Roma, 29 luglio 2025 – Francesco Lollobrigida torna a far discutere. In un’intervista al Corriere della Sera, il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità alimentare, nonché cognato della premier Meloni, ha definito “non drammatico” l’effetto del nuovo accordo commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti che introduce dazi al 15% su una vasta gamma di prodotti, tra cui eccellenze del Made in Italy come formaggi, vino e aceto balsamico.
Una posizione che appare scollegata dalla realtà denunciata da produttori, associazioni di categoria e operatori del settore, che temono gravi conseguenze sull’export e sulla competitività italiana.
“Gli americani non sanno fare il pecorino”
Nel tentativo di rassicurare, Lollobrigida ha sostenuto che i prodotti italiani più pregiati continueranno a essere richiesti negli Stati Uniti indipendentemente dall’aumento dei dazi:
“Alcuni nostri prodotti non sono replicabili negli Stati Uniti. Pensiamo all’olio di oliva, che importano per il 95%, o al pecorino, che lì non sanno fare”.
Un’affermazione che, più che analisi economica, sembra una boutade nazionalista, e che ha generato ironie e critiche: ridurre il commercio agroalimentare a una questione di ‘saper fare’ è pericolosamente ingenuo, specie quando il mercato risponde a logiche di prezzo e volumi, più che di qualità artigianale.
Non a caso, associazioni come Confagricoltura e Coldiretti hanno già chiesto un confronto urgente con il governo, definendo il nuovo scenario “un colpo durissimo” per centinaia di PMI italiane.
Un ottimismo fuori luogo
Il ministro ha poi avanzato una teoria secondo cui “gran parte dei dazi non saranno pagati dai produttori italiani, ma verranno spalmati sull’intera filiera”, insinuando che il costo finale verrà assorbito in parte dagli importatori americani.
Ma questa ipotesi è tutta da dimostrare: secondo numerosi analisti, le catene di distribuzione statunitensi tenderanno a scaricare i maggiori costi sui fornitori europei oppure a sostituirli con prodotti più economici. Il risultato? Un crollo delle esportazioni in comparti già sotto pressione, a partire dal settore lattiero-caseario, che rappresenta una fetta consistente dell’export italiano in Nord America.
Parmigiano e aceto: “il 15% è assorbibile”?
Nel suo intervento, Lollobrigida ha sostenuto che in certi casi il dazio del 15% sarebbe addirittura un miglioramento rispetto al 25% introdotto in precedenza sotto la presidenza Trump, citando il parmigiano come esempio. Secondo il ministro, “se i dazi fossero invece al 15%, per i produttori sarebbe un risultato eccezionale”.
Ma anche qui l’ottimismo appare forzato. Il ritorno a dazi “contenuti” non cancella il problema strutturale: in un mercato globalizzato e ipercompetitivo, qualsiasi barriera all’ingresso rappresenta un freno, soprattutto per produzioni di qualità ma con costi elevati, come quelle italiane.
Vino nel mirino: un settore ad alto rischio
Il ministro ha poi ammesso qualche preoccupazione per il comparto vinicolo, uno dei più vulnerabili all’imposizione di dazi, ma anche qui ha voluto stemperare i toni:
“Lunedì 4 agosto a Palazzo Chigi abbiamo convocato una riunione del sistema produttivo per affrontare la questione vino, non solo legata ai dazi ma anche a una strategia complessiva”.
Una “strategia complessiva” che però, a oggi, non sembra esistere. Il settore vino è il fiore all’occhiello dell’agroalimentare italiano, ma rischia ora una contrazione dell’export su uno dei suoi mercati principali, proprio mentre la concorrenza di altri Paesi (Cile, Australia, Sudafrica) si fa più aggressiva.
L’attacco al PD e la linea Meloni
Come ormai consuetudine, Lollobrigida ha chiuso il suo intervento con un attacco politico. Secondo il ministro, le critiche del Partito Democratico all’accordo commerciale sarebbero “strumentali”, considerando che è stata Ursula von der Leyen, sostenuta anche dal PD, a portare avanti la trattativa con gli Stati Uniti.
“Non voglio essere ottimista a tutti i costi – ha detto – ma nemmeno catastrofista come chi lo sta facendo in modo del tutto strumentale.”
In linea con le dichiarazioni di Giorgia Meloni, che ha definito i dazi “sostenibili” per l’Italia, Lollobrigida si è accodato alla narrazione del governo: minimizzare le criticità e accusare l’opposizione di allarmismo. Anche il ministro degli Esteri Tajani si è espresso in difesa dell’accordo, parlando di un’intesa “necessaria” per tutelare i rapporti transatlantici.
Un Paese esportatore senza una strategia
L’Italia è il secondo esportatore agroalimentare dell’Unione Europea. Il nuovo scenario commerciale con Washington rischia di mettere in ginocchio migliaia di imprese, in particolare nel centro-sud e in aree già fragili sul piano economico.
In questo contesto, le parole di Lollobrigida appaiono improvvisate, autoreferenziali e prive di visione. Puntare tutto sul pecorino e sulle presunte incapacità produttive altrui non basta a salvare il made in Italy.
Servirebbero diplomazia, pianificazione, e un governo che ascolti le categorie e lavori in Europa per tutelare realmente i propri settori strategici. Al momento, invece, l’unica cosa che sembra essere “non replicabile” – parafrasando le parole del ministro – è il livello di leggerezza con cui vengono affrontate questioni cruciali per l’economia del Paese.
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In un momento in cui le esportazioni rappresentano uno degli assi portanti dell’economia italiana, soprattutto per l’agroalimentare di qualità, il governo avrebbe il dovere di agire con serietà, visione e responsabilità. Le dichiarazioni di Francesco Lollobrigida, più che rassicurare, alimentano il sospetto di una sottovalutazione profonda dei rischi connessi ai nuovi dazi USA. L’Italia non può permettersi di perdere quote di mercato per leggerezza comunicativa o calcolo politico. Le imprese non chiedono slogan o ironie sul pecorino: chiedono strategie, tutele e risposte. E se davvero si vuole difendere la sovranità alimentare, bisognerebbe iniziare dall’ascolto di chi produce, esporta e tiene in piedi, ogni giorno, il valore del Made in Italy nel mondo.



















