Non è più soltanto il caso di una società finita al centro delle polemiche per la presenza del sottosegretario Andrea Delmastro e della figlia di Mauro Caroccia. Adesso, secondo quanto riportato da Il Fatto Quotidiano nelle nuove carte e nelle ricostruzioni pubblicate, la vicenda si allarga e assume un peso politico e istituzionale ancora più pesante. Al centro non ci sarebbe solo il rapporto societario che ha già fatto esplodere lo scontro politico, ma anche una frequentazione del locale legato a quel mondo da parte di figure di primo piano del ministero della Giustizia e del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Un intreccio che, se confermato in tutti i suoi dettagli, rischia di aprire un fronte ben più vasto di quello inizialmente emerso.
Il quadro ricostruito dal quotidiano parla di cene, incontri, presenze ripetute e rapporti che sarebbero andati ben oltre l’episodio occasionale. Il nome del ristorante è quello già noto nella vicenda: la “Bisteccheria d’Italia” di via Tuscolana a Roma, collegata alla società “Le 5 Forchette srl”, dove Delmastro era socio insieme ad altri esponenti di Fratelli d’Italia e a Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia. Proprio quest’ultimo, secondo la sentenza richiamata nell’inchiesta, è stato condannato in via definitiva per intestazione fittizia con aggravante mafiosa, in quanto ritenuto prestanome del clan Senese. Ed è attorno a questa figura che si concentra ora il nuovo terremoto politico e giudiziario.
Il locale al centro del caso
La novità più forte emersa dalle nuove pagine dell’inchiesta giornalistica è la presenza, nel locale riconducibile a quel circuito, di alcuni alti dirigenti del ministero della Giustizia e del Dap. Non semplici clienti di passaggio, ma presenze che, secondo quanto viene raccontato, sarebbero state frequenti, fino a delineare una consuetudine. A tavola, accanto al sottosegretario Delmastro, sarebbero comparsi nomi di primo piano dell’apparato amministrativo della giustizia italiana.
La data che viene indicata come simbolica è il 3 giugno 2025. In quell’occasione, secondo la ricostruzione, cinque alti dirigenti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e di via Arenula sarebbero stati presenti nel locale insieme a Giusi Bartolozzi e allo stesso Delmastro. Non una semplice cena privata senza rilievo pubblico, almeno sul piano politico, perché il luogo era già associato alla figura di Mauro Caroccia e alla rete di rapporti che oggi è finita nuovamente sotto i riflettori.
Il punto politicamente più delicato è che il locale non sarebbe stato frequentato solo in tempi “neutri”, ma anche in una fase in cui la vicenda giudiziaria di Caroccia era già nota o comunque facilmente conoscibile. Ed è proprio su questo aspetto che si gioca la parte più esplosiva del caso: la compatibilità tra ruoli istituzionali tanto delicati e la frequentazione di un posto collegato a una figura poi condannata in via definitiva per reati aggravati dal metodo mafioso.
I nomi che compaiono nella ricostruzione
La ricostruzione pubblicata dal Fatto Quotidiano cita una serie di dirigenti e funzionari di primo piano. Tra questi compare Giusi Bartolozzi, oggi capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, già finita al centro delle polemiche per alcune dichiarazioni pubbliche sul referendum. Accanto a lei vengono menzionati altri dirigenti dell’area giustizia e amministrazione penitenziaria, in un quadro che rende la vicenda ancor più delicata perché coinvolge direttamente chi ha ruoli chiave nella gestione delle carceri e dell’organizzazione ministeriale.
Secondo l’articolo, la presenza di questi vertici al ristorante non sarebbe stata episodica. Si parla infatti di cene frequenti, di incontri avvenuti in più occasioni e di un ambiente che sarebbe stato percepito come abituale da chi gravitava attorno al sottosegretario. Un elemento che pesa soprattutto sul piano dell’opportunità politica e istituzionale: non si tratta semplicemente di stabilire se ci siano rilievi penali per chi ha cenato in quel locale, ma di capire come sia stato possibile che uomini e donne ai vertici della giustizia italiana abbiano frequentato senza particolari cautele un posto legato a un personaggio già da tempo finito nelle indagini.
