Arriva il richiamo shock del Presidente Sergio Mattarella all’Europa – Ecco cosa è accaduto

Non è stato un discorso rituale, né una semplice lectio accademica pronunciata in occasione di un riconoscimento universitario. Da Salamanca, Sergio Mattarella ha scelto di parlare all’Europa nel momento forse più delicato degli ultimi anni, mentre la guerra si allarga, il multilateralismo arretra e torna a farsi strada l’idea che la forza possa sostituire il diritto. Il presidente della Repubblica ha ricevuto il dottorato honoris causa dall’Università di Salamanca, alla presenza del re di Spagna Felipe VI, ma ha trasformato quella cerimonia in qualcosa di molto più grande: un richiamo politico, morale e storico al continente.

Il cuore del suo messaggio è stato netto: l’Europa deve ritrovare sé stessa e deve soprattutto saper dire di no. No ai conflitti, no alla logica della sopraffazione, no alla tentazione di considerare normale il ritorno della guerra come strumento dei rapporti tra Stati. In un passaggio che ha avuto il tono di un avvertimento solenne, Mattarella ha indicato il rischio più grave del presente: l’erosione progressiva dell’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale, fondato sul diritto, sull’uguaglianza tra Stati e sulla tutela universale dei diritti umani.

Salamanca come simbolo politico e non solo culturale

Il luogo scelto per questo intervento non è stato affatto secondario. Salamanca non è solo una delle università più antiche d’Europa, ma anche uno dei luoghi in cui il pensiero europeo ha imparato a riflettere su diritto, sovranità, persona, comunità internazionale. Mattarella ha voluto partire proprio da qui per ricostruire un asse storico tra Italia e Spagna, descritte come due nazioni senza le quali non si può capire davvero la civiltà europea. Nel suo intervento ha legato il presente a una lunga genealogia culturale e giuridica, richiamando figure che vanno dal mondo romano alla modernità, fino ai grandi nomi del Novecento.

Non è stata una rassegna erudita, ma una scelta politica precisa. Richiamare Salamanca, Francisco de Vitoria, il diritto internazionale, la dignità della persona e il primato della legge significa opporre alla brutalità del presente una tradizione europea fondata non sul dominio, ma sul limite. Mattarella ha voluto ricordare che l’identità europea non nasce solo dal mercato, dalle istituzioni o dagli interessi comuni, ma da una trama secolare di idee, responsabilità e libertà. E che proprio questa trama oggi rischia di essere indebolita da nuovi sovranismi, da pulsioni aggressive e da un ritorno del linguaggio della potenza.

Il passaggio più forte: “L’Europa sappia dire di no”

Il punto più potente del discorso è arrivato quando il capo dello Stato ha spostato il ragionamento dalla storia all’attualità. In un mondo in cui il sistema multilaterale appare sempre più fragile, Mattarella ha chiesto all’Europa di non adattarsi passivamente alla nuova brutalità internazionale. Anzi, ha chiesto esattamente il contrario: che il continente sappia opporsi. Il “no” evocato dal presidente non è un rifiuto astratto o ideologico, ma una scelta di civiltà. Significa rifiutare l’allargamento dei conflitti, respingere la logica del più forte, difendere la cooperazione contro la pura competizione tra potenze.

In questo passaggio si concentra il senso più profondo del suo intervento. Per Mattarella, l’Europa non può limitarsi a osservare il deterioramento dell’ordine mondiale e poi adattarsi. Non può prendere atto del crollo delle regole e scegliere il silenzio o il ripiegamento. Deve invece proporre una visione alternativa, ancorata ai valori che l’hanno fondata: pace, solidarietà, sviluppo sostenibile, diritti umani, rispetto del diritto internazionale. È un richiamo che arriva in un momento in cui molti governi europei sono schiacciati tra emergenze belliche, rincari energetici, instabilità economica e nuove pressioni strategiche. Ed è proprio per questo che il messaggio del Quirinale suona come una presa di posizione molto netta.

L’allarme sulla crisi dell’ordine internazionale

Mattarella ha parlato apertamente della crisi del sistema costruito nel dopoguerra. Ha richiamato i tre pilastri della Carta delle Nazioni Unite — divieto dell’uso della forza, sovrana uguaglianza degli Stati, promozione universale dei diritti umani — e ha denunciato che oggi questi principi sono messi in discussione da una crescente insofferenza verso le regole condivise. Nel suo discorso, il deterioramento del multilateralismo non è stato descritto come un fatto tecnico o diplomatico, ma come una frattura morale e politica che può aprire spazi enormi a nuove forme di egemonia e sopraffazione.

