Assurdo Referendum giustizia: “Il PD vota come Meloni?” Arrivata la denuncia del M5S poco fa

Nel mirino del Movimento 5 Stelle la scelta di alcuni esponenti dem di schierarsi per il Sì: “Non migliora la vita dei cittadini, indebolisce i contrappesi e rafforza la politica”. E riapre la frattura nel campo progressista a poche settimane dal voto

La campagna per il referendum sulla riforma della giustizia entra nella fase più aspra e polarizzata, e lo fa con uno scontro che brucia soprattutto nel campo dell’opposizione. Il Movimento 5 Stelle alza il tiro contro il Partito Democratico: nel mirino finiscono Pina Picierno e altri esponenti dell’area riformista dem, accusati di aver scelto il Sì e di trasformarsi, di fatto, in una “stampella” politica per la riforma voluta da Giorgia Meloni e dalla maggioranza di destra.

L’accusa è netta, costruita non sul piano delle sfumature ma su quello dell’identità: per il M5S, non è una divergenza tecnica su un provvedimento, ma una frattura politica che svela — dicono — “alleati delle destre” dentro il PD. E proprio questo diventa il cuore della polemica: la giustizia come terreno in cui si misurano coerenza, credibilità e alleanze reali.

Una scelta politica che spacca il campo progressista

Secondo la denuncia del Movimento, la scelta di Picierno e di altri dem di sostenere il Sì non sarebbe spiegabile con un generico richiamo al “riformismo” o al “garantismo”. Al contrario, sarebbe una scelta politica chiara: appoggiare una riforma che, nella lettura pentastellata, non ha lo scopo di rendere i tribunali più efficienti ma di modificare gli equilibri tra poteri.

Il punto, per il M5S, è che il referendum non riguarda soltanto la giustizia come servizio: riguarda il rapporto tra potere politico e magistratura. E dunque, schierarsi per il Sì — in questa cornice — significa stare “con Meloni” su un passaggio che tocca direttamente i contrappesi democratici.

“Non accelera i processi, non assume personale, non investe in strutture”

L’impianto dell’accusa parte da un dato che, nella comunicazione del M5S, è ripetuto come prova definitiva: la riforma, sostengono, non cambia la vita quotidiana dei cittadini.

L’elenco è sempre lo stesso, perché è l’elenco delle aspettative più concrete:

non accelera i processi, quindi non risponde al problema dei tempi della giustizia;

non investe su personale amministrativo e magistrati, cioè sulle risorse umane che fanno funzionare (o inceppare) gli uffici;

non rafforza strutture e organizzazione, cioè ciò che spesso determina l’efficienza più delle leggi;

non rende la giustizia più accessibile, quindi non migliora davvero la tutela per i cittadini comuni.


E qui arriva il colpo politico: se non serve a migliorare il servizio, allora — dicono i Cinque Stelle — serve ad altro.

“Dietro il garantismo si costruisce una giustizia a doppio binario”

La denuncia si sposta sul piano più duro: il M5S sostiene che la riforma, presentata come garantista, rischi di produrre una giustizia a doppio binario.

Nella loro lettura:

i cittadini comuni continuano a pagare ritardi, inefficienze, difficoltà di accesso;

mentre i potenti (politici, colletti bianchi, grandi interessi) risultano più protetti perché la riforma riduce — direttamente o indirettamente — i controlli e indebolisce la capacità della magistratura di incidere.


È l’argomento più identitario e più “da piazza”, ma anche quello più efficace: perché trasforma il referendum da discussione istituzionale a questione di giustizia sociale.

Il nodo dei contrappesi: “Indebolire la magistratura per rafforzare la politica”

Il punto centrale della denuncia del M5S è questo: la riforma, a loro avviso, non è neutra. È una riforma che ridisegna gli equilibri e quindi sposta potere.

Secondo il Movimento:

si riducono i contrappesi, cioè gli strumenti che impediscono a chi governa di essere “meno controllato”;

si indebolisce il ruolo della magistratura, soprattutto come potere autonomo e indipendente;

si rafforza la politica, cioè l’area che ha un interesse diretto ad essere meno esposta a inchieste, controllo e conflitti istituzionali.


In questa logica, sostenere il Sì significa legittimare un’idea precisa: che il potere politico debba avere più spazio e meno freni.

“Picierno & C. con Meloni, non dalla parte dei cittadini”

Il passaggio più polemico — e più divisivo — è quello che trasforma il tema in uno scontro dentro il PD. Il Movimento parla apertamente di “stampella alla Meloni” e usa l’espressione “alleati delle destre” nel PD, chiedendo provocatoriamente: “Quando dicevo che nel PD ci sono alleati delle destre, sbagliavo?”

Il significato politico è chiarissimo: il M5S non sta semplicemente contestando un voto diverso, sta sostenendo che quel voto rivela un orientamento strutturale, cioè l’esistenza di un’area del PD che, sui temi istituzionali, finisce per convergere con la destra.

È una bomba nel campo largo, perché mette in crisi l’idea stessa di una coalizione unitaria: se su un passaggio definito “decisivo per la democrazia” ci si divide, la frattura diventa identitaria.

La risposta implicita del M5S: “Noi saremo dalla parte del NO”

La parte conclusiva della denuncia è una chiamata al posizionamento. Il M5S rivendica una linea: “la legge deve essere uguale per tutti”, e la giustizia non deve essere “piegata agli interessi del potere politico”.

Da qui l’annuncio politico: il Movimento starà dalla parte del NO e userà la scelta di Picierno e degli altri riformisti come prova di una contraddizione interna al PD.

In termini di campagna, il messaggio è costruito per colpire in due direzioni:

1. indebolire la credibilità del fronte del Sì presentandolo come “blocco di potere” (destra + pezzi di centrosinistra);


2. erodere consenso dentro l’elettorato progressista, trasformando la scelta del PD in una “colpa” morale e politica.

Una battaglia che cambia il referendum: da merito a schieramenti

Questa polemica rischia di avere un effetto preciso: spostare ulteriormente il referendum dal merito tecnico della riforma alla logica degli schieramenti.

E qui sta la contraddizione più evidente: tutti dicono che “non deve essere un referendum su Meloni”, ma la campagna — con attacchi così — lo rende inevitabilmente un referendum su:

chi sta con il governo,

chi sta contro,

e chi, pur all’opposizione, viene accusato di aiutare il governo.


Il risultato è un referendum che diventa sempre più un test politico generale: non solo sulla giustizia, ma sul campo progressista e sulla possibilità di presentarsi unito.

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La denuncia del M5S contro Picierno portata avanti da Pedullà non è una polemica episodica: è una prova generale di quello che accadrà nei prossimi mesi su ogni dossier sensibile. Perché quando si parla di poteri dello Stato, contrappesi e regole, le differenze emergono con più forza che su qualsiasi tema economico.

E così, mentre la maggioranza porta avanti la sua riforma, l’opposizione si ritrova spaccata: da una parte chi sostiene il NO come difesa dell’equilibrio democratico; dall’altra chi rivendica il SÌ come “battaglia riformista”.

Nel mezzo, una domanda che diventa politica prima ancora che giornalistica: *se su una riforma così decisiva una parte del PD vota con la destra, che fine fa l’idea di un fronte progressista compatto?*

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