Non è solo un post. Non è solo una polemica social. L’affondo di Giuseppe Conte contro il governo Meloni sul rinnovo del memorandum di cooperazione militare tra Italia e Israele riapre uno dei dossier più delicati della politica estera italiana, perché mette insieme tre piani diversi e tutti esplosivi: il rapporto con il governo Netanyahu, la guerra in Medio Oriente e la coerenza tra le parole pronunciate dall’esecutivo e gli atti concreti compiuti a Palazzo Chigi. Al centro dello scontro c’è una domanda molto semplice, ma politicamente pesantissima: come può il governo criticare alcune scelte israeliane e, nello stesso momento, prorogare un’intesa militare con Tel Aviv?
È da qui che parte la denuncia di Conte. Nel post che hai mostrato, il leader del Movimento 5 Stelle lancia un appello al governo perché, a suo dire, avrebbe dovuto impedire il rinnovo del memorandum per segnare una rottura politica e morale con l’esecutivo israeliano. Il tono è volutamente durissimo: Conte parla di “dignità” del popolo italiano, accusa il governo Meloni di non aver mai voluto sospendere l’intesa e chiede una presa di distanza netta dalle condotte del governo Netanyahu. È una linea che il M5S sta portando avanti da mesi, e che alla vigilia della scadenza di aprile era stata rilanciata anche in dichiarazioni pubbliche del partito, in cui si chiedeva esplicitamente a Meloni di “sospendere” il memorandum militare.

Non è solo un post. Non è solo una polemica social. L’affondo di Giuseppe Conte contro il governo Meloni sul rinnovo del memorandum di cooperazione militare tra Italia e Israele riapre uno dei dossier più delicati della politica estera italiana, perché mette insieme tre piani diversi e tutti esplosivi: il rapporto con il governo Netanyahu, la guerra in Medio Oriente e la coerenza tra le parole pronunciate dall’esecutivo e gli atti concreti compiuti a Palazzo Chigi. Al centro dello scontro c’è una domanda molto semplice, ma politicamente pesantissima: come può il governo criticare alcune scelte israeliane e, nello stesso momento, prorogare un’intesa militare con Tel Aviv?
È da qui che parte la denuncia di Conte. Nel post che hai mostrato, il leader del Movimento 5 Stelle lancia un appello al governo perché, a suo dire, avrebbe dovuto impedire il rinnovo del memorandum per segnare una rottura politica e morale con l’esecutivo israeliano. Il tono è volutamente durissimo: Conte parla di “dignità” del popolo italiano, accusa il governo Meloni di non aver mai voluto sospendere l’intesa e chiede una presa di distanza netta dalle condotte del governo Netanyahu. È una linea che il M5S sta portando avanti da mesi, e che alla vigilia della scadenza di aprile era stata rilanciata anche in dichiarazioni pubbliche del partito, in cui si chiedeva esplicitamente a Meloni di “sospendere” il memorandum militare.
Il punto decisivo, però, è che nel frattempo il governo una scelta l’ha già fatta. Nel comunicato del Consiglio dei ministri n. 166 del 27 marzo 2026, Palazzo Chigi ha scritto che “il Memorandum viene prorogato sino alla conclusione di un nuovo Accordo tra le Parti sulla cooperazione nei medesimi settori della difesa”, aggiungendo che il prolungamento della cooperazione rappresenta “una leva decisiva” per valorizzare una relazione che il governo considera fondata su basi politiche e militari “solide e condivise”. È questa la decisione che ha innescato la nuova offensiva politica delle opposizioni: non un semplice silenzio, ma una conferma formale della continuità dell’intesa.
Per capire perché la questione sia così sensibile bisogna ricordare di che cosa stiamo parlando. Il memorandum tra Italia e Israele in materia di cooperazione nel settore militare e della difesa è stato firmato a Parigi il 16 giugno 2003 e ratificato dall’Italia con la legge 17 maggio 2005, n. 94. Dunque non si tratta di un accordo nato con l’attuale governo, ma di un quadro di cooperazione che dura da oltre vent’anni e che ha attraversato governi di colore politico diverso. Proprio questa lunga durata rende oggi la sua conferma ancora più rilevante: perché non è una misura emergenziale, ma una scelta di continuità strategica.
