Arriva la firma di Mattarella e subito scoppia il caos dei comitati – Ecco cosa sta accadendo…

Con la firma del decreto di indizione del referendum sulla giustizia da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, la partita entra ufficialmente nella sua fase più aspra. La consultazione è fissata per il 22 e 23 marzo, ma attorno alla data del voto si consuma già una guerra politica e giuridica che coinvolge governo, comitati promotori, opposizioni e pezzi della stessa maggioranza.

Il via libera del Colle non chiude il conflitto, anzi lo cristallizza: mentre i partiti si organizzano per la campagna referendaria, i ricorsi al Tar diventano il terreno su cui si misura uno scontro che non riguarda solo il merito della riforma, ma anche le regole del gioco.

La firma del Colle e il perimetro istituzionale

La firma del capo dello Stato arriva nella serata del 13 gennaio, nonostante nelle settimane precedenti fossero filtrate segnalazioni sul rischio di contenziosi. Dal Quirinale, però, il punto viene chiarito con nettezza: al presidente non compete alcun giudizio di costituzionalità, trattandosi di un atto amministrativo del governo.

In altre parole, il decreto di indizione non è una valutazione politica o di merito sulla riforma della giustizia, ma l’atto formale che rende operativa una decisione assunta dall’esecutivo. Per questo, la firma non è mai stata realmente in discussione, anche se il clima attorno al referendum è tutt’altro che neutro.

La lettera al Quirinale e il ricorso al Tar

A innescare la miccia è il ricorso depositato al Tar del Lazio dal Comitato promotore della raccolta di firme popolari, che chiede la sospensione della delibera del Consiglio dei ministri con cui è stata fissata la data del voto.

Prima della firma, il presidente Mattarella riceve una lettera informativa dal comitato. Il portavoce Carlo Guglielmi la definisce una comunicazione “doverosa e preventiva”: poche righe per spiegare le ragioni dell’iniziativa, accompagnate però dal testo integrale del ricorso. Nessuna richiesta, nessuna sollecitazione, nessuna “moral suasion”, viene precisato. Ma il segnale politico è evidente: il conflitto è già esploso prima ancora dell’apertura ufficiale della campagna.

Il nodo della data: prassi contro interpretazione della legge

Il cuore dello scontro sta nella scelta della data.
Secondo il comitato promotore – che rivendica quasi 400 mila firme raccolte – dovrebbe prevalere una prassi consolidata: attendere la scadenza dei 90 giorni concessi ai cittadini per la raccolta delle firme prima di fissare la consultazione. Anticipare il voto, sostengono, significa comprimere il dibattito e “ignorare la Costituzione”.

Il governo, invece, difende una interpretazione rigorosa della legge del 1970, che consente di fissare la data entro 60 giorni dall’ordinanza della Cassazione sui quesiti presentati dai parlamentari. È su questa lettura che si regge la scelta del 22-23 marzo. Una decisione legittima sul piano formale, ma politicamente incendiaria.

Forza Italia all’attacco: “Raccolte inutili, servono solo ai rimborsi”

Sul fronte della maggioranza, Forza Italia passa subito all’offensiva. Il capogruppo al Senato Maurizio Gasparri afferma che ulteriori raccolte di firme “non producono alcuna conseguenza”, se non quella di consentire l’accesso ai rimborsi elettorali.

Sulla stessa linea Enrico Costa, che accusa gli “aspiranti promotori” di ricorrere al Tar per bloccare proprio il referendum per il quale stanno raccogliendo le firme. È un attacco diretto alla legittimità politica dell’iniziativa, non solo al suo fondamento giuridico.

Le opposizioni e i comitati per il No: “La destra accelera per strozzare il dibattito”

La replica arriva dai comitati per il No e dalle opposizioni. Giovanni Bachelet, del Comitato Società civile per il No, parla apertamente di una strategia della destra per “accelerare” e strozzare il dibattito pubblico, temendo di perdere il confronto nel Paese.

Il comitato promosso dall’Anm lancia intanto un sito informativo rivolto ai cittadini, mentre il Movimento 5 Stelle apre ufficialmente la propria campagna con uno slogan netto: “Vota No al referendum salva-casta”. Il materiale è già online, pronto per essere diffuso tra social e territori.

Il Pd tra prudenza e linea costituzionale

Più cauta la posizione del Partito Democratico. La campagna non è ancora formalmente partita, ma la linea viene tracciata: difesa della Costituzione e dell’equilibrio tra i poteri. Una scelta che segnala la volontà di non trasformare subito il referendum in uno scontro frontale, ma di collocarlo su un terreno istituzionale.

Il fronte del Sì si organizza: Nordio, Lega e Forza Italia in movimento

Sul fronte opposto, quello del Sì, i motori sono già accesi. Forza Italia definisce il budget e lavora su slogan e messaggi, mentre il Guardasigilli Carlo Nordio scenderà in campo anche attraverso la presentazione del suo libro, che diventa inevitabilmente un tassello della campagna.

La Lega annuncia manifesti e gazebo, mentre all’interno della maggioranza emergono scintille sulla legge elettorale: per Fratelli d’Italia è una priorità, per i leghisti no. Il leader Matteo Salvini prova a smorzare, ma ammette che la convergenza definitiva ancora non c’è.

Una campagna che nasce già nel conflitto

Il quadro che emerge è quello di un referendum che nasce già polarizzato, con tre livelli di scontro intrecciati:

1. giuridico, sui ricorsi e sulla data del voto;


2. politico, tra governo, opposizioni e comitati;


3. istituzionale, sul confine tra legge ordinaria e assetto costituzionale della giustizia.

La firma del presidente Mattarella non chiude il confronto, ma lo incanala nel perimetro formale. Da qui in avanti, la battaglia si giocherà nei tribunali amministrativi, nelle piazze, nei media e sui territori.

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Con il decreto firmato, il referendum sulla giustizia entra ufficialmente nella storia istituzionale del Paese. Ma il clima che lo accompagna è tutt’altro che ordinario: ricorsi incrociati, accuse di forzature, campagne già avviate e una maggioranza non del tutto compatta. Più che una semplice consultazione, il voto di marzo si preannuncia come un test politico e costituzionale che va ben oltre i quesiti referendari, e che rischia di trasformarsi in uno scontro sull’idea stessa di equilibrio tra poteri dello Stato.

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