Altro che “super vantaggio” di uno schieramento sull’altro: a DiMartedì su La7 arriva un dato che, più che decretare un vincitore, racconta una verità scomoda per tutti i comitati e per la politica. Il sondaggio illustrato in trasmissione da Nando Pagnoncelli mostra infatti un referendum sulla giustizia ancora lontano dall’essere deciso, con un equilibrio precario tra Sì e No e, soprattutto, con una massa enorme di elettori che non ha ancora scelto oppure pensa di non votare.
La domanda che rimbalza subito è inevitabile: “Il No aggancia il Sì?”. I numeri, messi in fila, dicono che la distanza è minima e che la partita vera non è oggi tra Sì e No, ma dentro quel “continente” di astenuti e indecisi che vale più della metà del Paese.
I numeri mostrati a La7: Sì avanti, No vicino, ma vince l’incertezza
La grafica andata in onda a DiMartedì è chiara e, proprio per questo, impatta:
Sì: 25,6%
No: 21,8%
Astenuti/indecisi: 52,6%
Tradotto: il Sì è avanti, ma non “sfonda”. Il No è sotto, ma resta in scia, a pochi punti. E soprattutto c’è un blocco gigantesco — oltre il 50% — che rende qualsiasi previsione prematura.
In termini politici, questo significa una cosa semplice: oggi non esiste un “plebiscito” né da una parte né dall’altra. Esiste una consultazione in cui il risultato dipenderà da chi riuscirà a portare il proprio elettorato alle urne e a conquistare chi è ancora fermo.
Perché è un dato che pesa: il referendum non si gioca tra convinti, ma tra chi non ha deciso
Un referendum su temi tecnici o istituzionali ha sempre una fragilità strutturale: la distanza emotiva dell’elettore medio. Molti cittadini percepiscono la riforma della giustizia come una materia complicata, piena di parole-chiave (separazione delle carriere, CSM, Alta Corte disciplinare, ecc.) che non si traducono automaticamente in un beneficio immediato.
Il sondaggio, di fatto, fotografa proprio questo: la maggioranza non ha ancora “messo a fuoco” la scelta. E quando l’incertezza è così alta, le campagne possono spostare grandi blocchi di consenso anche in poco tempo, spesso più con la narrativa (paura, fiducia, indignazione) che con i dettagli tecnici.
“No aggancia il Sì?”: il punto non è il sorpasso, è la distanza minima
Dire che “il No aggancia il Sì” è una lettura politica, non matematica. I numeri mostrano che il No non è sopra, ma è abbastanza vicino da restare competitivo.
Questo è ciò che cambia la percezione: se qualcuno raccontava un referendum già “chiuso”, il sondaggio in tv dice l’opposto. Il No può recuperare, il Sì può consolidare, ma nessuno può cantare vittoria.
E infatti il dato più importante non è il 25,6 contro 21,8: è il 52,6.
Il vero protagonista: astenuti e indecisi (52,6%). È lì che si decide tutto
Quando astenuti e indecisi superano la metà, succedono tre cose:
1. Ogni campagna diventa una gara di mobilitazione Non basta convincere: bisogna far uscire di casa le persone, trasformare un’opinione vaga in un voto reale.
2. Gli argomenti “semplici” diventano decisivi Slogan come “difesa della Costituzione” o “riforma necessaria” spesso funzionano più dei ragionamenti tecnici, proprio perché parlano a chi non ha tempo o voglia di approfondire.
3. Le mosse “collaterali” pesano quanto il merito Polemiche, gaffe, casi mediatici, scontri televisivi, perfino la percezione di “chi sta da che parte” possono spostare l’ago della bilancia.
Cosa significa per il fronte del Sì: vantaggio reale ma fragile
Il Sì oggi è primo. Ma il suo vantaggio è fragile per una ragione: se resta inchiodato intorno al 25-26 mentre la massa degli indecisi si muove, può essere superato in un attimo.
Questo costringe il fronte del Sì a due obiettivi simultanei:
consolidare chi è già favorevole (evitare che scivoli nell’astensione);
espandersi verso quel blocco enorme che ancora non ha scelto.
Se non ci riesce, il vantaggio iniziale diventa un’illusione.
Cosa significa per il fronte del No: non è minoranza rassegnata, è un contendente
Il dato del No (21,8) non è quello di un fronte marginale: è un fronte che, se aumenta la partecipazione dei suoi elettori o se intercetta una quota degli indecisi, può trasformare il referendum in un testa a testa vero.
Ed è qui che il sondaggio diventa “epico” per chi lo legge politicamente: perché dice che il No non è fuori partita, anzi. È dentro. E ha ancora spazio per crescere.
Il fattore che può ribaltare tutto: la partecipazione
In un referendum, soprattutto su temi complessi, l’affluenza e la composizione di chi vota sono spesso più determinanti del “sentiment” generale.
Se vanno alle urne soprattutto i più politicizzati e informati, può prevalere uno schieramento; se si attiva un’onda emotiva (paura o protesta), può prevalere l’altro. Con 52,6% di indecisi/astenuti, basta una variazione relativamente piccola nella partecipazione per spostare percentuali enormi tra Sì e No.
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Conclusione: il sondaggio non incorona nessuno, ma smentisce chi parla di referendum già deciso
Il messaggio che arriva da DiMartedì è semplice: non esiste un “super vantaggio” già scritto. Esiste un referendum ancora apertissimo, con Sì e No ravvicinati e un blocco enorme che non ha scelto.
Se qualcuno cercava una sentenza definitiva, il sondaggio di Pagnoncelli dà la risposta opposta: la partita comincia adesso. E, con questi numeri, si giocherà soprattutto su una domanda: *chi riuscirà a conquistare (e portare alle urne) quel 52,6% che oggi non prende posizione?*


















