Una “svolta autoritaria” mascherata da provvedimento di ordine pubblico. E, soprattutto, un disegno che – dietro la retorica della sicurezza – rischia di spostare il baricentro dei poteri verso l’esecutivo, comprimere diritti costituzionali e trasformare la gestione del dissenso in un terreno “penale”. È durissima l’analisi del pm Nino Di Matteo, in un’intervista che suona come un avvertimento politico e istituzionale: il decreto Sicurezza non sarebbe solo un pacchetto di misure contro disordini e violenze, ma l’ennesima tappa di un percorso che “tende ad alterare il normale equilibrio della separazione dei poteri”, concentrando sempre più leve nelle mani del governo.
Il cuore della denuncia è doppio: da un lato, l’impianto del decreto – con norme considerate interpretabili e potenzialmente arbitrarie – dall’altro, l’idea che alcune scelte finiscano per proteggere chi sta in alto e irrigidire il sistema contro chi sta in basso o protesta. Da qui la frase che sintetizza l’intervista: “Ora il governo salva i potenti”.
“Non è solo ordine pubblico”: il decreto come passaggio di sistema
Di Matteo non legge il decreto come un intervento tecnico per rafforzare sicurezza e prevenzione. Lo colloca, invece, dentro una traiettoria: misure che, sommate, possono produrre un effetto più ampio di quello dichiarato. Il punto non è solo “cosa” cambia, ma come cambia l’architettura dei poteri e quali messaggi manda lo Stato.
La preoccupazione dichiarata è che il provvedimento finisca per toccare principi costituzionali, introducendo elementi che – nella pratica – possono diventare strumenti di pressione su piazza, informazione, conflitto sociale, partecipazione.
Il “fermo” e il rischio arbitrarietà: “si prende uno che non ha fatto nulla”
Uno dei passaggi più sensibili, nell’allarme del magistrato, riguarda la norma sul fermo e il suo potenziale impatto sul dissenso. L’obiezione è netta: se una norma consente di intervenire su una persona ritenuta “pericolosa” sulla base di elementi non chiaramente definiti, il confine tra prevenzione e abuso si assottiglia.
È qui che scatta il timore più pesante: la possibilità che la misura venga letta e usata come uno strumento per anticipare la repressione, colpendo non fatti commessi ma “ipotesi” e “sospetti”. In altre parole: il rischio che, nella gestione di piazze e proteste, si passi dalla punizione di condotte concrete alla neutralizzazione preventiva di soggetti ritenuti “problematici”.
Di Matteo insiste su un punto: quando le categorie giuridiche diventano vaghe, l’effetto non è solo l’incertezza. È l’apertura a una discrezionalità che può trasformarsi, nei casi peggiori, in arbitrio.
“Criminalizzazione del dissenso”: il salto politico della norma
Nell’intervista l’espressione è esplicita: il decreto, così impostato, può condurre a una criminalizzazione del dissenso. Non perché contesti eversivi o violenze non vadano contrastati, ma perché la risposta – se costruita male – rischia di trattare la protesta come un problema di polizia più che come un fenomeno politico-sociale da governare con equilibrio.
Il punto non è difendere chi commette reati. Il punto è evitare che strumenti nati per colpire una minoranza violenta finiscano per pesare su diritti e libertà anche di chi protesta pacificamente, di chi partecipa, di chi dissente. Quando una norma “preventiva” entra in campo, diventa decisivo chi decide, con quali criteri e con quali garanzie.
Il tema delle garanzie: “vaghezza” e “interpretabilità” come pericolo
Un passaggio cruciale dell’intervista è la critica alla scrittura delle misure: Di Matteo mette in guardia proprio dalle norme “elastiche”. Perché una legge vaga non resta neutra: vive nell’interpretazione e nell’uso concreto.
E quando lo scenario è quello di piazze, scontri, tensioni sociali, una norma ambigua può essere applicata “a fisarmonica”: molto dura in alcuni contesti, più morbida in altri. È qui che nasce l’accusa politica: se le regole sono indecifrabili o troppo flessibili, diventano più facilmente strumenti di gestione del consenso o di controllo del conflitto.
“Salvare i potenti”: il sospetto di una sicurezza a due velocità
L’altra parola chiave dell’intervista è quella più incendiaria: “il governo salva i potenti”. È l’idea che, mentre si alza il tono contro disordine e marginalità, il sistema continui a essere indulgente – o comunque meno efficace – quando si parla di livelli alti, interessi forti, poteri economici e politici.
È una critica che si collega a un sentimento diffuso: la percezione di una giustizia e di una “sicurezza” che diventano severissime con alcuni e più accomodanti con altri. E, nel ragionamento del pm, il decreto finirebbe per rafforzare proprio questa dinamica: tanta forza simbolica e operativa verso il basso, meno incisività verso ciò che davvero muove potere e impunità.
Il nodo politico: sicurezza come narrazione e come strumento
Di Matteo sembra contestare anche un approccio: la sicurezza trasformata in narrazione permanente, in campagna continua, in bandiera identitaria. Quando una materia così delicata diventa un terreno propagandistico, il rischio – nella sua lettura – è che le norme vengano scritte per “funzionare” mediaticamente prima ancora che giuridicamente.
E quando una legge nasce per produrre effetto annuncio, spesso scarica i problemi veri su chi deve applicarla: forze dell’ordine, magistratura, tribunali. Con un risultato paradossale: più caos interpretativo, più conflitti, più contenziosi, più tensione.
Leggi anche

Shock su volo di stato della Premier Giorgia Meloni – Ecco cosa è accaduto poco fa
Momenti di forte tensione per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, protagonista di un episodio che ha fatto scattare immediatamente
VIDEO:
L’intervista di Nino Di Matteo non è un “no” generico alla sicurezza. È un avvertimento: quando la sicurezza viene normata male, diventa il cavallo di Troia per cambiare il rapporto tra Stato e cittadini. E quando si introducono misure preventive vaghe, il rischio è che il bersaglio si allarghi: dalla violenza al dissenso, dal reato al sospetto, dalla piazza “pericolosa” alla protesta scomoda.
Per questo l’allarme viene presentato come un tema di Costituzione, non di cronaca. Perché il punto, in fondo, non è solo cosa succede domani in un commissariato o in una manifestazione. È cosa succede dopodomani al Paese quando, pezzo dopo pezzo, la sicurezza diventa il linguaggio con cui si restringono spazi e si riscrive l’equilibrio dei poteri.




















