Una cifra, un nome e una domanda che in poche ore ha riacceso lo scontro politico sul servizio pubblico. Il Movimento 5 Stelle alza il tiro contro la Rai dopo la notizia – riportata in stampa e rilanciata in ambienti parlamentari – secondo cui Tommaso Cerno potrebbe ottenere una “striscia” in palinsesto con un costo che, secondo quanto letto dagli esponenti pentastellati, arriverebbe a 850 mila euro.
La reazione del M5S è durissima, tutta giocata su un doppio registro: da un lato il tema dei costi e delle priorità editoriali, dall’altro l’accusa di un cortocircuito etico e politico, perché – sostengono – Cerno avrebbe una presenza retribuita nel servizio pubblico mentre, parallelamente, attaccherebbe l’azienda dall’esterno, in particolare con affondi rivolti a trasmissioni come Report.
La nota del M5S: “Siamo schifati. Chi ha deciso non si vergogna?”
A firmare la presa di posizione sono gli esponenti del Movimento 5 Stelle in Commissione di Vigilanza Rai, che definiscono “nefasta” l’ipotesi di affidare a Cerno uno spazio in palinsesto e descrivono con toni ancora più netti l’effetto della cifra che circola.
Il passaggio centrale della loro denuncia ruota intorno al presunto importo: 850 mila euro. Una somma che, secondo quanto sostengono, sarebbe incompatibile con la narrativa dei tagli e dei risparmi spesso evocata ai vertici dell’azienda e nel dibattito sulla sostenibilità del servizio pubblico.
Nella nota il M5S arriva a usare un’espressione tranchant: “ci rende veramente schifati”, e pone una domanda frontale: “Chi ha preso questa decisione davvero non si vergogna?”
Il punto politico: “Intasca soldi in Rai e poi infanga l’azienda”
Il Movimento 5 Stelle non si limita al tema economico. La contestazione principale è di natura “istituzionale” e reputazionale: gli esponenti parlano di un personaggio che – a loro dire – da un lato partecipa in Rai e viene pagato, dall’altro “infanga l’azienda” attraverso gli attacchi sul proprio giornale, in particolare contro Report.
È su questa contraddizione che i pentastellati costruiscono l’accusa più ampia: un servizio pubblico che, anziché proteggere la coerenza e la credibilità della propria offerta, finirebbe per remunerare figure ritenute ostili all’azienda stessa e al suo giornalismo d’inchiesta.
Nel ragionamento del M5S la questione diventa quindi: è opportuno far lavorare in Rai chi, contemporaneamente, alimenta una campagna di critica dura verso la Rai e verso una sua trasmissione simbolo?
La stoccata sulle priorità: “Risparmi su tutto, ma soldi a pioggia per i ‘trombettieri’ del governo”
Nella parte più politica della nota, il M5S lega la vicenda alla cornice di “TeleMeloni”, l’etichetta che l’opposizione usa per denunciare una Rai percepita come sempre più allineata alla maggioranza.
Qui l’attacco si fa doppio:
1. Accusa di spreco: se si chiede austerità e si taglia, com’è possibile – sostengono – spendere cifre così alte per una striscia.
2. Accusa di “sbilanciamento” editoriale: la spesa verrebbe interpretata come un investimento su una figura descritta dagli stessi pentastellati come uno dei “principali trombettieri del governo di Giorgia Meloni”.
È un passaggio chiave: non è solo “quanto” si spenderebbe, ma per chi e con quale effetto sulla percezione di imparzialità del servizio pubblico.
Il confronto evocato: “Angela senza contratto, Tozzi in bilico”
Per rafforzare l’impatto della denuncia, il M5S inserisce nella nota un paragone che punta dritto al nervo scoperto dell’opinione pubblica: la gestione delle risorse e dei contratti.
Gli esponenti citano il fatto che – a loro dire – l’azienda sarebbe arrivata ad avere Alberto Angela senza contratto o programmi come quello di Mario Tozzi “in bilico”, mentre si ipotizzerebbe una spesa molto alta per la striscia destinata a Cerno.
Il messaggio politico è chiaro: se davvero esiste una gerarchia di urgenze, perché i nodi su volti e format considerati di valore “culturale” o “scientifico” vengono descritti come incerti, mentre si aprirebbe un canale di spesa importante su un profilo contestato?
La richiesta formale: “Risposta secca dall’AD Rai: la cifra è vera o no?”
La parte operativa della denuncia è una richiesta di chiarimento immediato. Il M5S chiede una risposta “secca e precisa”:
le cifre di cui parla la stampa sono confermate?
chi ha assunto la decisione e con quali motivazioni?
perché – chiedono – la Rai non risponde alla loro interrogazione sull’opportunità di far lavorare Cerno mentre, secondo la loro lettura, sarebbe protagonista di attacchi contro l’azienda?
È qui che la denuncia tenta di trasformarsi da polemica in atto politico: la Commissione di Vigilanza viene indicata come il luogo in cui la Rai dovrebbe chiarire, motivare, smentire o confermare.
Perché questa vicenda pesa: soldi pubblici, credibilità e conflitto permanente
Al netto delle posizioni politiche, l’episodio tocca tre punti sensibili:
Trasparenza: se circola un numero così preciso (850 mila euro), diventa inevitabile una verifica pubblica.
Coerenza editoriale: il servizio pubblico può permettersi che una collaborazione diventi simbolo di una guerra interna tra programmi, giornalisti e “correnti” editoriali?
Percezione di imparzialità: in un clima già polarizzato, ogni scelta di palinsesto viene letta come segnale politico.
Per il M5S, il caso Cerno si inserisce in una narrazione lineare: la Rai non solo sarebbe orientata, ma starebbe addirittura “scavando” ogni giorno più in basso, arrivando – scrivono – a superare “uno dei punti più bassi” dell’epoca che definiscono “triste”.
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Ora la questione, nella forma in cui la pone il Movimento 5 Stelle, si riduce a un bivio:
Se la cifra e l’ipotesi fossero confermate, l’azienda dovrebbe spiegare pubblicamente criteri, motivazioni e coperture economiche, sapendo che l’opposizione userà il caso come prova di una Rai “a trazione politica”.
Se invece fossero smentite, resterebbe comunque il tema del perché una notizia del genere circoli con tanta insistenza e perché – secondo il M5S – mancherebbero risposte alle interrogazioni già presentate.
In entrambi i casi, la denuncia ha già prodotto l’effetto cercato: portare la partita dentro il terreno più scivoloso per la Rai, quello in cui palinsesto, soldi e credibilità diventano la stessa identica cosa.



