Il nodo Delmastro-Caroccia
Per comprendere la portata della vicenda bisogna tornare al cuore del caso originario. Andrea Delmastro era socio della società “Le 5 Forchette srl”, costituita insieme ad altri esponenti di Fratelli d’Italia e con una quota importante in mano a Miriam Caroccia, figlia di Mauro. La difesa del sottosegretario, già emersa nei giorni scorsi, si fonda su una linea precisa: sostenere di aver avuto rapporti societari con una ragazza non indagata e non imputata, senza sapere chi fosse realmente il padre, e di essersi ritirato dalla società non appena ne sarebbe venuto a conoscenza.
Ma le nuove ricostruzioni giornalistiche mettono sotto pressione questa versione. Le foto già emerse nei giorni scorsi mostravano infatti Delmastro insieme a Mauro Caroccia già nel 2023, dunque ben prima della costituzione della società e dell’apertura del locale romano. Ora si aggiunge un altro tassello: la frequentazione del ristorante da parte del sottosegretario e di altri esponenti della giustizia anche in momenti successivi, compresi quelli in cui la posizione di Caroccia risultava ormai più chiara.
Secondo il quotidiano, Delmastro conoscerebbe Caroccia almeno dall’ottobre 2023. E non solo: sarebbe stato visto più volte nel locale, in un contesto che non fa pensare a un incontro sporadico ma a una consuetudine. Questo rende più difficile, sul piano politico, sostenere che il rapporto fosse del tutto inconsapevole o marginale.
Le occasioni pubbliche e le cene private
L’articolo insiste molto sul carattere non eccezionale di quelle presenze. Non si tratterebbe, secondo la ricostruzione, di una sola cena o di un’unica comparsa in un luogo frequentato per caso. Si parla di promozioni del locale, di serate trascorse lì, di rapporti cordiali, di immagini social, di clienti abituali e perfino di una certa familiarità tra il sottosegretario e il ristoratore.
Questa insistenza sulla frequenza degli incontri ha un peso preciso. Perché in una vicenda del genere il discrimine non è soltanto giuridico ma anche politico e morale. Un conto è essere immortalati per sbaglio in un ristorante. Un altro è contribuire, con la propria presenza, a dare visibilità e legittimazione a un locale che fa capo a una società legata a un soggetto poi condannato per reati aggravati dalla matrice mafiosa.
E ancor più delicato è il fatto che in quel ristorante, secondo il racconto del quotidiano, si sarebbero visti anche altri rappresentanti istituzionali del ministero. Se la ricostruzione fosse confermata in tutti i suoi elementi, emergerebbe un quadro di leggerezza gravissima, perché a quel tavolo non si sarebbero seduti soltanto politici, ma uomini dello Stato chiamati ogni giorno a combattere proprio i mondi criminali con cui invece, indirettamente o meno, qui si ritrovano intrecciati.
L’indagine della Procura e il peso della vicenda
A rendere la situazione ancora più tesa è il fatto che la Procura, secondo il titolo dell’inchiesta, starebbe indagando sui Caroccia per intestazione fittizia di beni e riciclaggio. Questo significa che il fronte giudiziario non è affatto chiuso e che, anzi, la storia potrebbe allargarsi ulteriormente.
Il nodo centrale, al momento, non è tanto ipotizzare responsabilità automatiche per chi ha frequentato il locale, quanto capire se vi siano state omissioni, sottovalutazioni o rapporti incompatibili con i ruoli ricoperti. Ed è qui che il caso si trasforma da imbarazzo politico a problema istituzionale. Perché quando entrano in scena i vertici del ministero della Giustizia e del Dap, la questione smette di riguardare soltanto un parlamentare o un sottosegretario: tocca direttamente la credibilità dello Stato.
