Negli ultimi mesi del 2025 si è consolidato un fenomeno politicamente rilevante, spesso sottovalutato: le critiche al governo non arrivano più soltanto dall’opposizione, ma emergono con continuità anche da un’area mediatica tradizionalmente considerata vicina o quantomeno non ostile alla maggioranza. È questo il senso del messaggio che circola con forza sui social – “persino i giornalisti di destra disintegrano il governo” – al di là dell’enfasi comunicativa.
Non si tratta di un fronte compatto né di un attacco coordinato. Al contrario: le critiche arrivano da registri diversi, con stili e priorità differenti, ma finiscono per convergere sugli stessi nodi politici. Ed è proprio questa convergenza a rendere il segnale più forte. Quando voci come Giuseppe Cruciani, Nicola Porro, Mario Giordano e Bruno Vespa – pur con toni e approcci molto diversi – esprimono valutazioni critiche sul bilancio dell’esecutivo, il tema smette di essere mediatico e diventa politico.
La frattura sulle promesse identitarie
Il punto di partenza comune è la distanza tra le promesse fondative del governo e i risultati percepiti. Non si parla di dossier tecnici o di questioni marginali, ma dei tre pilastri su cui è stato costruito il consenso elettorale: sicurezza, immigrazione, difesa delle tasche dei cittadini.
Su questi temi, la percezione che emerge è quella di un’azione inferiore alle aspettative generate. Non necessariamente assente, ma giudicata insufficiente rispetto al racconto che aveva accompagnato la campagna elettorale e i primi mesi di governo. Ed è proprio questa discrepanza a produrre delusione: non tanto “non avete fatto”, quanto “non avete fatto ciò che avevate promesso”.
Quando questo giudizio prende forma in un’area che parla a un pubblico conservatore o moderato, il problema per la maggioranza è evidente: viene messa in discussione la credibilità della narrazione, non solo l’efficacia di singole misure.
Sicurezza e immigrazione: il cambio di passo che non si vede
Sicurezza e immigrazione erano state presentate come i terreni su cui il governo avrebbe mostrato una discontinuità netta rispetto al passato. A distanza di tempo, però, la sensazione diffusa è che il cambio di passo sia stato meno incisivo di quanto annunciato.
Il tema migratorio resta complesso, stratificato, esposto a dinamiche internazionali difficili da controllare. Ma proprio per questo, chi aveva promesso soluzioni “chiare” e “definitive” oggi si trova a fare i conti con una percezione di continuità. Lo stesso vale per la sicurezza: al di là di singoli interventi normativi, non emerge nell’opinione pubblica l’idea di una svolta strutturale.
Questa lettura non nasce da un approccio ideologico, ma da un confronto diretto tra aspettative e realtà. Ed è per questo che pesa.
Economia quotidiana: quando il racconto si incrina
Il secondo fronte di criticità riguarda l’economia, non in astratto, ma nella sua dimensione più concreta: il portafoglio delle persone. La manovra di bilancio viene descritta, in modo ricorrente, come una manovra debole, frammentata, priva di una visione forte.
Nel dibattito pubblico era emersa l’idea di interventi che avrebbero colpito i soggetti più forti, i grandi interessi, i “ricchi”. La percezione che si sta diffondendo, invece, è che il peso delle misure finisca per ricadere sui cittadini comuni, attraverso una somma di piccoli prelievi e costi aggiuntivi.
È qui che nasce l’accusa più delicata sul piano politico: la sensazione di un ribaltamento della promessa, dal proteggere chi ha meno al colpire proprio i consumi quotidiani. Anche quando l’impatto economico è limitato, l’effetto simbolico è potente, perché tocca gesti ordinari e ripetuti.
Le “tasse simbolo” e la comunicazione che sfugge di mano
Alcune misure diventano rapidamente simboli, indipendentemente dalla loro incidenza reale sui conti pubblici. Piccoli balzelli, micro-prelievi, costi aggiuntivi su acquisti e spedizioni sono facili da raccontare e da comprendere, e proprio per questo diventano politicamente esplosivi.
Quando una scelta fiscale può essere riassunta in una frase semplice – “paghi di più ogni volta che fai questa cosa” – la comunicazione tecnica perde rilevanza. Resta la percezione. Ed è su questo terreno che il racconto di un governo “dalla parte della gente” rischia di incrinarsi, soprattutto se quelle misure vengono lette come rivolte ai redditi medio-bassi.
Il fattore tempo: l’attesa che si trasforma in frustrazione
Un altro elemento che accomuna molte critiche è il fattore temporale. Non si giudica più l’esecutivo nella fase iniziale, ma dopo un periodo sufficiente a produrre risultati visibili. Ed è qui che emerge una frustrazione specifica: dopo anni di attesa, su alcuni punti la sensazione è che non sia cambiato abbastanza.
Questo è uno dei rischi maggiori per un governo forte nei numeri: non l’errore occasionale, ma l’inefficacia percepita. Quando l’elettore arriva a pensare che, nonostante annunci e scontri politici, la realtà resti sostanzialmente invariata, la delusione diventa strutturale.
Perché pesa la critica “interna”
Il nodo centrale non è la quantità delle critiche, ma la loro provenienza. Quando il dissenso emerge anche in un’area mediatica che dialoga con l’elettorato di governo, non può essere liquidato come ostilità preconcetta.
Quelle voci parlano a chi ha sostenuto, difeso, aspettato. E quando iniziano a segnalare una distanza tra promesse e risultati, il problema non è più la polemica esterna, ma la tenuta del rapporto di fiducia all’interno del campo politico di riferimento.
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Non c’è un “processo mediatico” unitario contro il governo, né una conversione improvvisa di chi lo aveva sostenuto. C’è però un segnale chiaro: su sicurezza, immigrazione ed economia – cioè sui temi che hanno giustificato il voto – cresce una valutazione critica anche in ambienti che non possono essere etichettati come avversari politici.
Per un esecutivo, questo è un campanello d’allarme più serio di qualsiasi attacco dell’opposizione. Perché non mette in discussione una singola scelta, ma la promessa complessiva. E quando quella promessa inizia a scricchiolare “da casa”, il rischio non è una polemica passeggera, ma l’erosione lenta e profonda del consenso.




















