Il silenzio della notte di Campo Ascolano, alle porte di Roma, è stato squarciato da due esplosioni. L’auto di Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report, e quella di sua figlia sono state distrutte da un ordigno piazzato davanti all’abitazione. Un gesto intimidatorio di una gravità senza precedenti, che ha scosso l’Italia e spinto le istituzioni ad alzare la voce.
Tra le prime reazioni ufficiali, quella più significativa arriva dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che ha espresso “una severa condanna per il grave atto di intimidazione”. Un messaggio sobrio, ma dal peso politico e simbolico enorme, che suona come un richiamo alla responsabilità collettiva e alla difesa concreta della libertà d’informazione.
“Il Presidente della Repubblica – si legge in una nota del Quirinale – ha fatto pervenire a Sigfrido Ranucci la sua solidarietà, esprimendo severa condanna per l’intimidazione subita.”
Dietro queste poche righe, la fermezza di chi ricorda che la libertà di stampa è un pilastro della democrazia, e che ogni tentativo di spegnere una voce libera rappresenta un colpo diretto al cuore della Repubblica.
“La libertà non si intimidisce”: il monito dal Colle
Mattarella, da sempre attento ai temi dell’informazione e della legalità, ha voluto lanciare un messaggio preciso: non c’è spazio per la paura in una democrazia matura.
Il suo intervento è arrivato mentre il Paese cercava di elaborare lo shock di un attentato che, fortunatamente, non ha provocato vittime ma ha colpito al centro simbolico del giornalismo d’inchiesta.
Il gesto, definito “vile e inaccettabile” anche dalle autorità di pubblica sicurezza, ha risvegliato memorie che l’Italia credeva sepolte: gli anni in cui bombe e minacce segnavano la linea del fronte tra informazione e potere.
Mattarella, nella sua sobrietà istituzionale, ha richiamato tutti – politica, magistratura e società civile – a un atto di responsabilità collettiva:
difendere chi racconta, chi indaga, chi cerca la verità anche quando è scomoda.
Le reazioni politiche dopo l’intervento del Presidente
Dopo le parole del Quirinale, l’intero arco politico ha reagito con toni di condanna.
La premier Giorgia Meloni ha parlato di “grave atto intimidatorio”, sottolineando che “la libertà di stampa è un valore irrinunciabile delle nostre democrazie”.
Anche i ministri Crosetto, Piantedosi, Tajani e Salvini hanno espresso solidarietà, definendo il gesto “vile, gravissimo e inaccettabile”.
Il ministro dell’Interno ha inoltre disposto il rafforzamento immediato della scorta per Ranucci.
Dal fronte dell’opposizione, Elly Schlein ha usato parole nette:
“L’attentato a Ranucci è un attacco alla democrazia e alla libertà di informazione. Serve una risposta ferma e unitaria.”
La leader del M5S Giuseppe Conte ha parlato di “uno dei momenti più bui per la libertà di stampa nel nostro Paese”.
Il segnale del Colle: non solo solidarietà, ma vigilanza
L’intervento del Presidente non è solo un gesto di solidarietà, ma un atto politico e morale.
Mattarella ha voluto ricordare che la Repubblica si fonda sulla verità, non sulla paura, e che chi minaccia il giornalismo indipendente mina il principio stesso della sovranità popolare.
Il suo messaggio, arrivato dopo ore di tensione e indignazione, segna una linea:
l’attentato non deve essere archiviato come un “episodio criminale”, ma come un campanello d’allarme sullo stato della libertà di stampa in Italia.
Un Paese che deve scegliere da che parte stare
Le indagini proseguono, ma intanto cresce la pressione pubblica perché il governo e il Parlamento trasformino la solidarietà in azione concreta: approvando finalmente la legge contro le querele temerarie, rafforzando le tutele per i giornalisti sotto minaccia e vigilando contro ogni forma di censura.
Sigfrido Ranucci, che da anni vive sotto scorta e ha subito 178 querele per le sue inchieste, ha ringraziato per la vicinanza ma ha anche lanciato un appello:
“Non servono solo parole, servono leggi che difendano chi racconta i fatti.”
La Repubblica reagisce
Mentre la Rai, la Cgil, il mondo della cultura e i colleghi di Report manifestano solidarietà, il Paese intero guarda al Colle come al suo faro morale.
Mattarella ha parlato poco, ma quel poco basta a ricordare l’essenziale:
“La libertà di stampa è un bene pubblico. E la Repubblica ha il dovere di proteggerla.”
Un messaggio che oggi risuona come una chiamata alla vigilanza e al coraggio, in un’Italia che non può permettersi di tornare ai tempi in cui le bombe zittivano le verità scomode.
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