Il nuovo “Borsino del Governo” realizzato da Tecnè e rilanciato da Monitor Italia restituisce una fotografia che, più dei decimali, colpisce per il dato politico complessivo: la quota di chi non ha fiducia nel governo è ormai superiore a quella di chi dichiara fiducia. È il punto che pesa davvero, perché sposta la lettura dal semplice andamento settimanale alla dinamica di fondo: il governo non è solo in una fase di oscillazione, ma si trova in un saldo negativo tra consensi e dissensi.
La rilevazione misura il grado di fiducia espresso con un voto da 10 a 1, e divide il campione tra chi assegna voti alti (fiducia), chi assegna voti bassi (sfiducia) e chi non si esprime (non sa). In questa cornice, la “zona rossa” è più larga della “zona verde”: la sfiducia prevale, e questo è ciò che nel dibattito pubblico viene spesso sintetizzato — anche con toni forti — come un “crollo”. Non perché ci sia un tracollo improvviso in una sola settimana, ma perché la fotografia mostra un governo che, nel giudizio complessivo, non riesce a tenere la fiducia sopra la soglia della sfiducia.
Il dato più netto, infatti, è il rapporto di forza: una parte consistente del Paese si colloca nell’area del “non ha fiducia”, mentre l’area della “fiducia” resta più stretta. È una differenza che diventa politicamente significativa perché si traduce in un messaggio semplice: oggi il governo convince meno persone di quante ne lasci contrarie. E quando accade, anche piccoli movimenti diventano rilevanti: basta un lieve spostamento per rendere il saldo ancora più sfavorevole.
Ed è proprio questo ciò che emerge guardando l’andamento nel breve periodo. Rispetto a una settimana fa, la quota di fiducia registra un arretramento, mentre la sfiducia cresce e si allarga anche l’area di chi non prende posizione. Il senso politico è chiaro: nel confronto ravvicinato non si vede un recupero, ma un ulteriore passo nella direzione sbagliata, con la fiducia che non solo non cresce, ma scende, mentre la sfiducia — già davanti — guadagna ancora terreno.
Il quadro non migliora se si allarga lo sguardo al confronto temporale indicato nella grafica, quello rispetto al 18 dicembre 2025. Anche qui il movimento complessivo va nella stessa direzione: la fiducia risulta più bassa, mentre la sfiducia risulta più alta. In altre parole, non è solo un problema di settimana “storta”: la traiettoria raccontata dalla comparazione di periodo suggerisce che la difficoltà non è episodica, ma si sta consolidando, almeno dentro l’arco temporale mostrato dal borsino.
C’è poi un elemento che spesso viene sottovalutato ma che, in questi sondaggi, è sempre un segnale: la quota di indecisi o “non sa”. Quando cresce, può significare due cose opposte. Da un lato può indicare disinteresse o disorientamento; dall’altro può rappresentare un bacino contendibile. Ma in una fotografia dove la sfiducia è già sopra la fiducia, un aumento del “non sa” non è automaticamente una buona notizia per chi governa: può voler dire che parte di chi era tiepidamente favorevole si sta spostando verso una posizione meno convinta, oppure che una fetta di pubblico non trova più ragioni sufficienti per esprimere un giudizio positivo.
Perché tutto questo può essere letto come “crollo totale” nel racconto politico? Perché la politica vive di soglie simboliche e di percezioni. Un governo può anche mantenere una base solida e un consenso elettorale relativamente stabile, ma se sul terreno della fiducia generale si consolida il sorpasso della sfiducia, la narrazione cambia: il governo appare più contestato che sostenuto, più “in difesa” che “in espansione”. E quando una maggioranza entra in questa fase, ogni tema divisivo, ogni passaggio economico complicato, ogni tensione interna alla coalizione rischia di essere letto come conferma di un clima già negativo.
Inoltre, il “borsino del governo” non è un dato isolato: dialoga con il “borsino dei leader”. Se, da una parte, la fiducia nell’esecutivo scivola sotto la sfiducia, dall’altra la competizione tra i leader diventa più importante, perché l’opposizione — o i leader più dinamici — possono presentarsi come alternative credibili proprio nel momento in cui l’immagine complessiva del governo perde trazione. È qui che il quadro si ricompone: non basta più “tenere” nelle intenzioni di voto, serve anche invertire l’umore del Paese. E al momento, secondo Tecnè, quell’umore va nella direzione opposta.
Il punto politico finale, quindi, è questo: nel borsino Tecnè il governo non viene descritto come “in recupero”, ma come in difficoltà strutturale di saldo, perché la sfiducia è davanti e, nel tempo indicato dalla grafica, tende ad allargarsi. È una fotografia che non certifica un ribaltone immediato, ma segnala un problema serio di percezione e consenso: quando il “no” supera il “sì”, e il “sì” perde terreno, la questione non è più solo comunicativa. Diventa un tema di agenda, risultati e capacità di convincere una parte di Paese che oggi, semplicemente, non si fida.
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In conclusione, il “Borsino del Governo” di Tecnè consegna un messaggio politico più forte di qualunque oscillazione settimanale: la fiducia non è semplicemente in calo, è sotto soglia, perché la sfiducia la supera e tende ad allargarsi nel tempo indicato dalla rilevazione. È qui che il quadro smette di essere una normale altalena e diventa un campanello d’allarme: quando il saldo è negativo e la tendenza non si inverte, la maggioranza finisce per governare in un clima percepito come ostile o quantomeno diffidente, dove ogni passaggio critico pesa doppio e ogni incertezza alimenta ulteriormente il distacco.
Per il governo, dunque, la partita non si gioca solo nel “tenere” elettoralmente, ma nel ricostruire una fiducia di sistema che oggi appare erosa: non basta rivendicare risultati, serve produrne di riconoscibili e farli percepire come tali, soprattutto su temi che incidono sulla vita quotidiana. Altrimenti, la fotografia resta quella di adesso: un esecutivo che non crolla in un giorno, ma scivola lentamente in una condizione più insidiosa, perché strutturale — quella in cui il Paese, semplicemente, non lo sostiene abbastanza da fidarsi.


