Il memorandum, inoltre, non è un atto simbolico o puramente diplomatico. Nei documenti parlamentari viene descritto come un accordo quadro che riguarda la cooperazione nei settori militare e della difesa e che include, tra l’altro, importazione, esportazione e transito di materiali militari, cooperazione tra industrie della difesa, formazione e addestramento del personale, esercitazioni, scambio di informazioni tecniche e hardware, ricerca e sviluppo, servizi medici militari e altri ambiti collegati. In altre parole, non si tratta di una generica amicizia politica tra due Paesi, ma di un’intesa concreta che tocca pezzi sensibili dell’apparato della difesa.
Ed è proprio per questo che Conte alza il livello dello scontro. La sua accusa non è solo morale, ma politica: secondo il leader del M5S, il governo non può limitarsi a esprimere irritazione o preoccupazione per alcune iniziative israeliane, salvo poi tenere in piedi un quadro di cooperazione militare che, agli occhi dell’opposizione, smentisce nei fatti quella presa di distanza. Il messaggio di Conte è chiaro: se davvero l’esecutivo considera inaccettabili determinati comportamenti del governo Netanyahu, allora dovrebbe dimostrarlo con atti concreti e non con dichiarazioni pubbliche isolate. Questa è una valutazione politica, ma poggia sulla distanza evidente tra la proroga formalizzata da Palazzo Chigi e il tono molto più critico assunto da esponenti del governo verso Israele nelle ultime settimane.
La polemica si innesta infatti in un contesto internazionale molto più teso di quello in cui l’accordo era nato. Negli ultimi mesi il quadro si è aggravato ulteriormente: la Corte penale internazionale ha emesso un mandato d’arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu il 21 novembre 2024, mentre la Corte internazionale di giustizia ha riconosciuto il rischio plausibile di genocidio nel procedimento promosso dal Sudafrica e ha disposto misure provvisorie. Questi sviluppi non equivalgono a una sentenza definitiva sui fatti contestati, ma spiegano perché il memorandum venga oggi letto da una parte della politica italiana non come un normale atto amministrativo, bensì come una scelta ad altissimo impatto simbolico e diplomatico.
In più, il rapporto tra Roma e Tel Aviv si è irrigidito anche per fatti molto recenti che hanno toccato direttamente l’Italia. Il Ministero della Difesa ha reso noto che un convoglio logistico del contingente italiano in Libano, nell’ambito della missione UNIFIL, è stato raggiunto da colpi di avvertimento attribuiti alle forze israeliane, episodio che Guido Crosetto ha definito “grave” e “intollerabile”. Reuters ha poi riferito che l’Italia ha convocato l’ambasciatore israeliano dopo che colpi sparati nella zona operativa avevano colpito un convoglio italiano dell’ONU, pur senza provocare feriti. In un clima simile, la decisione di prorogare il memorandum è inevitabilmente diventata ancora più controversa.
Qui sta il cuore della denuncia di Conte. Nel suo ragionamento, il rinnovo del memorandum non è solo un errore di politica estera: è la prova di una contraddizione interna del governo. Da una parte Meloni e alcuni ministri, sotto la pressione degli eventi, hanno usato parole più severe verso Israele; dall’altra, però, Palazzo Chigi ha mantenuto attiva una cornice di cooperazione militare che per il M5S, ma anche per altre opposizioni e movimenti pacifisti, avrebbe dovuto essere bloccata. Conte prova quindi a trasformare il memorandum in un caso politico nazionale, per dimostrare che la linea dell’esecutivo è ambigua: più dura nei comunicati, molto meno nei provvedimenti.
