Durante l’ultima puntata di Accordi e Disaccordi, il talk politico in onda su Nove condotto da Luca Sommi, Andrea Scanzi ha espresso un giudizio netto e appassionato sul comportamento dei principali leader italiani rispetto alla crisi umanitaria in corso nella Striscia di Gaza. Al centro del dibattito, l’ennesima escalation militare prefigurata da Benjamin Netanyahu e il silenzio della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, duramente criticato da Giuseppe Conte in una dichiarazione trasmessa durante la puntata.
Il monito di Conte: “Mi vergogno del silenzio della Meloni”
Sommi introduce il tema con chiarezza: “Il fatto è questo: quello che ha deciso Netanyahu sull’ulteriore invasione di Gaza ha suscitato reazioni forti in tutta Europa. Ma in Italia, Giuseppe Conte ha accusato Giorgia Meloni di non aver detto una sola parola in proposito”.
Segue la dichiarazione dell’ex presidente del Consiglio, oggi leader del Movimento 5 Stelle: “Netanyahu prefigura una massiccia invasione e occupazione, e Giorgia Meloni non dice una parola. Io mi vergogno. Ma come si fa, con quale dignità ci si professa madre cristiana e si assiste a questo sistematico sterminio senza dichiarare nulla? Perché? Per affinità ideologica? Perché Netanyahu è di destra, di ultradestra? Ma qui siamo alla totale follia, alla distruzione del senso di umanità”.
Scanzi: “Parole giuste, anzi troppo garbate. E il silenzio della Meloni è vergognoso”
Andrea Scanzi prende la parola subito dopo, e non risparmia stoccate al governo. “Do un voto molto alto alle parole di Conte, direi un bel 7 e mezzo, che potrebbe anche essere di più. Ha dato voce – credo – al pensiero, o almeno alla coscienza, di molti italiani. Perché quello che sta succedendo a Gaza è la morte dell’umanità”.
Il giornalista del Fatto Quotidiano si sofferma anche sul confronto avvenuto in trasmissione tra Michela Ponzani e Alessandro Orsini: “Un dibattito tra due persone intelligenti, ma non condivido Michela quando ha rifiutato la parola genocidio. Quello che vediamo è un genocidio pianificato, ostentato, e l’Occidente continua a tacere”.
Parole durissime anche nei confronti dell’Europa e dei suoi vertici: “Purtroppo, l’Europa non fa nulla. E il silenzio della Meloni e del suo governo è ancora più inaccettabile se si considera che dieci anni fa era molto diversa. All’epoca parlava apertamente di Gaza, criticava Israele. Ma oggi, da presidente del Consiglio, ha scelto di accodarsi al silenzio complice dell’Occidente”.
Il cambio di rotta della Meloni e l’imbarazzo dell’Occidente
Per Scanzi, la trasformazione politica di Giorgia Meloni è evidente. Non solo nei toni e nei temi, ma anche nelle sue scelte strategiche. “Ora Netanyahu è il leader di un governo di estrema destra, e Meloni non può permettersi – per convenienza geopolitica – di criticarlo. Ma questo non è realismo politico: è viltà morale. Si sta massacrando un popolo, e chi ha responsabilità istituzionale ha il dovere di parlare, non di tacere”.
Il monologo di Scanzi mette in discussione anche l’impostazione occidentale del dibattito pubblico: “Siamo sempre pronti a indignarci a senso unico, ma di fronte a una strage come quella di Gaza diventiamo improvvisamente prudenti, vaghi, neutrali. Troppo spesso, l’umanità si piega alle ragioni della geopolitica”.
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Conclusione: il dovere della parola
L’intervento di Andrea Scanzi ad Accordi e Disaccordi riaccende una questione centrale e tutt’altro che retorica: quanto vale la parola, in politica, quando il silenzio equivale a complicità? In un contesto come quello della Striscia di Gaza, dove ogni giorno si registrano morti civili, sofferenza e violazioni dei diritti umani, il giudizio morale non può essere sospeso per ragioni di opportunità diplomatica.
Giuseppe Conte, secondo Scanzi, ha avuto il merito di parlare, di rompere il silenzio. Giorgia Meloni, invece, si sarebbe nascosta dietro il peso della convenienza e della vicinanza ideologica. Ma, come ricorda Scanzi, “non si può governare l’Italia professandosi madre cristiana e poi tacere di fronte a uno sterminio”.
Quando a essere colpita è l’umanità stessa, il minimo che si possa pretendere da chi guida un Paese è una parola chiara, netta, coraggiosa. Anche – e soprattutto – se è scomoda.
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