La vicenda giudiziaria che coinvolge il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, Gaetano Galvagno (FDI), entra nella fase decisiva. La Procura di Palermo, guidata da Maurizio de Lucia, ha chiesto il rinvio a giudizio per il numero uno di Palazzo dei Normanni e per altre cinque persone con le accuse, a vario titolo, di corruzione, peculato e truffa. L’udienza preliminare è stata fissata per il 21 gennaio davanti al gup Giuseppa Zampino.
Si tratta dell’ultimo sviluppo di un’inchiesta che da oltre un anno scandaglia l’uso dei fondi dell’Ars e dei mezzi di servizio della presidenza, e che rischia di trasformarsi in un vero terremoto politico per Fratelli d’Italia in Sicilia, di cui Galvagno è uno degli esponenti emergenti.
Le accuse: fondi pubblici e “cerchio magico”
Secondo la ricostruzione dei magistrati, al centro del procedimento ci sarebbe un presunto sistema di scambio tra risorse pubbliche e vantaggi per un gruppo ristretto di imprenditori e persone vicine al presidente dell’Ars. I finanziamenti dell’Assemblea, inseriti dentro norme di legge di bilancio e contributi per eventi culturali e spettacoli, sarebbero stati indirizzati soprattutto verso realtà considerate “amiche”.
In particolare, gli inquirenti contestano a Galvagno di aver favorito:
la Fondazione Tommaso Dragotto, guidata da Marcella Cannariato (moglie del patron di Sicily by Car), destinataria – secondo gli atti – di 100mila euro per l’evento “Un Magico Natale” 2023 e di altri 98mila per l’edizione 2024;
il Comune di Catania, che avrebbe ricevuto 240mila euro per il “Capodanno di Catania” 2023, poi organizzato dalla società Puntoeacapo di Nuccio La Ferlita.
In cambio di questi fondi, alcuni beneficiari avrebbero – sempre secondo l’accusa – finanziato incarichi di consulenza pagati ma mai effettivamente svolti a favore di persone considerate parte del “cerchio magico” del presidente: l’ex portavoce Sabrina De Capitani e Marianna Amato, dipendente della Fondazione Orchestra Sinfonica Siciliana. Gli incarichi sarebbero stati pagati con risorse che i privati avrebbero “stornato” dai contributi pubblici ricevuti.
I sei indagati: chi rischia il processo
Oltre a Gaetano Galvagno, la richiesta di processo riguarda altre cinque persone, tutte in qualche modo legate alla gestione dei fondi o all’entourage politico del presidente:
Sabrina De Capitani, ex portavoce del presidente Ars;
Marcella Cannariato, imprenditrice e presidente della Fondazione Dragotto;
Alessandro Alessi, imprenditore;
Marianna Amato, dipendente della Fondazione Orchestra Sinfonica Siciliana;
Roberto Marino, autista dell’auto di servizio del presidente.
Per loro le contestazioni vanno dalla corruzione impropria al peculato e alla truffa, in concorso con Galvagno, in relazione sia al flusso di fondi per eventi, sia all’uso dei mezzi e dei rimborsi di missione.
L’uso dell’auto blu: 60 episodi contestati
Una parte rilevante dell’indagine riguarda l’utilizzo dell’auto blu del presidente Ars. I pm parlano di sessanta episodi di presunto peculato d’uso, nei quali la vettura di rappresentanza sarebbe stata impiegata per scopi privatistici: dall’accompagnare parenti e amici a prelevare la sorella in albergo, fino al trasporto di generi alimentari o ad altre commissioni non legate all’attività istituzionale.
Nel nuovo avviso di conclusione delle indagini notificato in autunno, la Procura ha aggiunto anche le accuse di falso e truffa: Galvagno e il suo autista avrebbero attestato giorni, orari e spese di missione non corrispondenti al vero, inducendo l’amministrazione a rimborsare costi che, secondo gli investigatori, non sarebbero stati effettivamente sostenuti.
Il profilo politico di Galvagno: il “pupillo” di La Russa
Per capire la portata politica del caso bisogna ricordare il ruolo di Gaetano Galvagno. Classe 1985, originario di Paternò, è stato eletto all’Ars nel 2017 con Fratelli d’Italia e nel 2022 è diventato il più giovane presidente dell’Assemblea regionale nella storia, figura considerata molto vicina al presidente del Senato Ignazio La Russa e indicata da più osservatori come possibile candidato del centrodestra alla presidenza della Regione nel 2027.
