Un “pronti via” che, inevitabilmente, non passa inosservato. Secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano, uno dei primi atti della nuova fase politica in Veneto — dopo la fine dell’era Zaia — sarebbe una delibera dal contenuto chiarissimo: la liquidazione degli assegni di fine mandato agli ex consiglieri regionali, per una cifra complessiva che sfiora i 2 milioni di euro. Una scelta formalmente legittima, prevista dalle norme regionali, ma politicamente esplosiva per il segnale che manda: prima ancora delle urgenze quotidiane, a entrare in corsia preferenziale è la partita delle “buonuscite”.
Il provvedimento, sottolinea il quotidiano, è stato approvato all’unanimità, elemento che aggiunge un ulteriore livello di lettura: non è solo una decisione di maggioranza, ma un voto trasversale che coinvolge l’intero Consiglio regionale, con un risultato che alimenta l’idea di una “continuità” non soltanto istituzionale, ma anche di interessi.
La prima delibera e il segnale politico: “continuità” nel modo più concreto
Nel racconto del Fatto, l’esordio del nuovo presidente della Regione — indicato come Alberto Stefani, 33 anni — avviene nel nome della “piena continuità istituzionale”. E la continuità, più che dichiarata, viene “messa nero su bianco”: una delibera numerata, motivata, votata, con risorse già stanziate, che distribuisce gli assegni di fine mandato.
Il messaggio implicito è quello che più facilmente arriva fuori dal Palazzo: cambiano i nomi, cambia l’età anagrafica, ma i meccanismi restano. E quando uno dei primi atti è una misura che riguarda direttamente la classe politica, l’impatto comunicativo è inevitabile.
Che cos’è l’assegno di fine mandato e perché viene chiamato “Tfr”
Il punto centrale è l’assegno di fine mandato, spesso paragonato — nel linguaggio comune — a un “Tfr” della politica. Si tratta di un istituto previsto dalle norme regionali, che riconosce ai consiglieri una forma di liquidazione legata agli anni di mandato svolti.
Nella ricostruzione del quotidiano, la ratio è semplice: una sorta di “mensilità per ogni anno di esercizio della carica”, che si traduce in un’erogazione finale. Non si parla quindi di un atto illegale, ma di un meccanismo regolato e formalizzato da tempo. Ed è proprio questa la chiave della vicenda: la legalità non è in discussione, ma lo è l’opportunità politica e l’effetto che produce sul rapporto tra istituzioni e cittadini.
I numeri: quasi 2 milioni di euro per gli ex consiglieri
Il dato che fa rumore è soprattutto uno: il totale. Il Fatto parla di una cifra complessiva di 1.792.000 euro lordi, destinata a 13 consiglieri regionali uscenti. Una somma che, in tempi di difficoltà diffuse e crescente sensibilità sui privilegi, diventa automaticamente un detonatore.
Il quotidiano evidenzia anche un aspetto tipico di questo tipo di provvedimenti: gli importi sono diversi da persona a persona perché legati a durata e percorso istituzionale. In pratica, dentro lo stesso “pacchetto” convivono assegni più consistenti (per chi ha avuto mandati più lunghi) e cifre più contenute (per chi ha svolto meno anni).
Il voto all’unanimità: non è “solo la destra”, ma la politica che si compatta
Uno dei dettagli più significativi, e più difficili da ignorare, è l’approvazione all’unanimità. Nel frame di Il Fatto questo punto pesa molto: se l’atto passa senza fratture, significa che non è una battaglia tra schieramenti, ma una decisione che trova un punto di convergenza quando riguarda la tutela economica della politica stessa.
E qui si innesta la percezione più corrosiva: fuori dall’aula, l’unanimità su questi temi viene spesso letta come “la politica che si compatta su ciò che conviene”. È un meccanismo che alimenta sfiducia e che, indipendentemente dalle intenzioni, finisce per rafforzare l’idea di una distanza tra le priorità della cittadinanza e quelle dei palazzi.
“La legalità non è in discussione”, ma la questione è un’altra: priorità e credibilità
Il Fatto insiste su un passaggio chiave: sul piano formale tutto sarebbe “regolarmente istruito” e conforme alle regole, pronto per la pubblicazione nei canali ufficiali. Ma proprio questo non chiude il caso, anzi lo apre.
Perché il problema, in questi casi, non è tanto “si può fare?” quanto “si deve fare adesso?” e “che segnale manda?”. In una fase in cui la politica è chiamata a riconquistare credibilità, partire con una delibera che mette al centro i trattamenti economici degli eletti produce un effetto quasi automatico: genera indignazione, sarcasmo, senso di privilegio e rancore sociale.
Il rischio politico: una frattura simbolica tra palazzo e quotidianità
Al di là dei numeri, ciò che rende la vicenda politicamente delicata è la dimensione simbolica. Un assegno di fine mandato può essere previsto e legittimo, ma quando viene percepito come “corsia preferenziale” rispetto ai problemi reali, diventa un boomerang.
Ed è qui che il tema “ennesimo scandalo” prende forma nella narrazione pubblica: non perché ci sia necessariamente un reato, ma perché si ripropone una dinamica già vista mille volte — quella in cui la politica appare capace di essere velocissima e unanime quando si tratta di sé stessa, e molto più lenta e divisa quando si tratta dei cittadini.
Leggi anche

Arriva il sondaggio shock sul Referendum – Il “No” recupera il “Si”? Paglioncelli annuncia…
Altro che “super vantaggio” di uno schieramento sull’altro: a DiMartedì su La7 arriva un dato che, più che decretare un
La delibera sugli assegni di fine mandato in Veneto, così come raccontata da Il Fatto Quotidiano, è destinata a restare un caso politico non per la sua legittimità formale, ma per la fotografia che restituisce: una continuità che non riguarda solo le istituzioni, ma anche il modo in cui la politica gestisce i propri strumenti di tutela economica.
Il punto finale, inevitabile, è questo: se davvero si vuole ridurre la distanza tra cittadini e palazzi, non basta dire “è tutto regolare”. Serve chiedersi se quella regolarità, quando produce cifre e privilegi così percepiti, sia ancora sostenibile senza una riforma chiara, trasparente e coraggiosa. Perché altrimenti ogni cambio di volto rischia di essere solo cosmetico — e ogni “pronti via” assomiglierà sempre alla stessa storia.



















