Arriva l’intervento durissimo del Presidente Sergio Mattarella – Ecco cosa ha dichiarato poco fa

A trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato Paolo Borsellino e i cinque agenti della scorta uccisi nell’attentato mafioso del 19 luglio 1992. Un messaggio solenne, rivolto non soltanto alla memoria delle vittime, ma anche al significato storico e civile di quella stagione.

Secondo il capo dello Stato, l’autobomba esplosa a Palermo rappresentò il punto più alto di un progetto eversivo che mirava a colpire le istituzioni democratiche e la libertà degli italiani. Un disegno che, ha sottolineato Mattarella, è stato però sconfitto grazie alla risposta dello Stato, al lavoro della magistratura, delle forze dell’ordine e alla reazione civile del Paese.

La commemorazione si è trasformata così in un richiamo alla responsabilità collettiva, alla difesa della legalità e alla necessità di non considerare mai conclusa la lotta contro le mafie.

“Via D’Amelio segnò profondamente la coscienza del Paese”

Nel suo messaggio, Mattarella ha ricordato che la strage di via D’Amelio avvenne soltanto 57 giorni dopo quella di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli agenti della scorta.

Due attentati ravvicinati che sconvolsero l’Italia e mostrarono la capacità di Cosa nostra di colpire direttamente lo Stato.

“La strage di via D’Amelio ha segnato in profondità la coscienza del Paese”, ha affermato il presidente della Repubblica, descrivendola come il culmine di una strategia volta a piegare le istituzioni.

L’obiettivo mafioso non era soltanto quello di eliminare due magistrati considerati nemici pericolosi. Gli attentati volevano diffondere paura, dimostrare la vulnerabilità dello Stato e condizionare la vita democratica del Paese.

Paolo Borsellino, magistrato fino all’ultimo giorno

Mattarella ha ricordato Paolo Borsellino come un magistrato che pagò con la vita il proprio impegno nella lotta alla mafia.

Dopo l’uccisione dell’amico e collega Giovanni Falcone, Borsellino era consapevole di essere diventato uno dei principali obiettivi di Cosa nostra. Nonostante il pericolo, continuò a lavorare e a svolgere il proprio dovere.

Il 19 luglio 1992 si recò in via D’Amelio per fare visita alla madre. Poco dopo il suo arrivo, una Fiat 126 carica di esplosivo venne fatta saltare in aria.

L’esplosione devastò la strada e uccise il magistrato insieme a cinque componenti della sua scorta.

I cinque agenti uccisi insieme a Borsellino

Nel messaggio del Quirinale sono stati ricordati anche i cinque servitori dello Stato che persero la vita nell’attentato:

Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.

Mattarella ha sottolineato che i loro nomi sono iscritti per sempre nella memoria della Repubblica.

Emanuela Loi fu la prima donna della Polizia di Stato a morire in servizio. Aveva soltanto 24 anni. Gli altri agenti della scorta erano uomini che avevano scelto consapevolmente di proteggere un magistrato esposto a un rischio altissimo.

Il loro sacrificio rappresenta ancora oggi uno dei simboli più forti del senso del dovere e della fedeltà alle istituzioni.

La vicinanza alle famiglie delle vittime

Il presidente della Repubblica ha espresso ancora una volta solidarietà e vicinanza ai familiari di tutte le vittime della mafia.

Non soltanto ai parenti di Borsellino e degli agenti della scorta, ma anche alle famiglie degli uomini e delle donne appartenenti alle forze dell’ordine, alla magistratura e alle istituzioni che hanno perso la vita combattendo la criminalità organizzata.

Il ricordo delle vittime, nel messaggio del Quirinale, non assume un carattere esclusivamente commemorativo. Diventa un impegno a mantenere viva la ricerca della verità e a non interrompere il contrasto alle organizzazioni mafiose.

Le famiglie hanno spesso sostenuto una lunga battaglia per ottenere chiarezza sulle responsabilità, sui depistaggi e sugli aspetti ancora oscuri delle stragi.

“Il disegno eversivo è stato sconfitto”

Uno dei passaggi più significativi del messaggio di Mattarella riguarda la risposta dello Stato.

Secondo il capo dello Stato, il progetto mafioso mirava a mettere in discussione la democrazia e la libertà degli italiani, ma non riuscì a raggiungere il proprio obiettivo.

“Quel disegno eversivo è stato sconfitto”, ha affermato.

