Nel giorno della Festa dei Lavoratori, Andrea Scanzi firma sul Fatto Quotidiano un editoriale che è al tempo stesso un atto d’accusa, un esercizio di satira e un’amara riflessione sullo stato dell’informazione italiana. Il bersaglio? Non è solo il governo Meloni, ma il mondo mediatico che lo circonda, lo protegge e, a suo dire, lo santifica.
“A sinistra si tende a pensare che i giornalisti di destra siano tutti impreparati. Non è vero, o almeno non sempre. Esistono sfumature. Ed è su quelle che oggi provo a fare chiarezza. In modo semiserio, anche se – purtroppo – è tutto tragicamente serio”, scrive Scanzi.
Il glossario satirico di Scanzi: tipologie di giornalisti al potere
L’excursus è feroce e a tratti spietato. Una sorta di “zoologia del giornalismo politico all’epoca di Meloni”, dove ogni categoria rappresenta una sfumatura di conformismo. Un catalogo sarcastico, ma lucidissimo, di chi, secondo Scanzi, ha svenduto l’autonomia critica per un posto al sole nei salotti del potere.
Il Sechista
È il giornalista “di complemento”. Non ha opinioni sue, o se le ha le tiene nascoste. La sua funzione è semplice: dire “sì”. Sempre. A tutto. Si limita a rimbalzare le veline, replicare gli slogan della premier, difendere il governo a prescindere. Anche quando, razionalmente, non c’è nulla da difendere. È il cronista che non disturba, non interroga, non fa domande: annuisce e basta. Il Sechista è l’impiegato ideale della propaganda.
Il Bocchinista
Simile al Sechista, ma con una marcia in più di aggressività. Non solo difende il potere, ma attacca chi lo critica. Spesso con toni arroganti, paternalisti, talvolta offensivi. Il suo stile è muscolare: si arrabbia a comando, alza la voce, infila etichette. Chi non la pensa come lui non è solo in errore: è un nemico da zittire. È il campione del “relativismo democratico”, per cui esistono solo due posizioni legittime: la sua e quella sbagliata.
Il Sallustista
Una figura più “nobile”, almeno in apparenza. Si veste da intellettuale di destra, ma è diventato una caricatura ideologica, una figura autoreferenziale che ripete sempre lo stesso canovaccio. Difende ogni mossa del governo come fosse una crociata identitaria. Il punto non è mai discutere, ma schierarsi, segnare un’appartenenza, ribadire la propria fedeltà. Scrive editoriali come se stesse parlando a una tifoseria da stadio, più che a lettori critici.
Il Belpietrista
Qui Scanzi concede una sfumatura di rispetto: “Conosce l’italiano, ha una dialettica, sa di cosa parla”. È l’avversario più raffinato: intelligente, scaltro, capace. Ma pur sempre un ideologo. Sa confezionare le sue tesi in modo persuasivo, anche quando sono profondamente discutibili. A suo modo, è l’intellettuale organico della destra: funzionale, ben costruito, ma irrimediabilmente schierato.
Il Crucianista
La sua bandiera è il nichilismo mediatico. Non crede in nulla, non difende nulla, ma attacca tutto ciò che può generare visibilità. Vive per il rumore, non per il contenuto. Il suo obiettivo è creare polemiche, isterie, viralità. È il giornalista da talk show urlato, quello che può difendere l’indifendibile purché se ne parli. Ha fatto della provocazione una professione. E ci riesce, purtroppo, con successo.
Il Giordanista
Il suo stile è più “teatrale”. Conduce, si agita, esagera, fa sceneggiate. Ma – dice Scanzi – “ha una qualità rara: a volte si mette in discussione”. È un opinionista-spettacolo, una figura televisiva prima che giornalistica. Ma almeno, ogni tanto, si ferma a riflettere. È l’eccezione che conferma la regola.
Il Fusanista
E infine, l’oppositore che non disturba. Un centrismo senza peso, una sinistra travestita da equilibrio, che finisce per fare il gioco della destra. Il Fusanista è l’ospite nei talk show chiamato a “rappresentare” l’opposizione, ma che in realtà non dice mai nulla di veramente scomodo. Più preoccupato di non “sembrare grillino” o “sovranista” che di difendere i diritti sociali, è la foglia di fico della pluralità televisiva.
Non è solo satira: è un grido d’allarme
Dietro l’ironia e la semiserietà dichiarata, Scanzi costruisce una diagnosi feroce ma lucida della degenerazione del giornalismo politico italiano. In un’epoca in cui la stampa dovrebbe interrogare il potere, troppi si sono ridotti a esserne megafono. Il pluralismo informativo non solo è in crisi: è percepito come un fastidio da neutralizzare.
“Chi dissente viene etichettato, deriso, ridotto al silenzio. Non siamo più nel regno del confronto, ma dell’allineamento coatto.”
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Scanzi, con il suo stile tra pamphlet e stand-up politico, non chiede una stampa di sinistra, ma una stampa libera, autonoma, viva. Chiede un giornalismo che sappia ancora fare domande, che non si pieghi al potere per qualche comparsata in tv o un contratto in più.
Perché un Paese senza giornalisti liberi è un Paese senza anticorpi. E un sistema mediatico che trasforma l’informazione in propaganda non sta facendo giornalismo: sta costruendo consenso coatto.
E quando l’informazione smette di essere scomoda, smette anche di essere utile.



















