Nel giorno in cui la Russia celebra la propria festa nazionale, il messaggio arrivato da Roma non ha avuto il tono della diplomazia morbida. Dalla storica villa Abamelek, sede dell’ambasciata russa in Italia, Alexei Paramonov ha scelto parole nette, dure, destinate inevitabilmente ad aprire un nuovo fronte di tensione nei rapporti tra Mosca e le istituzioni italiane. Davanti a centinaia di invitati, ma senza la presenza di esponenti di primo piano della politica nazionale, l’ambasciatore ha pronunciato un discorso che ha avuto come bersaglio la linea italiana nei confronti della Russia e, in modo implicito ma chiarissimo, anche il Quirinale.
Il passaggio più politico è arrivato quando Paramonov ha parlato degli “alti colli romani”, espressione che non cita direttamente il presidente della Repubblica ma che richiama immediatamente il Colle per eccellenza della politica istituzionale italiana. “Da alcuni degli alti colli romani ci sentiamo spesso accusare: la Russia sarebbe responsabile di tutti i problemi dell’ordine mondiale attuale, dall’Europa dell’Est al Medio Oriente, fino all’Africa”, ha dichiarato il diplomatico. Un’affermazione accompagnata da una smentita frontale: “Posso affermare con fermezza che queste accuse sono una palese falsità. I fatti testimoniano l’esatto opposto”.
Il riferimento al Quirinale e l’accusa all’Italia
Il discorso dell’ambasciatore russo si inserisce in un clima già segnato da forti tensioni internazionali, con l’Italia stabilmente allineata alla posizione europea e atlantica di condanna dell’aggressione russa all’Ucraina. Paramonov, però, ha ribaltato la prospettiva, sostenendo che la narrazione dominante in Occidente attribuisca a Mosca responsabilità che, secondo il Cremlino, sarebbero invece da ricondurre alle scelte dell’Alleanza atlantica e dei Paesi occidentali.
Il riferimento agli “alti colli romani” ha dato al suo intervento un significato ancora più delicato. Non un attacco generico al governo italiano, né soltanto una critica alla politica estera dell’Occidente, ma un messaggio rivolto alle massime istituzioni della Repubblica. Il Quirinale non viene nominato, ma la scelta lessicale appare studiata proprio per evocarlo senza trasformare il discorso in una contestazione diplomatica diretta.
Paramonov ha accusato l’Italia di adottare un atteggiamento ostile verso la Russia e ha chiesto un cambio di rotta. La disponibilità al dialogo, nel suo intervento, è stata infatti subordinata a una condizione precisa: Roma dovrebbe abbandonare quella che Mosca considera una postura aggressiva e smettere di “calpestare i legittimi interessi” russi.
La Nato nel mirino di Mosca
Una parte centrale del discorso è stata dedicata alla Nato. Secondo Paramonov, l’escalation del conflitto europeo non sarebbe il risultato delle scelte russe, ma dell’allargamento dell’Alleanza atlantica verso Est. L’ambasciatore ha sostenuto che, a partire dalla metà degli anni Novanta, la Nato avrebbe spinto progressivamente i propri confini sempre più vicino alla Russia, integrando politicamente e militarmente i Paesi dell’Europa orientale e alcune ex repubbliche sovietiche.
Nella ricostruzione offerta dal diplomatico, questo processo avrebbe generato minacce concrete contro la sicurezza russa, costringendo Mosca a difendere autonomamente i propri interessi nazionali. “È difficile immaginare che uno Stato sovrano, con una storia plurisecolare, possa agire contro se stesso”, ha affermato Paramonov, aggiungendo che a comportarsi in quel modo sarebbero solo i Paesi che avrebbero perso la propria indipendenza, trasformandosi in “vassalli dei potenti del mondo”.
È un passaggio che riprende uno degli argomenti centrali della propaganda politica russa: l’idea che Mosca non sia l’aggressore, ma il soggetto costretto a reagire a una pressione militare, politica ed economica dell’Occidente. Una lettura che resta diametralmente opposta a quella sostenuta dall’Italia, dall’Unione europea, dalla Nato e dalla maggior parte dei Paesi occidentali.
La guerra in Ucraina definita “risposta” alla guerra ibrida occidentale
Paramonov ha poi collocato l’operazione militare russa in Ucraina dentro la cornice della cosiddetta “guerra ibrida” che, secondo Mosca, l’Occidente starebbe conducendo da anni contro la Federazione russa. Una guerra fatta non solo di strumenti militari, ma anche di sanzioni, isolamento diplomatico, pressioni economiche, campagne informative e tentativi di destabilizzazione interna.
Secondo l’ambasciatore, l’obiettivo dell’Occidente sarebbe quello di limitare le capacità di sviluppo della Russia, colpirne gli interessi politici ed economici e indebolirne la stabilità interna. In questa visione, l’intervento militare russo non viene presentato come un’aggressione, ma come una risposta difensiva a un’offensiva più ampia condotta contro Mosca.
Il diplomatico ha anche lanciato un monito a chi, nelle sue parole, starebbe immaginando una nuova “campagna verso Est”. Il riferimento storico alle invasioni subite dalla Russia e alle aggressioni del passato è servito a rafforzare il messaggio politico: Mosca si presenta come una potenza che non intende arretrare e che considera la propria sicurezza nazionale un limite invalicabile.
