Andrea Scanzi senza se senza ma fa a polpette Luigi Di Maio – Ecco cosa gli dice – ASSURDO!

Andrea Scanzi torna a colpire Luigi Di Maio con un post al vetriolo che è, insieme, satira politica e atto d’accusa sul trasformismo. Il bersaglio non è un singolo episodio, ma l’intera traiettoria dell’ex capo politico del M5S: dall’anti-casta che prometteva di “aprire il Parlamento come una scatola di tonno” alla figura istituzionale che – secondo Scanzi – sarebbe diventata esattamente ciò che contestava.

“È diventato il tonno (anzi il baccalà)”: la metamorfosi come condanna

Scanzi apre con una frase che è già sentenza: l’uomo che voleva “aprire” il sistema sarebbe finito per “diventare” parte del sistema. E non con un’immagine neutra: “il tonno”, poi corretto in “baccalà”, per rafforzare il sarcasmo e l’idea di un personaggio svuotato, conservato, adattato.

È un modo di raccontare la politica come trasformazione genetica: non una semplice evoluzione, ma una mutazione opportunistica. Da qui l’altra definizione: “giocava al rivoluzionario, è diventato subito un gattopardo”, ovvero qualcuno che cambia faccia per lasciare tutto com’è.

Da “ribelle” ad “Andreotti in sedicesimo”: il bersaglio è il trasformismo

La parte più feroce del post è quando Scanzi descrive Di Maio come un “Andreotti in sedicesimo”: un’etichetta che non punta tanto alla statura (ridotta, nella formula), quanto all’idea di un politico capace di galleggiare, adattarsi, sopravvivere.

Qui Scanzi costruisce un ritratto “tipo”: l’“italiano medio perfetto”, “scaltro e furbino”, “senza morale e senza scrupolo”, “privo di doti evidenti” ma abilissimo nel restare sempre a galla “in qualsiasi mare”. È una caricatura volutamente brutale, in cui la critica non è su una scelta specifica, ma su un metodo: la permanenza come unico valore.

Il cambio di campo: da “abbaiare contro la casta” a “leccare quel che deve”

Nel post, lo scarto politico è raccontato come un capovolgimento identitario. Scanzi contrappone due immagini:

prima: l’attacco a Berlusconi e alla “casta”;

dopo: la ricerca di legittimazione e collocazione dentro i nuovi equilibri, fino ad arrivare – scrive – a “persino la Meloni” e “persino questa destra”.


Anche qui il punto è comunicativo prima ancora che politico: per Scanzi la vera “colpa” non è cambiare idea, ma farlo senza coerenza e senza spiegazione, passando dall’urlo moralista alla compatibilità con qualsiasi potere.

Il capitolo “poltrone”: dall’Ue al possibile salto all’Onu

La chiusura del post lega la critica morale a un elemento di cronaca: l’idea che “il potere lo premia”, con incarichi sempre più importanti. Scanzi cita il ruolo Ue nel Golfo e poi spinge oltre, parlando di un approdo alle Nazioni Unite come vicesegretario generale e come coordinatore speciale per il processo di pace in Medio Oriente (UNSCO), con deleghe su Israele e Palestina.

Qui è importante distinguere tra satira e stato dell’iter: diverse ricostruzioni giornalistiche parlano di Di Maio “in lizza / in pole” per quell’incarico e di una procedura ancora in corso, non di una nomina già formalizzata.

Ed è proprio su questa ambiguità che Scanzi affonda il coltello: secondo lui, la sproporzione tra competenze e incarichi sarebbe la prova definitiva del “galleggiamento”. La frase finale è un colpo di teatro: “tutte cose di cui non sapeva quasi nulla fino a ieri, e quindi è l’uomo giusto”. Sipario.

Il senso politico dell’attacco: non solo Di Maio, ma un sistema che premia l’adattabilità

Nel complesso, l’operazione di Scanzi è doppia. Da un lato c’è l’accusa personale (trasformismo, opportunismo, incoerenza). Dall’altro c’è un’accusa sistemica: l’idea che la politica e le istituzioni finiscano per premiare chi si adatta, chi non crea fratture, chi sa “stare” ovunque.

È per questo che il post funziona come invettiva: Di Maio diventa il simbolo, non solo il soggetto. Il “tonno/baccalà” è la metafora di una politica che conserva i personaggi, li ricolloca, li rende compatibili con ogni stagione.

Il punto finale non è l’insulto in sé, ma ciò che l’insulto vuole dimostrare: per Scanzi la credibilità di Di Maio si sarebbe consumata nel passaggio da “rivoluzionario” a uomo di apparato. E l’eventuale salto verso un incarico Onu – anche solo ipotizzato o in discussione, secondo le ricostruzioni – diventerebbe, nella sua narrazione, l’ennesima prova che il sistema sa assorbire e ricompensare chi, alla fine, non lo mette più in discussione.

Leggi anche

In definitiva, il bersaglio di Scanzi non è soltanto Luigi Di Maio come singolo protagonista, ma l’idea stessa di una politica che cambia pelle a seconda del vento, senza mai fare davvero i conti con le promesse del passato. Nel suo racconto, l’ex leader M5S non è più il ragazzo che tuonava contro la casta, ma l’esempio perfetto di come il sistema riesca a trasformare il ribelle in funzionario, il moralista in uomo di apparato, il “nemico delle poltrone” in professionista delle stesse.

Al netto dell’eccesso satirico, il messaggio è chiaro: quando il potere premia più l’adattabilità che la coerenza, il prezzo lo paga la fiducia dei cittadini. Di Maio, nella narrazione di Scanzi, diventa il simbolo di una politica che smette di essere rottura e torna ad essere gestione, curriculum, ricollocazione permanente. È questa, più ancora degli incarichi internazionali o delle singole frasi al vetriolo, la vera accusa: non aver tradito solo uno slogan o un partito, ma aver contribuito a svuotare di senso la parola “cambiamento” proprio mentre milioni di elettori ci avevano creduto.

Condividi sui tuoi social:

Articoli popolari

Voce dei Cittadini