Arriva l’antimafia dal Governo, ma deve chiarire sul caso infiltraizoni – Fratelli D’Italia – Shock

Ci sono momenti in cui una notizia non pesa soltanto per quello che annuncia, ma per il terreno che decide di toccare. In questo caso il terreno è tra i più sensibili della vita democratica italiana: il rapporto fra criminalità organizzata e politica. Non più soltanto singoli episodi, non più soltanto vicende locali o nomi finiti di riflesso nelle cronache giudiziarie, ma la possibilità di aprire un fronte più largo, capace di interrogare il sistema dei partiti nel suo complesso. È su questo crinale che si muove la nuova iniziativa della Commissione parlamentare Antimafia, guidata da Chiara Colosimo. La prima mossa è già stata compiuta: per martedì 14 aprile 2026 è stato convocato un ufficio di presidenza della Commissione, chiamato a discutere l’eventuale apertura di un nuovo filone d’inchiesta dedicato specificamente alle infiltrazioni della criminalità organizzata nei partiti politici. Il punto decisivo è proprio questo: non si tratterebbe di un approfondimento limitato ai fascicoli già noti, ma di una verifica più ampia, trasversale e sistemica, pensata per accendere un faro su come i clan possano cercare sponde, relazioni, voti, protezioni o spazi di influenza dentro il perimetro della rappresentanza democratica.

A dare forza politica a questa svolta è stata la stessa Giorgia Meloni. Nel corso dell’informativa parlamentare del 9 aprile 2026, la presidente del Consiglio ha chiesto apertamente che la Commissione Antimafia si occupi dei tentativi di infiltrazione criminale nei partiti, “Fratelli d’Italia compreso”, sostenendo che il tema non dovrebbe essere piegato alla propaganda ma affrontato per “costruire gli anticorpi” necessari a difendere le istituzioni. È una frase politicamente pesante, perché prova a spostare il dibattito: non più una polemica circoscritta a questo o quel caso, ma l’idea che il rischio riguardi l’intero sistema politico e che, proprio per questo, nessuna forza possa chiamarsi fuori in partenza. La Commissione, del resto, non parte da zero. È già attiva su due dossier che nelle ultime settimane hanno riacceso l’attenzione sui possibili punti di contatto tra ambienti criminali e figure riconducibili, indirettamente, anche all’area di governo, pur senza contestazioni penali a carico degli esponenti politici citati. Il primo è quello relativo all’indagine Hydra a Milano; il secondo riguarda la vicenda del clan Senese a Roma. Sono due piste diverse, per geografia e caratteristiche, ma accomunate da una domanda di fondo: fino a che punto la criminalità organizzata riesce a costruire relazioni opache con il mondo politico e istituzionale?

Sul fronte milanese, il caso Hydra è ormai diventato uno dei simboli più forti del radicamento mafioso al Nord. L’inchiesta della DDA di Milano ha descritto un “sistema mafioso lombardo” in cui esponenti di ’ndrangheta, Cosa nostra e camorra avrebbero cooperato per affari, controllo del territorio e riciclaggio; a gennaio 2026 sono arrivate le prime condanne nel rito abbreviato, con il riconoscimento dell’associazione mafiosa per 24 imputati. In questo quadro, la visita di Colosimo a Milano fissata per il 16 aprile assume un valore che va oltre il semplice atto istituzionale: significa collocare il dossier Hydra dentro una riflessione nazionale sul rapporto tra mafie, economia e possibili proiezioni politiche.

Sul versante romano, invece, la Commissione si prepara a entrare nel merito della vicenda che ruota attorno al clan Senese e che ha lambito Andrea Delmastro. Secondo quanto anticipato, partirà un ciclo di audizioni in cui dovrebbero essere ascoltati, tra gli altri, lo stesso Delmastro, la sua scorta, la Procura di Roma, polizia, Guardia di finanza, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e l’Ufficio centrale interforze per la sicurezza personale. In parallelo, l’inchiesta della DDA capitolina sulla società “Le 5 Forchette” ha portato al sequestro del telefono di Mauro Caroccia; Delmastro, citato nella vicenda come ex socio dell’attività, non risulta indagato. Anche qui, più che una responsabilità penale già accertata sul piano politico, il punto è capire se attorno a queste vicende esistano zone grigie che meritano di essere illuminate sul piano parlamentare.

È proprio su questo passaggio che si è già acceso lo scontro tra maggioranza e opposizione. Se il centrodestra presenta l’iniziativa come un atto di trasparenza e di responsabilità, il Partito democratico la guarda con forte diffidenza. I componenti dem della Commissione Antimafia hanno parlato di “appelli impropri”, accusando Meloni di voler “tirare dentro tutti” e sostenendo che la priorità dovrebbe essere quella di calendarizzare rapidamente le audizioni già richieste sui casi Delmastro, Hydra e clan Senese. Walter Verini ha messo il punto politico in modo netto: il compito della Commissione, ha detto, non è riscrivere la storia o inventarla, ma accendere fari su fatti concreti che stanno realmente accadendo. In altre parole, per il Pd il rischio è che il nuovo filone generale diventi una cornice troppo larga, utile più a diluire le responsabilità che a chiarirle. Accanto a questo possibile nuovo fronte investigativo, la maggioranza prova anche a rafforzare il proprio profilo sul terreno antimafia con altre iniziative. Fratelli d’Italia intende rilanciare una proposta bipartisan, a prima firma Colosimo, rivolta alla protezione dei minori e dei giovani provenienti da famiglie mafiose o di quei genitori che vogliono allontanarsi dal contesto criminale. Nello stesso intervento parlamentare del 9 aprile, Meloni ha richiamato la proposta collegata ai figli dei boss mafiosi, indicandola come uno degli strumenti con cui rispondere al tema non solo sul piano repressivo ma anche su quello preventivo e sociale. È un elemento importante, perché segnala la volontà di affiancare all’inchiesta politica anche una narrazione di contrasto strutturale alle mafie.

Un’altra partita, meno visibile ma non secondaria, riguarda poi il carcere. Dal Ministero della Giustizia potrebbe arrivare una rimodulazione della discussa circolare firmata nell’ottobre 2025 da Ernesto Napolillo, che aveva centralizzato presso il DAP il nulla osta per numerose attività educative e trattamentali negli istituti con circuiti di alta sicurezza e 41-bis, suscitando molte critiche per il rischio di rallentare o irrigidire i percorsi rieducativi. Successivi correttivi di dicembre hanno chiarito tempi, competenze e ambito di applicazione, ma il tema resta aperto e continua a essere letto come parte di una più ampia strategia antimafia che tiene insieme sicurezza, prevenzione e gestione penitenziaria.

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La novità vera, dunque, non è soltanto l’ennesimo capitolo di tensione tra maggioranza e opposizione. Il punto politico più profondo è che la Commissione Antimafia sembra avviarsi verso un cambio di scala: dai singoli fascicoli a una domanda più grande sul modo in cui la criminalità organizzata può tentare di entrare nei partiti, orientarne pezzi, sfruttarne debolezze o cercare legittimazione. Se il filone verrà davvero aperto, il Parlamento si troverà davanti a un banco di prova delicatissimo: distinguere con rigore i fatti dalle strumentalizzazioni, ma senza abbassare la guardia. Perché quando la politica finisce sotto la lente dell’antimafia, la posta in gioco non riguarda un singolo partito: riguarda la credibilità stessa delle istituzioni democratiche.

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