Lo spiraglio al dialogo con l’Italia
Nonostante i toni duri, Paramonov ha lasciato aperta una porta al dialogo. La Russia, ha affermato, resta disponibile alla cooperazione e al confronto anche con i Paesi occidentali, Italia compresa. Ma si tratta di una disponibilità condizionata. Per Mosca, il dialogo potrà riprendere solo se Roma modificherà il proprio atteggiamento e rinuncerà a una linea considerata ostile.
L’ambasciatore ha quindi provato a tenere insieme due messaggi apparentemente opposti: da un lato la denuncia frontale delle accuse rivolte alla Russia, dall’altro la dichiarazione di apertura verso possibili rapporti futuri. Una strategia comunicativa che mira a presentare Mosca come parte disponibile al confronto, ma solo a patto che siano riconosciuti i suoi interessi e la sua lettura della crisi internazionale.
In sostanza, la Russia non chiede semplicemente un dialogo, ma un cambio di paradigma. Non accetta di essere trattata come responsabile dell’instabilità globale e pretende che l’Occidente riconosca le sue ragioni, a partire dal tema della sicurezza ai propri confini.
Mosca respinge l’idea dell’isolamento internazionale
Un altro punto centrale del discorso ha riguardato l’isolamento internazionale della Russia. Paramonov ha respinto la narrazione secondo cui Mosca sarebbe marginalizzata sulla scena globale. Al contrario, ha rivendicato la partecipazione attiva della Federazione russa ai lavori dell’Onu, ai rapporti con i partner del G20, dei Brics, dell’Asean e di altre piattaforme multilaterali.
L’ambasciatore ha citato anche l’Unione Economica Eurasiatica e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, indicando questi organismi come spazi nei quali si starebbe costruendo un nuovo ordine mondiale. Un ordine, secondo la visione russa, fondato sul rispetto reciproco, sul rifiuto dell’unipolarismo e sulla fine del predominio occidentale.
È un messaggio politico molto chiaro: Mosca vuole dimostrare di non essere sola e di poter contare su reti alternative a quelle occidentali. L’obiettivo è contrastare l’immagine di una Russia isolata dalle sanzioni e dalle condanne internazionali, rivendicando invece un ruolo attivo nella ridefinizione degli equilibri globali.
Gli invitati alla cerimonia e il peso simbolico della serata
Alla cerimonia per la festa nazionale russa erano presenti diverse figure note del panorama politico e culturale italiano. Tra gli invitati figuravano Francesco Toscano, presidente di Democrazia Sovrana e Popolare, l’editore Sandro Teti, l’artista Moni Ovadia e Gianluca Savoini, noto per il caso dell’Hotel Metropol, lo scandalo sui presunti finanziamenti occulti russi alla Lega poi archiviato dalla magistratura.
L’assenza di rappresentanti di primo piano della politica italiana ha confermato la distanza istituzionale tra Roma e Mosca. La cerimonia, tuttavia, ha mantenuto un valore simbolico forte: nel cuore della Capitale, l’ambasciatore russo ha utilizzato l’occasione della festa nazionale per inviare un messaggio politico netto all’Italia, all’Europa e all’intero fronte occidentale.
Il risultato è stato un discorso che ha superato i confini della normale celebrazione diplomatica, trasformandosi in un atto politico. Un intervento pensato per contestare la narrazione occidentale sulla guerra, rivendicare la posizione russa e chiedere all’Italia un cambio di atteggiamento.
Una nuova frattura nei rapporti tra Roma e Mosca
Le parole di Paramonov rischiano di alimentare ulteriormente la tensione tra Italia e Russia. L’attacco agli “alti colli romani”, pur privo di un riferimento esplicito, assume un peso istituzionale evidente. In un momento in cui il Quirinale ha più volte richiamato il valore del diritto internazionale, della sovranità degli Stati e della condanna delle aggressioni militari, il discorso dell’ambasciatore appare come una risposta politica diretta alla linea italiana.
Il punto più delicato non è soltanto la critica alla Nato o all’Occidente, ma il tentativo di delegittimare le accuse rivolte alla Russia definendole “false”. In questo modo, Mosca non si limita a difendere la propria posizione: contesta apertamente l’impianto politico e morale su cui l’Italia e l’Europa hanno costruito la loro condanna dell’invasione dell’Ucraina.
Resta da capire se da parte italiana arriverà una replica ufficiale o se si sceglierà la strada del silenzio istituzionale, per evitare di amplificare ulteriormente le dichiarazioni dell’ambasciatore. Ma il segnale politico è ormai arrivato: la Russia considera l’Italia parte del fronte ostile e chiede un cambio di rotta come condizione per qualsiasi ripresa piena del dialogo.
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Il discorso di Alexei Paramonov a villa Abamelek non è stato soltanto un intervento celebrativo per la festa nazionale russa. È stato un messaggio politico, calibrato e durissimo, rivolto all’Italia e alle sue più alte istituzioni. L’ambasciatore ha respinto le accuse contro Mosca, ha puntato il dito contro la Nato, ha rivendicato il ruolo internazionale della Russia e ha chiesto a Roma di cambiare atteggiamento.
La formula degli “alti colli romani” resta il passaggio più significativo: un’allusione che pesa più di una citazione diretta, perché porta lo scontro diplomatico fino alla soglia del Quirinale. In un quadro internazionale già fragile, quelle parole confermano quanto profonda sia ormai la distanza tra Mosca e l’Occidente. E mostrano che anche il rapporto con l’Italia, un tempo attraversato da canali politici, economici e culturali più intensi, resta oggi imprigionato dentro la frattura aperta dalla guerra in Ucraina. :::




