La Repubblica dimostrò di essere più forte, riuscendo negli anni a catturare e condannare esecutori e mandanti delle stragi.

Dopo gli attentati del 1992, lo Stato intensificò la lotta a Cosa nostra, attraverso strumenti investigativi più efficaci, un maggiore coordinamento tra le istituzioni e una mobilitazione civile senza precedenti.

Falcone e Borsellino simboli della riscossa civile

Mattarella ha definito Giovanni Falcone e Paolo Borsellino “simboli della riscossa civile del Paese”.

Il loro lavoro non si limitò ai singoli processi. I due magistrati contribuirono a modificare profondamente il modo in cui lo Stato comprendeva e combatteva la mafia.

Falcone e Borsellino dimostrarono che Cosa nostra non era un insieme disordinato di criminali, ma un’organizzazione strutturata, dotata di regole, vertici e strategie.

Il metodo investigativo sviluppato dal pool antimafia di Palermo consentì di ricostruire legami, responsabilità e strutture fino ad allora difficili da dimostrare in tribunale.

I processi che prima sembravano impossibili

Il presidente della Repubblica ha ricordato la professionalità e il coraggio con cui Falcone e Borsellino istruirono processi che, in precedenza, apparivano impossibili da celebrare.

Il simbolo di quella svolta fu il maxi processo di Palermo, iniziato nel 1986 e concluso con centinaia di condanne.

Per la prima volta lo Stato riuscì a processare in modo organico Cosa nostra e a dimostrare l’esistenza di una struttura unitaria e verticistica.

Quel risultato non fu soltanto giudiziario. Rappresentò una rottura culturale rispetto a una lunga stagione nella quale l’esistenza stessa della mafia era stata negata o minimizzata.

Nuovi strumenti per combattere le mafie

Mattarella ha sottolineato anche il contributo di Falcone e Borsellino alla costruzione di strumenti più avanzati per il contrasto alla criminalità organizzata.

Il lavoro dei due magistrati contribuì alla nascita di un sistema investigativo fondato sulla cooperazione tra procure, sulla centralizzazione delle informazioni e sull’analisi dei patrimoni mafiosi.

Dopo le stragi furono rafforzati gli apparati antimafia e introdotte misure più incisive contro i boss e le loro organizzazioni.

La risposta dello Stato nacque quindi anche dall’eredità professionale lasciata dai due magistrati.

La cultura della legalità nelle scuole e tra i giovani

Il messaggio del presidente della Repubblica ha dedicato particolare attenzione al valore educativo dell’esempio di Falcone e Borsellino.

Con la loro passione, ha spiegato Mattarella, i due magistrati hanno seminato una cultura della legalità, insegnando ai giovani che la mentalità mafiosa deve essere contrastata fin dai comportamenti quotidiani e dalla scuola.

La lotta alla mafia non riguarda infatti soltanto le indagini e i processi. Riguarda anche il rifiuto dell’omertà, del favore personale, della prepotenza e dell’idea che la forza possa prevalere sulle regole.

La scuola, le famiglie e le istituzioni hanno il compito di trasmettere questi valori alle nuove generazioni.

Meloni: “Quel giorno decisi di impegnarmi in politica”

Nel giorno dell’anniversario è intervenuta anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni.

In un messaggio pubblicato sui social, la premier ha ricordato come il 19 luglio 1992 abbia segnato non soltanto la storia d’Italia, ma anche la sua vita personale.

Meloni ha raccontato di ricordare nitidamente le immagini della devastazione in un’estate particolarmente calda e di aver pensato, davanti a quella tragedia, che non fosse possibile rimanere indifferenti.

Secondo la presidente del Consiglio, proprio quel giorno maturò la decisione di impegnarsi in politica.

L’eredità di Paolo Borsellino secondo la premier

Meloni ha ricordato Borsellino come un uomo che ha lasciato un’eredità fondata sul coraggio, sull’amore per la patria e sulla fiducia nei giovani.

Nel suo messaggio ha ripreso il celebre richiamo attribuito al magistrato sul ruolo delle nuove generazioni: la mafia potrà essere sconfitta quando i giovani le negheranno il consenso.

La premier ha assicurato che il governo intende continuare a seguire la strada indicata da Borsellino, mantenendo l’impegno contro la criminalità organizzata e in difesa della legalità.

La Russa: “La memoria riafferma giustizia e libertà”

Numerose sono state le reazioni istituzionali e politiche.

