La campagna referendaria sulla riforma costituzionale della giustizia – con al centro la separazione delle carriere e i nuovi assetti di governo autonomo della magistratura – cambia improvvisamente passo. Quello che fino a pochi giorni fa appariva come un percorso in discesa per il fronte del Sì, oggi si trasforma in una sfida vera, contendibile, con un dato che inizia a pesare più di tutti: il No sta rimontando.
Non si tratta solo di una percezione politica o di un rumore social. La fotografia arriva dai numeri: più istituti stanno registrando un restringimento della forbice, segno che l’orientamento dell’opinione pubblica sta diventando più mobile e che la partita, soprattutto sul terreno della partecipazione, può ribaltarsi.
La “forbice” si chiude: il sondaggio di Ghisleri per Porta a Porta certifica il cambio di scenario
L’ultimo dato che fa discutere è quello dell’Istituto di Alessandra Ghisleri, presentato nel contesto di Porta a Porta, cioè nel programma che in questa fase sta diventando il principale termometro televisivo del referendum.
Secondo questa rilevazione, il 52,5% degli intervistati si dichiara orientato a votare Sì, mentre il 47,5% sceglierebbe No. Un margine ridotto, quasi da “testa a testa”, se confrontato con la fotografia di appena una settimana prima: sempre nello studio di Bruno Vespa, il sondaggio dell’Istituto Noto mostrava infatti un quadro molto più netto, con Sì al 59% e No al 41%.
Tradotto: in pochi giorni il Sì perde oltre sei punti e il No cresce in modo speculare, trasformando un referendum dato come quasi indirizzato in un confronto molto più aperto, dove ogni giorno e ogni argomento possono spostare quote importanti di consenso.
Non è solo Ixé: anche Only Numbers vede la risalita del No e il vero nodo diventa l’affluenza
Il dato politico più delicato, però, è che la rimonta non avviene in un contesto di elettorato “stabile”: al contrario, il quadro è condizionato da un’enorme area di indecisione e potenziale astensione.
Secondo l’Istituto Only Numbers, infatti, solo il 35,5% degli italiani dichiara che il 22 e 23 marzo andrà sicuramente a votare. Il 18,9% dice che non andrà, mentre la quota più grande resta sospesa: il 45,6% è indeciso. È qui che si gioca l’ultimo miglio della campagna: non solo convincere, ma mobilitare.
In un referendum, la partecipazione è tutto: quando quasi metà degli elettori non ha ancora deciso se recarsi alle urne, il risultato può cambiare rapidamente, soprattutto se la campagna diventa più polarizzata e più “identitaria”.
I pilastri della riforma perdono consenso: calano i favorevoli su Csm separati, sorteggio e Alta Corte disciplinare
Il dato più interessante non riguarda solo il Sì e il No in generale, ma la tendenza sui singoli contenuti della riforma. Ed è qui che il quadro diventa ancora più significativo: su alcuni pilastri, il consenso appare in flessione netta.
Due Csm separati: favorevoli in calo, contrari in crescita
Alla domanda sull’introduzione di due distinti Consigli superiori della magistratura, Only Numbers registra:
Favorevoli: 40,8%
Contrari: 33,4%
Non so: 25,8%
Una settimana prima, sulla stessa domanda, il quadro era molto diverso:
Favorevoli: 53%
Contrari: 24%
Indecisi: 23%
È un arretramento evidente dei favorevoli e, allo stesso tempo, una crescita della quota contraria.
Sorteggio dei magistrati (e “temperato” per i laici): i Sì scendono sotto quota 40
Sul sorteggio per la composizione dei due Csm (e il sorteggio “temperato” dei membri laici), oggi:
Favorevoli: 39,7%
Contrari: 34,3%
Indecisi: 26%
Il confronto con il sondaggio Noto del 29 gennaio è impressionante:
Sì: 55%
No: 24%
Non so: 21%
Alta Corte disciplinare: cambia il clima, aumentano i contrari
Sull’Alta Corte disciplinare, l’ultima rilevazione segnala:
Favorevoli: 43,6%
Contrari: 32%
Indecisi: 24,4%
Una settimana fa:
Sì: 55%
No: 28%
Non so: 17%
Il trend è chiaro: le misure più controverse smettono di essere “automaticamente popolari” e diventano materia di discussione, dubbi, fratture.
Perché la rimonta pesa: il referendum entra nella fase in cui si decide la narrazione
Questo slittamento può avere due letture parallele.
La prima è tecnica: con una quota di elettorato così ampia che non sa se votare e con margini così ridotti tra i due schieramenti, la campagna si trasforma in un corpo a corpo.
La seconda è politica: la riforma, che finora era stata presentata come una risposta “lineare” a un sistema in crisi, viene sempre più letta come un cambio di equilibrio tra poteri. E quando il referendum diventa un terreno di scontro su autonomia della magistratura, controlli, potere politico e garanzie costituzionali, la polarizzazione aumenta.
È in questa fase che ogni uscita pubblica, ogni card social, ogni intervento televisivo e ogni endorsement può spostare consensi. E soprattutto può spostare l’energia di chi decide di andare a votare.
La vera partita è sui motivati: tra propaganda e contro-narrazione, il 45% indeciso può ribaltare tutto
Il dato decisivo resta quello che incombe su ogni analisi: 45,6% di indecisi sull’andare alle urne. Significa che la campagna non è solo un confronto tra Sì e No, ma una competizione tra chi riesce a trasformare il referendum in un appuntamento “necessario” e chi, invece, rischia di lasciarlo scivolare nell’astensione.
Ed è proprio qui che si colloca la rimonta del No: non solo un recupero percentuale, ma un segnale politico. Se il Sì si presenta come “favorito” e il No come “rincorsa”, la domanda diventa inevitabile: che cosa sta cambiando nella percezione degli elettori? E chi riuscirà a conquistare quell’ampia fascia che oggi oscilla tra disinteresse, scetticismo e attesa?
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I numeri di Ghisleri per Porta a Porta e le tendenze registrate da Only Numbers indicano un punto fermo: il referendum sulla giustizia non è più una formalità. La distanza tra i due fronti si è ridotta in pochi giorni e, soprattutto, sui contenuti chiave della riforma il consenso appare meno granitico di quanto sembrasse.
Con un elettorato ancora largamente incerto e un’affluenza che può fare la differenza, il voto del 22-23 marzo entra nella sua fase più vera: quella in cui non conta solo chi ha ragione nella teoria, ma chi riesce a convincere, mobilitare e reggere lo scontro della narrazione. E a questo punto, la domanda che aleggia sulla campagna è una sola: *se il No sta rimontando così in fretta, che cosa succederà nelle ultime settimane?*


















