L’editoriale si intitola “Siamo i peggiori” e non lascia spazio a sfumature: Marco Travaglio attacca frontalmente la politica estera del governo Meloni dopo il plauso italiano all’operazione statunitense in Venezuela, descritta da Palazzo Chigi come “difensiva” e “legittima”. Travaglio sostiene che così l’Italia finisca per accreditare pratiche di forza — cambio di regime e interventi unilaterali — in rotta con il diritto internazionale e con qualsiasi idea di mediazione diplomatica.
Nel pezzo, il direttore del Fatto Quotidiano alza il tiro con un paragone destinato a far discutere: mette Meloni accanto ai governi “canaglia” citando Javier Milei e Benjamin Netanyahu, e arriva a scrivere che la premier sarebbe “persino peggio di Trump”. È un giudizio politico, ovviamente, ma la forza polemica sta nel contesto: secondo Travaglio, non è solo una scelta sbagliata, è un salto di qualità nell’allineamento italiano alla “legge del più forte”.
Il detonatore: Venezuela e la “legittimità” rivendicata dall’Italia
L’origine dello scontro è nota: dopo l’azione americana a Caracas e la cattura di Nicolás Maduro, il governo italiano ha diffuso una nota ufficiale in cui, pur sostenendo che “l’azione militare esterna” non sia la strada per risolvere i regimi autoritari, afferma che l’Italia considera “legittimo” un intervento “di natura difensiva” contro minacce “ibride” legate al narcotraffico.
È proprio quella parola — legittimo — a diventare la miccia. Per Travaglio, trasformare un blitz di potenza in un atto “legittimo” significa normalizzare l’idea che il diritto internazionale sia flessibile, subordinato agli interessi strategici di chi ha la forza di imporli.
“Siamo i peggiori”: la tesi di Travaglio e la “maglia nera” in Europa
Nella newsletter-commento collegata all’editoriale, Travaglio inquadra l’episodio come un risultato negativo “da primato”: la “Befana” di Meloni, con il plauso a Trump per l’“intervento difensivo e legittimo”, ci consegnerebbe la “maglia nera in Europa”. E per rendere l’immagine più tagliente, associa l’Italia ai governi che definisce “canaglia”, citando Milei e Netanyahu.
Il bersaglio, però, non è solo l’esternazione: è l’impostazione di fondo. Secondo Travaglio, l’Italia non starebbe semplicemente seguendo una linea atlantista; starebbe accreditando la pratica del cambio di regime dall’esterno e l’uso selettivo delle regole internazionali.
“Persino peggio di Trump”: perché la frase pesa più di un insulto
Il passaggio più duro, ripreso e rilanciato anche da diverse sintesi online, è quello in cui Travaglio sostiene che Meloni sia “persino peggio di Trump”. L’argomento non è che la premier abbia inventato l’interventismo: l’accusa è più sottile e più velenosa.
Secondo Travaglio, Trump almeno sarebbe “spudorato” (cioè esplicito) nel perseguire interessi di potenza, mentre Meloni tenterebbe di rivestire l’operazione di un lessico rispettabile (“legittima difesa”, “difensivo”, “diritto”), rendendo così più accettabile ciò che per il direttore resta una forzatura del diritto internazionale.
È una critica classica ma efficace: non ti accusa solo di fare una scelta, ti accusa di mascherarla.
Sovranità “sacra” e boomerang: l’avvertimento che torna come minaccia
Dentro l’attacco di Travaglio c’è anche un concetto ricorrente: la sovranità come principio che, se violato per convenienza oggi, diventa un boomerang domani. Il ragionamento è brutale: se legittimi un blitz contro uno Stato sovrano perché “ti sta antipatico” o perché “è un regime”, stai creando un precedente che potrà essere usato contro chiunque, anche contro di te quando sarai più debole.
In altre parole: oggi esulti perché colpiscono “l’altro”, domani potresti ritrovarti dall’altra parte, e non avrai più argomenti per protestare.
Il bersaglio politico: l’Italia che rinuncia alla mediazione e al dialogo
Un altro punto che emerge nelle ricostruzioni del pezzo è l’accusa di aver abbandonato una tradizione — vera o presunta — di maggiore prudenza diplomatica. Nel racconto di Travaglio, la scelta di Meloni segnerebbe un arretramento: l’Italia, invece di spingere su negoziati, canali umanitari e soluzioni multilaterali, si schiererebbe con una logica di escalation e di “ordine” imposto con la forza.
Qui l’editoriale diventa anche un processo politico al “sovranismo” di governo: perché, se sei sovranista, dovresti essere il primo a diffidare delle ingerenze esterne. E invece, sostiene Travaglio, l’Italia finisce per legittimarle quando le compiono gli alleati.
Perché questo scontro fa così male a Palazzo Chigi
1: la parola “legittimo” diventa una pistola sul tavolo.
Non è un commento tiepido, non è “comprendiamo”: è un timbro di liceità. E se domani qualcuno userà lo stesso timbro contro un alleato europeo?
2: il paragone con Netanyahu non è retorica, è collocazione politica.
Mettere Meloni accanto a un leader che divide il mondo significa dire: l’Italia sta entrando nel club di chi governa per forza e schieramenti, non per regole e mediazione.
3: “peggio di Trump” perché più “normalizzatrice”.
Non è l’offesa in sé: è l’idea che il problema non sia la brutalità, ma la capacità di renderla presentabile.
4: l’effetto reputazionale europeo.
Se davvero altri leader UE prendono le distanze dalla lettura italiana, la linea Meloni non isola solo il Venezuela: isola l’Italia dentro l’Europa, nel momento in cui l’Europa avrebbe bisogno di compattezza. (È l’accusa politica che sta montando attorno alla “maglia nera”).
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Conclusione: non è un editoriale sul Venezuela, è un processo alla linea Meloni
“Siamo i peggiori” non è soltanto un pezzo contro un episodio. È un attacco alla cornice con cui il governo Meloni sta raccontando il nuovo disordine mondiale: alleanze, sicurezza, interesse nazionale, diritto internazionale.
Travaglio sostiene che l’Italia, certificando come “legittimo” un blitz di potenza, stia scegliendo la scorciatoia della forza al posto delle regole. E, per farlo capire senza ambiguità, usa le parole più pesanti che un opinionista può usare: collocazione tra i “peggiori” e giudizio di subalternità travestita da realismo.



















