il fronte del Sì tende a presentarla come un passaggio “necessario” e “di sistema”. Due narrazioni che raramente convivono: una cancella l’altra.
Leggi anche

Bufera sul Ministro Salvini – In diretta TV su Rai: “In provincia di Napoli vivono nella me…” Video
Le parole pronunciate in diretta televisiva hanno acceso immediatamente la polemica. Durante la trasmissione Ore 14 su Rai2, il leader
Il post di Andrea Scanzi arriva in un momento in cui il referendum si avvicina alla fase decisiva: quando i sondaggi si restringono, le parole diventano più taglienti, e la campagna smette di essere un confronto lineare per assomigliare a una guerra di posizionamento.
Il suo avvertimento ai cittadini ha una doppia funzione: mobilitare chi teme che il servizio pubblico venga usato come leva politica e, allo stesso tempo, costruire una cornice preventiva su ciò che accadrà nelle settimane successive. Se il clima si incendierà davvero, Scanzi potrà dire “ve l’avevo detto”; se invece il confronto resterà più ordinato, i suoi avversari gli rinfacceranno l’eccesso.
In ogni caso, il segnale è netto: per Scanzi, il referendum non si giocherà solo nelle urne, ma anche – e forse soprattutto – nella battaglia sulla percezione, sulla narrazione e sull’informazione. E la Rai, per come la mette lui, sarà uno dei campi principali di questa partita.



