Il presidente del Senato Ignazio La Russa ha ricordato che la memoria della strage significa riaffermare i valori della giustizia, della libertà e del senso civico.

La commemorazione, in questa prospettiva, non deve limitarsi a una ricorrenza formale. Deve tradursi nel rinnovamento quotidiano dell’impegno contro ogni forma di criminalità e sopraffazione.

Fontana: “Una ferita sempre aperta”

Il presidente della Camera Lorenzo Fontana ha definito la strage di via D’Amelio una ferita ancora aperta nella storia della Repubblica.

Fontana ha ricordato con riconoscenza il coraggio e la testimonianza di chi ha sacrificato la propria vita per la legalità e per la giustizia.

Il ricordo delle vittime resta quindi legato alla responsabilità delle istituzioni di difendere i principi per i quali furono uccise.

Piantedosi ricorda gli “eroi silenziosi”

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha parlato di “eroi silenziosi” che hanno scelto di combattere la criminalità organizzata mettendo a rischio la propria vita.

Nel suo messaggio ha ricordato magistrati, appartenenti alle forze dell’ordine, imprenditori e giornalisti che hanno difeso i valori fondamentali della democrazia fino all’estremo sacrificio.

Secondo Piantedosi, il loro esempio continua a ispirare quanti dedicano le proprie energie al bene comune e fanno della lotta alle mafie una scelta di vita.

Conte a Palermo: “Non basta la retorica”

Il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte ha scelto di partecipare alle commemorazioni a Palermo.

Conte ha avvertito che davanti al rischio di un arretramento nella lotta alla mafia non servono parole rituali o retorica, ma azioni coerenti e concrete.

Il leader del M5S ha annunciato la presenza accanto ai giovani, alle persone impegnate ogni giorno contro i clan e a coloro che, secondo le sue parole, hanno combattuto davvero la mafia.

La sua posizione introduce anche un elemento di polemica politica, con il richiamo alla necessità di evitare celebrazioni prive di conseguenze nell’azione delle istituzioni.

Una memoria che chiede verità

A trentaquattro anni dall’attentato, il ricordo di via D’Amelio continua a essere accompagnato dalla domanda di piena verità.

Negli anni sono emersi depistaggi, anomalie investigative e interrogativi sul furto dell’agenda rossa di Paolo Borsellino.

La lotta per la memoria si lega quindi alla necessità di chiarire ogni responsabilità e ogni eventuale complicità.

Commemorare significa anche non accettare zone d’ombra e sostenere il lavoro di chi continua a cercare risposte.

La mafia è cambiata, ma non è scomparsa

L’anniversario rappresenta anche un’occasione per ricordare che le mafie hanno modificato il proprio modo di agire.

Dopo la stagione delle stragi, le organizzazioni criminali hanno spesso ridotto il ricorso alla violenza eclatante, preferendo l’infiltrazione nell’economia, nella pubblica amministrazione e negli appalti.

La capacità di corrompere e investire capitali illeciti rende la mafia meno visibile, ma non meno pericolosa.

Per questo il ricordo di Falcone e Borsellino deve tradursi in una vigilanza costante e in strumenti adeguati alle nuove forme assunte dalla criminalità organizzata.

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Una ferita che appartiene a tutta la Repubblica

La strage di via D’Amelio non riguarda soltanto Palermo o la Sicilia.

È una ferita nazionale, perché colpì direttamente lo Stato e tentò di condizionare il futuro della democrazia italiana.

Il sacrificio di Borsellino e degli agenti della scorta appartiene alla memoria collettiva del Paese.

Ogni anno il 19 luglio rinnova il dolore, ma ricorda anche la capacità della società italiana di reagire e di trasformare la paura in partecipazione civile.

La conclusione di Mattarella

Il messaggio del presidente della Repubblica consegna al Paese una doppia consapevolezza.

Da una parte resta intatto il dolore per Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Dall’altra emerge la certezza che il progetto mafioso di piegare lo Stato sia stato sconfitto.

La Repubblica ha dimostrato di essere più forte, ma il risultato ottenuto non può essere considerato definitivo.

L’eredità di Falcone e Borsellino impone di continuare a combattere la mafia nelle istituzioni, nell’economia, nelle scuole e nei comportamenti quotidiani.

Il loro coraggio, come ha ricordato Mattarella, è ormai parte della coscienza democratica del Paese. Una coscienza che deve continuare a trasformare la memoria in impegno, responsabilità e difesa concreta della libertà.

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