La crisi di credibilità che sta investendo il Collegio del Garante per la Protezione dei Dati Personali registra il primo, pesante, passo indietro. Guido Scorza, uno dei quattro componenti dell’Autorità, si è dimesso irrevocabilmente dalla sua carica, aprendo una crepa nel fronte finora compatto dell’organismo indagato dalla procura di Roma per corruzione e peculato.
La dichiarazione: “Rispetto per un sogno”
La decisione è stata annunciata in serata dallo stesso Scorza attraverso un lungo e sofferto video postato sui suoi profili social. “Ho consegnato le mie dimissioni irrevocabili nelle mani del presidente, Pasquale Stanzione”, ha detto, definendo il gesto “la scelta più dolorosa della mia vita, ma necessaria”. Scorza ha ribadito la sua estraneità alle contestazioni: “Non ho responsabilità in relazione alle contestazioni che mi vengono mosse”. Tuttavia, ha motivato le dimissioni con la necessità di preservare l’istituzione: “L’Autorità ha bisogno di autorevolezza non solo effettiva, ma anche percepita”. Con tono emotivo, ha raccontato di lasciare “un incarico che avevo sempre sognato, da quanto trent’anni fa incontrai per la prima volta Stefano Rodotà. E lo lascio proprio per rispetto di quel sogno”.
L’attacco al sistema: “Responsabilità di una politica con la ‘p’ minuscola”
La riflessione di Scorza si è allargata, diventando un atto d’accusa contro i meccanismi di amplificazione mediatica e politica delle inchieste. Pur dichiarando di considerare “giuste, utili e democraticamente preziose” sia l’indagine giornalistica che quella giudiziaria, ha sottolineato come in un “sistema democratico sano” queste non dovrebbero “poter compromettere fino a questo punto, prima che qualsivoglia specifica responsabilità sia accertata, il buon funzionamento di un’Autorità indipendente”. Secondo Scorza, la responsabilità non è dei giornalisti o dei magistrati, ma di “una parte dei media – non quelli che fanno le inchieste ma quelli che le raccontano in maniera acritica e sensazionalistica”, degli “algoritmi dei social network” e, soprattutto, “di una parte della politica, quella con la ‘p’ minuscola, più a caccia di facile visibilità e consenso che di riflessioni e idee”.
Il terremoto scatenato dalle inchieste
La tempesta si è abbattuta sul Garante dopo una serie di servizi giornalistici che hanno portato alla luce le presunte “spese pazze” del board – lievitate nel 2024 a 400mila euro – e possibili casi di corruzione legati a sanzioni opache comminate ad aziende come Ita Airways e Meta. Nei giorni scorsi i pubblici ministeri hanno disposto perquisizioni nella sede dell’Autorità e nelle abitazioni private del presidente Pasquale Stanzione, di Scorza, di Agostino Ghiglia e di Ginevra Cerrina Feroni, con il sequestro di cellulari e pc. La vicenda potrebbe avere anche un risvolto di natura contabile, finendo sul tavolo della Corte dei Conti per un possibile danno erariale.
Le reazioni politiche e la posizione del Collegio
La crisi ha rapidamente travalicato i confini giudiziari, diventando un caso politico. Le opposizioni sono in prima linea nel chiedere le dimissioni dell’intero Collegio. Solo il giorno prima delle dimissioni di Scorza, il board aveva espresso “piena fiducia nell’operato della magistratura”, assicurando di voler “tirare dritto” nella certezza di poter dimostrare la propria estraneità.
Prossimi sviluppi
La vicenda è destinata ad avere nuovi capitoli. È stato annunciato un nuovo servizio giornalistico con “documenti inediti” che dimostrerebbero come le spese di rappresentanza del Garante “forse potevano essere limitate”. L’attenzione resta ora puntata sugli altri tre componenti dell’Autorità e sulle loro mosse, mentre il dibattito sull’indipendenza e la credibilità degli organismi di vigilanza entra nel vivo. La mossa di Scorza, presentata come un sacrificio personale per salvare l’istituzione, potrebbe innescare un effetto domino difficile da contenere.
In conclusione, le dimissioni irrevocabili di Guido Scorza dal Collegio del Garante per la Protezione dei Dati Personali rappresentano un punto di svolta drammatico nella crisi istituzionale scatenata dalle inchieste di Report. Il suo addio, definito “la scelta più dolorosa” della sua vita ma necessaria per preservare l’autorevolezza “percepita” dell’Autorità, apre una crepa nel fronte finora compatto dell’organismo e trasforma una bufera giudiziaria in un terremoto politico-istituzionale.
Scorza, pur ribadendo la propria estraneità alle contestazioni, lancia con il suo gesto un severo atto d’accusa contro i meccanismi di amplificazione mediatica e politica delle inchieste. La sua critica si estende a una parte del mondo dell’informazione accusata di sensazionalismo, agli algoritmi dei social network e, soprattutto, a una “politica con la ‘p’ minuscola”, più interessata alla visibilità che alla riflessione. In questo modo, la sua uscita di scena trascende la dimensione personale per sollevare questioni cruciali sull’equilibrio tra controlli giudiziari, libertà di stampa e necessaria stabilità delle autorità indipendenti in una democrazia matura.
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Il Collegio si trova ora in una posizione estremamente fragile. Le opposizioni chiedono a gran voce le dimissioni di tutti i componenti, mentre l’indagine della procura di Roma per corruzione e peculato procede, con possibili sviluppi contabili presso la Corte dei Conti. L’annuncio di nuovi servizi giornalistici con “documenti inediti” promette di mantenere alta la pressione.
La mossa di Scorza, presentata come un sacrificio per il bene dell’istituzione, rischia di innescare un effetto domino dalle conseguenze imprevedibili. La vicenda, oltre a minare la credibilità di un pilastro fondamentale per la privacy dei cittadini, avvia un dibattito profondo sulla tenuta, l’indipendenza e la trasparenza degli organismi di vigilanza, lasciando l’Autorità in una tempesta perfetta tra giustizia, politica e opinione pubblica, il cui esito definirà il futuro dell’intero Collegio.


