In un momento in cui il governo chiede agli italiani di fidarsi della propria riforma della giustizia, dell’efficienza del sistema e della serietà delle proprie figure di vertice, una vicenda del genere rischia di avere un impatto devastante. Non solo per il contenuto delle accuse e delle ricostruzioni, ma per il cortocircuito simbolico che produce: chi dovrebbe rappresentare il rigore istituzionale finisce associato, almeno sul piano delle frequentazioni, a un ambiente che la magistratura ha ritenuto vicino alla mafia romana.
Le difese del sottosegretario e le ombre che restano
La linea difensiva di Delmastro è nota. Il sottosegretario sostiene di non aver mai avuto rapporti con persone indagate o condannate, di essere entrato in società con una ragazza e di essersi ritirato immediatamente una volta scoperta la parentela scomoda. Una versione che punta tutta sulla buona fede e sulla presa di distanza successiva.
Ma il problema è che le ombre, anziché diradarsi, sembrano aumentare. Le foto del 2023, le cene del 2025, i ritorni nel locale, la presenza di altri esponenti del ministero e del Dap, il mancato chiarimento pieno su quando e come i rapporti siano nati: tutto questo alimenta dubbi pesanti. E soprattutto rende più difficile archiviare la vicenda come un incidente marginale.
Nel mondo politico, casi del genere spesso si giocano non tanto sulla prova penale, quanto sulla credibilità della versione offerta all’opinione pubblica. E in questo senso la pressione su Delmastro è destinata a crescere. Perché più dettagli emergono, più la tesi della totale inconsapevolezza appare esposta a contestazioni.
Il cortocircuito nella campagna sulla giustizia
C’è poi un elemento politico enorme che rende tutto ancora più esplosivo. Questa vicenda scoppia nel pieno del dibattito sulla giustizia e a ridosso del referendum voluto dal governo. Da settimane l’esecutivo e la maggioranza insistono sul bisogno di riformare la magistratura, di riportare equilibrio, di correggere storture e garantire trasparenza. Ma intanto, proprio uno dei volti più esposti del fronte governativo sulla giustizia, Andrea Delmastro, viene travolto da una storia che parla di rapporti opachi, società non chiarite fino in fondo e frequentazioni pesantemente imbarazzanti.
Il danno d’immagine è evidente. Perché il messaggio che arriva all’opinione pubblica è devastante: mentre il governo accusa i giudici, attacca le toghe e promette una nuova stagione di rigore, uno dei suoi uomini chiave è costretto a spiegare perché si trovasse in affari e a tavola in un circuito legato a un prestanome del clan Senese.
È questo il punto che rende la vicenda così difficile da gestire. Non basta dire che non c’è prova di un illecito diretto a carico del sottosegretario. Resta il dato politico: il ministero della Giustizia, in questa storia, finisce dentro un’immagine che lo indebolisce profondamente.
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Una storia che può allargarsi ancora
La sensazione, guardando i pezzi che stanno emergendo, è che il caso non sia affatto chiuso. Anzi. Ogni nuova rivelazione sembra aggiungere un dettaglio, una presenza, una coincidenza, una fotografia, una cena, una frequentazione. E il rischio per la maggioranza è che la vicenda si trasformi da imbarazzo individuale a problema sistemico.
Perché qui non si parla più soltanto del socio Delmastro o della figlia di Caroccia. Si parla di un pezzo del ministero della Giustizia che, secondo l’inchiesta, avrebbe gravitato attorno a quel locale con una disinvoltura oggi difficilmente spiegabile. E si parla di un apparato istituzionale che, proprio mentre pretende di dare lezioni di legalità e ordine, si ritrova travolto da una vicenda dai contorni politicamente devastanti.
Per questo il caso Delmastro è ormai molto più di una polemica parlamentare. È diventato uno snodo politico, istituzionale e simbolico. E se le risposte non arriveranno in modo chiaro, completo e convincente, il prezzo per il governo rischia di essere altissimo. Perché nella giustizia, come nella politica, spesso non basta essere innocenti: bisogna anche apparire inattaccabili. E oggi, su questa storia, l’immagine che esce dai palazzi è l’esatto contrario.

