Proprio per questo l’inchiesta non riguarda solo i confini dell’autonomia siciliana, ma si riflette anche sugli equilibri interni a Fratelli d’Italia e, più in generale, sull’immagine del governo Meloni, già esposta a critiche per altri casi che toccano il suo partito nell’isola.
Le reazioni: tra garantismo e richiesta di dimissioni
Sul piano politico il caso ha spaccato il fronte dei partiti.
La Lega ha diffuso una nota in cui definisce “anomalo” discutere di dimissioni in Aula su fatti coperti da segreto istruttorio, rivendicando la presunzione d’innocenza e chiedendo di non “anticipare il processo nei banchi del Parlamento”.
Partito Democratico e Movimento 5 Stelle hanno assunto una linea opposta: chiedono che Galvagno e l’assessora al Turismo Elvira Amata – anch’essa coinvolta in un filone collegato dell’inchiesta – lascino gli incarichi per tutelare la credibilità delle istituzioni regionali. I deputati M5S alla Camera hanno presentato un’interrogazione al governo nazionale, definendo “inopportuna e lesiva della dignità dell’Assemblea” la permanenza dei due esponenti di Fratelli d’Italia nei rispettivi ruoli.
L’esponente di “Sud chiama Nord” e vicepresidente della Commissione Antimafia regionale, Ismaele La Vardera, è arrivato a chiedere l’autosospensione di Galvagno, sostenendo che un eventuale rinvio a giudizio renderebbe inevitabili le dimissioni.
Intanto il presidente della Regione Renato Schifani, dopo aver revocato gli assessori della Democrazia Cristiana coinvolti in un’altra inchiesta palermitana, è accusato dall’opposizione di usare “due pesi e due misure” con Fratelli d’Italia, nonostante il crescente numero di indagati nella sua maggioranza.
La linea di difesa di Galvagno
Dal canto suo, il presidente dell’Ars respinge le accuse e rivendica la correttezza del proprio operato. Dopo la chiusura delle indagini, ha sottolineato come siano state escluse – a suo dire – le ipotesi di vantaggi personali, insistendo sul fatto che non avrebbe percepito utilità dirette dai rapporti con gli imprenditori coinvolti. Galvagno afferma di confidare nell’accesso completo agli atti per “dissipare ogni dubbio” e si dice pronto a collaborare con i magistrati per chiarire ogni contestazione.
Al momento, va ricordato, non esiste alcuna condanna: siamo nella fase in cui la Procura chiede di celebrare un processo e spetterà al giudice dell’udienza preliminare decidere se le accuse siano sufficientemente fondate per arrivare al dibattimento.
Cosa c’è in gioco per la Sicilia
L’inchiesta su Galvagno arriva in un momento delicatissimo per la politica siciliana. Nel mirino della Procura di Palermo non ci sono solo il presidente dell’Ars e l’assessora Amata, ma anche figure centrali come Totò Cuffaro e Saverio Romano in un altro filone che riguarda appalti nella sanità. Un quadro che alimenta la percezione di un sistema di potere opaco, dove la gestione delle risorse pubbliche – dai fondi per la cultura ai grandi appalti – si intreccia con reti di fedeltà politica e interessi privati.
Per l’opinione pubblica siciliana, l’effetto è duplice: da un lato cresce la sfiducia verso il ceto politico; dall’altro si rischia di considerare “normale” che le istituzioni siano ciclicamente attraversate da scandali, con un logoramento lento ma costante della credibilità democratica.
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La richiesta di processo per Gaetano Galvagno non è solo un passaggio tecnico di una vicenda giudiziaria. È lo specchio di un nodo strutturale: l’uso dei fondi pubblici come strumento di costruzione del consenso, la confusione tra ruoli istituzionali e reti personali, l’idea – tutta italiana – che la politica sia anche, e forse soprattutto, gestione discrezionale di risorse.
Sarà il tribunale, eventualmente, a stabilire se i reati contestati sussistono e in quale misura. Ma già oggi la politica siciliana è chiamata a dare risposte su un terreno che va oltre i codici penali: quello dell’etica pubblica, della trasparenza, della responsabilità verso i cittadini.
Se il caso Galvagno sarà l’ennesimo scandalo destinato a spegnersi nel tempo o il punto di partenza per una riflessione più profonda sul rapporto tra potere e denaro nell’Isola dipenderà, oltre che dalle sentenze, dalla capacità delle forze politiche – di maggioranza e di opposizione – di uscire dalla logica del tifo e assumersi finalmente una responsabilità collettiva.


















