Attacco RAI a Sigfrido Ranucci? Scoppia la bufera e interviene il M5S – Ecco cosa sta accadendo

La polemica esplode con una nota durissima degli esponenti del Movimento 5 Stelle in Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi: “Quello che sta accadendo intorno a Sigfrido Ranucci ha poco a che vedere con il rispetto delle regole e molto con un accanimento che sta diventando mobbing e che puzza lontano un miglio di censura”. È un atto d’accusa frontale che porta il caso ben oltre una disputa regolamentare interna all’azienda: per il M5S siamo di fronte a un doppio standard e a un messaggio politico inquietante, capace di incidere sulla libertà di una delle trasmissioni d’inchiesta più riconoscibili del servizio pubblico.

La tesi del M5S: non regole, ma “accanimento”

Nella nota, i parlamentari pentastellati ribaltano la lettura “formale” della vicenda: se l’argomento ufficiale è il rispetto delle regole, per loro la sostanza è un’altra. Parlano di “mobbing” e di “censura” evocata non in modo astratto, ma come risultato di un comportamento ripetuto, mirato, sempre rivolto allo stesso bersaglio.

L’accusa è precisa: “Ancora una volta la Rai sceglie di colpire sempre lo stesso bersaglio, richiamando formalismi solo quando fa comodo mentre in altri casi si è di manica infinitamente più larga”. Il punto, quindi, non è l’esistenza di norme o procedure: è l’uso selettivo di quelle norme, applicate con rigidità ad alcuni e con elasticità ad altri.

“Ranucci nel mirino per aver parlato altrove”

Il M5S mette a fuoco anche il motivo specifico per cui, a loro dire, Ranucci sarebbe finito nel mirino: “Ranucci finisce nel mirino per aver parlato altrove”, mentre “ad altri è consentito intervenire senza alcun limite né richiamo”. La denuncia ruota attorno a un concetto chiave: disparità di trattamento.

È su questo terreno che la nota usa l’espressione più pesante sul piano istituzionale e reputazionale: “È un doppio standard evidente che mina la credibilità di questa Rai”. Se il servizio pubblico appare come un luogo dove i criteri cambiano a seconda del soggetto coinvolto, allora — sostiene il M5S — non è più questione di organizzazione aziendale, ma di fiducia e imparzialità.

Il “messaggio inquietante”: non ti caccio, ti logoro

Uno dei passaggi più politici della nota è la descrizione del meccanismo che, secondo i pentastellati, sarebbe in atto. Non una rimozione diretta, ma una pressione costante: “Se dai fastidio al governo non ti cacciamo direttamente ma facciamo il possibile [per] metterti i bastoni tra le ruote, emarginarti fino ad accompagnarti gradualmente alla porta”.

Qui l’accusa si fa strutturale: non si tratterebbe di un episodio isolato, ma di una strategia di logoramento che non lascia tracce nette come un licenziamento o una chiusura esplicita, ma produce ugualmente un effetto: indebolire, isolare, ridurre margini e autonomia fino a rendere insostenibile la permanenza o la piena operatività.

“Una delle poche voci davvero indipendenti”

La conclusione politica del M5S arriva in modo esplicito: “Non è tutela dell’azienda, è un tentativo di ridurre la libertà e l’autonomia di una delle poche voci davvero indipendenti rimaste”. Questa frase contiene due elementi centrali.

Il primo è la contestazione della giustificazione: non si starebbe “proteggendo” la Rai, ma disciplinando una voce scomoda.
Il secondo è il giudizio sul ruolo di Ranucci e della sua attività: una “voce indipendente”, quindi — nel racconto del M5S — un presidio di pluralismo e di controllo critico, particolarmente sensibile quando tocca temi potenzialmente sgraditi al potere politico.

Il nodo istituzionale: la Vigilanza “bloccata”

La nota contiene anche una stoccata parlamentare: “Ne discuteremmo volentieri in commissione di Vigilanza se non fosse ancora vergognosamente bloccata da questa maggioranza”. Qui la polemica si sposta sul piano del controllo democratico del servizio pubblico: se la Commissione è bloccata, sostiene il M5S, non c’è nemmeno lo spazio istituzionale adeguato per discutere e chiarire, alla luce del sole, ciò che sta avvenendo.

Questo passaggio non è secondario, perché mette insieme due livelli: la gestione interna dell’azienda e la cornice di controllo parlamentare. E suggerisce che, senza un luogo di confronto funzionante, la vicenda resti intrappolata tra comunicati e interpretazioni contrapposte, senza una sede in cui acquisire elementi, verificare procedure, comparare casi e smentire o confermare la tesi del “doppio standard”.

“La denuncia M5S: quello che vogliamo fare a Report”

Nella scia della nota, emerge anche il sottotitolo politico che accompagna la denuncia: il timore che ciò che sta accadendo oggi attorno a Ranucci rappresenti un modello, un precedente, un avvertimento. In altre parole: non un caso “personale”, ma un metodo potenzialmente replicabile su altri programmi d’inchiesta — a partire da Report — se la logica dovesse diventare sistemica.

Ed è proprio questa la posta in gioco: se passa l’idea che la pressione amministrativa, i richiami selettivi e l’uso diseguale delle regole possano ridurre l’autonomia editoriale, allora il problema non è più una singola figura o un singolo programma, ma la qualità del servizio pubblico nel suo complesso.

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La denuncia del M5S, nei termini in cui è formulata, è una delle più dure degli ultimi tempi contro la Rai: “mobbing”, “censura”, “doppio standard”, “bastoni tra le ruote”, “emarginarti fino alla porta”. Sono parole che pesano e che chiamano in causa, direttamente, la credibilità dell’azienda e la sua capacità di garantire pluralismo e autonomia.

Il punto politico, per come lo mette il M5S, è semplice e tagliente: se le regole valgono davvero, devono valere per tutti; se invece vengono brandite “solo quando fa comodo”, diventano uno strumento di pressione. E in quel momento, il problema non è più Ranucci: è la Rai come servizio pubblico, e il confine — sottilissimo — tra governance aziendale e condizionamento dell’informazione.

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