Sul piano giuridico e parlamentare, la contestazione non nasce oggi. Già nei mesi scorsi alla Camera e al Senato erano stati depositati atti e mozioni che chiedevano di revocare o denunciare formalmente il memorandum, ricordando che la sua vigenza è quinquennale e che, in assenza di una notifica scritta di recesso, l’accordo viene prorogato automaticamente. In alcuni atti parlamentari si sottolinea anche che la cooperazione prevista tocca l’importazione, l’esportazione e il transito di materiali d’armamento, proprio il punto che rende il tema particolarmente sensibile in piena crisi mediorientale.
Il tema, inoltre, si intreccia con la legge 185 del 1990, che disciplina il controllo sull’esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento. La normativa italiana stabilisce che queste operazioni devono essere conformi alla politica estera e di difesa dell’Italia e richiama i principi costituzionali; nei documenti parlamentari viene ricordato anche che la legge vieta esportazioni, transiti e intermediazioni verso Paesi in stato di conflitto armato o i cui governi siano responsabili di gravi violazioni dei diritti umani accertate dagli organismi competenti. Proprio su questo punto l’opposizione costruisce una parte del proprio attacco politico, sostenendo che la prosecuzione del memorandum entri in rotta di collisione con lo spirito di quella normativa.
Va detto però che il governo ragiona in modo opposto. La formula usata da Palazzo Chigi nella proroga lascia intendere una scelta precisa: mantenere aperta la cooperazione viene considerato utile come strumento di interlocuzione e come elemento di continuità strategica, nonostante le tensioni del momento. In questa lettura, l’accordo non sarebbe il premio a una condotta politica, ma un canale che l’Italia ritiene di non voler chiudere. È una linea contestata dall’opposizione, ma coerente con ciò che il governo ha scritto nella propria comunicazione ufficiale.
Politicamente, però, la mossa pesa. Perché offre a Conte la possibilità di colpire Meloni su un terreno che tiene insieme etica pubblica, politica internazionale e identità dell’opposizione. Il leader del M5S cerca di intestarsi una battaglia di principio, ma anche di mettere in difficoltà la premier nel punto in cui l’esecutivo appare più vulnerabile: la distanza tra la durezza verbale mostrata nelle ultime settimane e la scelta concreta di non interrompere il rapporto militare con Israele. In questo modo, Conte prova a presentarsi come il leader che denuncia non solo una decisione di governo, ma una precisa responsabilità politica.
C’è poi un altro aspetto che rende la vicenda destinata a durare. Il memorandum Italia-Israele non è un dossier tecnico che interessa soltanto specialisti di difesa o addetti ai lavori. È diventato un simbolo. Per chi contesta il governo, rappresenta il segno della mancata rottura con Netanyahu. Per Palazzo Chigi, invece, rappresenta la continuità di una relazione bilaterale strategica che si preferisce non interrompere nel mezzo della crisi. Quando un atto del genere si carica di un valore simbolico così forte, smette di essere solo una pratica di politica estera e diventa uno scontro sulla credibilità del governo.
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La denuncia di Giuseppe Conte, quindi, va molto oltre il singolo post su Instagram. È l’apertura di un fronte politico che punta a inchiodare il governo Meloni a una contraddizione: criticare Israele a parole, ma confermare nei fatti il memorandum di cooperazione militare. Il leader del M5S ha scelto di colpire proprio lì, trasformando un atto di proroga in una questione di dignità nazionale, coerenza istituzionale e responsabilità politica.
La sostanza della vicenda è tutta qui: il governo ha deciso di andare avanti, mentre Conte chiede che l’Italia cambi linea e faccia del memorandum il segno concreto di una presa di distanza da Netanyahu. Per questo lo scontro non si chiuderà presto. Perché non riguarda soltanto un accordo firmato nel 2003 e ratificato nel 2005, ma il modo in cui l’Italia vuole stare dentro una delle crisi più laceranti del presente. E quando una decisione di politica estera finisce per misurare la coerenza morale e politica di un esecutivo, il caso smette di essere tecnico e diventa pienamente politico.


