Il presidente ha insistito sul fatto che la pace non può essere ridotta a un equilibrio tra potenze o a una tregua armata. La pace, nel suo ragionamento, esiste solo quando è accompagnata da giustizia, inclusione e rispetto delle regole comuni. Per questo ha indicato come particolarmente pericolosa la normalizzazione della guerra, cioè la tendenza a considerare di nuovo l’aggressione come uno strumento praticabile nelle relazioni internazionali. È un punto che tocca direttamente le crisi di questi anni, dall’Ucraina al Medio Oriente, fino alla nuova instabilità nel Golfo.

Il riferimento ai conflitti di oggi

Senza indulgere in formule propagandistiche, Mattarella ha collocato il suo intervento dentro il presente più bruciante. Ha evocato l’assalto russo all’Ucraina come spartiacque, ha richiamato la spirale di crisi aperta dopo il 7 ottobre 2023 e ha allargato lo sguardo al Medio Oriente, al Libano, all’Iran e al Golfo. In questo quadro, il suo messaggio acquista ancora più peso: il presidente non si limita a difendere un’idea astratta di Europa, ma chiede al continente di reagire a una realtà in cui il conflitto si allarga e in cui il diritto rischia di arretrare davanti alla forza.

La sua preoccupazione è chiara anche in un altro punto del discorso: mentre guerre e instabilità occupano la scena, emergenze decisive come la crisi climatica, quella alimentare, quella energetica, quella sanitaria e quella demografica vengono spinte ai margini. È una denuncia molto forte, perché mette insieme due livelli: da una parte la devastazione portata dai conflitti, dall’altra il fatto che proprio questi conflitti impediscono al mondo di affrontare i problemi strutturali che minacciano il futuro collettivo.

Il bersaglio implicito: nuovi sovranismi e regressione autoritaria

Nel discorso di Salamanca c’è anche un secondo livello, meno legato all’attualità militare ma altrettanto politico. Mattarella ha lanciato un richiamo contro i nuovi sovranismi, descritti come una forza regressiva che rischia di riportare indietro la storia. Non lo ha fatto con il linguaggio del comizio, ma con quello della memoria europea: totalitarismi, regressione autoritaria, smantellamento progressivo delle garanzie, svuotamento delle istituzioni multilaterali. Il messaggio è chiaro: quando si indebolisce il sistema comune delle regole, non si crea più libertà ma più arbitrio.

Questa parte del discorso si collega a una linea che il presidente aveva già mostrato nei giorni scorsi, quando aveva richiamato i principi di libertà, giustizia e pace come guida per le istituzioni e la società italiana. A Salamanca, però, quel filo si allarga: non riguarda più solo la Repubblica o la sua memoria civile, ma l’intera Europa e il suo ruolo nel mondo.

Il finale rivolto ai giovani e all’Erasmus

Nel finale Mattarella ha scelto di parlare ai giovani. Ha ricordato i tanti studenti italiani presenti a Salamanca e ha indicato il programma Erasmus come il simbolo più concreto di un’Europa senza barriere, fondata sulla conoscenza reciproca, sulla mobilità, sulla libertà di scelta. Non è stato un omaggio formale alla retorica europeista, ma un modo per dire che il progetto europeo vive davvero solo se continua a generare esperienze condivise e concrete tra le nuove generazioni.

Anche qui il tono è stato doppio: affettuoso e severo insieme. Mattarella ha detto che libertà e pace appaiono spesso ai giovani come condizioni naturali, quasi scontate, ma che oggi entrambe sono esposte a rischi reali. E ha affidato proprio a loro il compito di custodirle e trasmetterle, facendo della conoscenza e dello spirito critico gli strumenti decisivi per difendere gli spazi di libertà. È l’immagine finale più forte del suo intervento: i giovani come “vento” di cui il mondo ha bisogno, un vento senza confini, capace di tenere viva l’ambizione europea anche nel tempo delle crisi.

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Un discorso che pesa ben oltre la cerimonia

Il discorso di Salamanca pesa molto più di quanto possa sembrare a prima vista. Formalmente è legato a un’onorificenza accademica. Politicamente, invece, è un intervento che rimette al centro il ruolo dell’Europa nel momento in cui il mondo sembra andare nella direzione opposta: più guerra, più unilateralismo, più sovranità aggressiva, meno diritto. Mattarella ha scelto di intervenire proprio adesso e proprio da un luogo simbolico della cultura europea, per ricordare che l’Europa o ritrova il proprio fondamento politico e morale, oppure rischia di diventare spettatrice di una trasformazione globale decisa altrove.

Il suo non è stato solo un appello all’unità, ma un richiamo alla responsabilità. Dire “no”, nel lessico del presidente, non è chiudersi. È opporsi alla deriva. È rifiutare che la normalizzazione della guerra, della sopraffazione e della competizione senza regole diventi il nuovo orizzonte dell’Europa. In questo senso, il richiamo improvviso di Mattarella è molto più di un messaggio diplomatico: è una linea di confine. E anche un monito pesante a chi, dentro e fuori il continente, pensa che il tempo del diritto possa essere sostituito da quello della forza.

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