Assurdo Sondaggio – Davano Conte e M5s per finiti ma arrivano i numeri shock – I DATI

Nel dibattito politico di queste ore rimbalza una parola forte: “crolla”. È l’effetto immediato che fa, sui social, l’ultimo quadro di intenzioni di voto rilanciato da Sondaggi Bidimedia – Studi e Proiezioni Elettorali su un “Sondaggio Sigma Piave”, dove Fratelli d’Italia viene stimato al 27,6%. Un dato che, a prescindere dalle letture propagandistiche, fotografa un elemento chiaro: la premier Giorgia Meloni non corre più da sola con il vento in poppa e il vantaggio resta ampio, ma meno “schiacciante” di qualche mese fa.

La notizia politica, infatti, non è soltanto il numero di FdI. È soprattutto l’insieme: la crescita relativa delle opposizioni, l’equilibrio interno al centrodestra e un fattore nuovo che, se confermato, può cambiare i calcoli di coalizione: la lista di Vannacci che si presenterebbe come autonoma e fuori dalla coalizione.

I numeri: FdI resta primo partito, ma la “forbice” si restringe

Il grafico indica questa classifica:

Fratelli d’Italia (Meloni) 27,6%

Partito Democratico (Schlein) 21,8%

Movimento 5 Stelle (Conte) 13,8%

Forza Italia (Tajani) 8,4%

Lega (Salvini) 7,7%

Alleanza Verdi-Sinistra (Bonelli–Fratoianni) 6,2%

Futuro Nazionale (Vannacci) 3,8%

Azione 2,6%

Italia Viva 2,2%

+Europa 2,0%

Noi Moderati 1,1%

Altre liste 2,9%


La fotografia è doppia: FdI è ancora largamente primo, ma il PD torna sopra il 21% e il M5S si mantiene in area 14%, cioè in una zona che gli consente di essere decisivo in qualunque architettura di alleanze.

Perché parlare di “crollo” è (anche) una forzatura

Dire “crolla Meloni” fa titolo, ma in senso strettamente numerico un partito al 27,6% non è in caduta libera: è un partito molto forte, ancora dominante nel suo campo e nel quadro nazionale.

Il punto politico, però, è un altro: la soglia psicologica del 28-30% per FdI ha un peso enorme nella narrazione. Stare stabilmente “sopra” consente alla premier di presentarsi come leader inattaccabile. Scendere sotto – anche di poco – alimenta l’idea che la curva si sia fermata e che l’erosione, se continua, possa trasformarsi in un problema.

In altre parole: non è un crollo aritmetico, ma un cambio di clima.

Nel quadro del sondaggio, il Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte si rafforza e si porta al 13,8%, un dato che sfiora il 14%: una soglia psicologicamente rilevante che segnala un recupero di consenso e un consolidamento del M5S come terza forza nazionale, capace di mantenere un distacco netto rispetto ai partiti di centro (Azione, Italia Viva, +Europa) e di presentarsi come perno competitivo nell’area d’opposizione accanto al Pd.

L’effetto Vannacci: la mina che può esplodere a destra

La riga più interessante del grafico è quella che riguarda “Futuro Nazionale (Vannacci) 3,8%” con una specifica decisiva: lista autonoma, fuori dalla coalizione di centrodestra.

Se questo scenario fosse reale e consolidato, avrebbe due effetti immediati:

1. Sottrazione di voti “di area”
Quel 3,8% difficilmente nasce dal nulla: per identità e posizionamento, è ragionevole che peschi soprattutto nel bacino della destra (in parte Lega, in parte FdI, forse una quota di astensione mobilitata).


2. Rischio strategico sulle coalizioni
Se la lista resta fuori, il centrodestra perde la possibilità di trasformare quei voti in “peso di coalizione”. E in un sistema dove contano molto collegi e somma dei blocchi, anche pochi punti possono fare la differenza.

In sintesi: non è solo quanto prende FdI, ma quanto perde il “blocco” nel suo complesso.

Il “campo largo” a un passo: somma e percezione politica

Il post rilancia anche l’idea che il campo largo sia “a un passo”. La lettura nasce da un fatto: se PD, M5S e AVS tengono queste percentuali, diventano una massa critica molto consistente.

PD (21,8) + M5S (13,8) + AVS (6,2) = 41,8%


È una cifra politicamente pesante, perché significa che la somma delle principali opposizioni supera abbondantemente la soglia del 40. Poi, certo, la politica non è un’addizione: conta la coesione, contano i leader, contano i territori, contano le alleanze centriste. Ma dal punto di vista mediatico e strategico, questo dato suggerisce una cosa: se si presentano divisi, perdono; se trovano una forma di convergenza, competono davvero.

Il centrodestra: FdI forte, ma alleati non travolgenti

Un altro elemento che emerge dal grafico è la struttura interna della maggioranza:

Forza Italia 8,4%

Lega 7,7%

Noi Moderati 1,1%


Somma degli alleati principali: 17,2% (senza contare l’eventuale lista Vannacci, che in questo scenario è fuori).

Questo significa che l’asse del governo resta molto sbilanciato su Meloni. Se FdI scende anche solo di un paio di punti, l’effetto sul “totale” può essere sensibile perché gli alleati non sembrano in grado, al momento, di compensare.

Cosa sta consumando consenso: non un tema solo, ma una “stanchezza diffusa”

Quando un partito di governo rallenta, raramente c’è un unico colpevole. Di solito è una combinazione di fattori: fatica economica, percezione su sicurezza e immigrazione, frizioni istituzionali, gestione dei dossier europei, aspettative alte e risultati percepiti come insufficienti.

E soprattutto: l’effetto logoramento. Governi lunghi e polarizzanti tendono a perdere progressivamente consenso, anche quando restano primi.

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Conclusione: non è la fine della Meloni, ma la fine dell’invulnerabilità

Questo sondaggio – se rappresentativo e confermato da altri – non racconta un tracollo di Fratelli d’Italia. Racconta qualcosa di diverso e, politicamente, forse più importante: la fine dell’idea che Meloni sia intoccabile.

FdI resta primo partito, ma la distanza non è più quella che consente di dormire tranquilli. Il PD risale, il M5S tiene, AVS consolida, e a destra compare una variabile (Vannacci) che può diventare destabilizzante se davvero corre da sola.

La partita, insomma, non è chiusa. Ma una cosa sì: *se il trend resta questo, la campagna elettorale – e prima ancora le scelte sulle alleanze – diventa molto più nervosa.*

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