La confessione di Valter Lavitola ha segnato una svolta nell’inchiesta sull’attentato contro Sigfrido Ranucci, ma invece di chiudere il caso ha aperto una serie di nuovi interrogativi. L’imprenditore ed ex direttore dell’Avanti! ha ammesso di essere il mandante dell’azione contro il giornalista di Report, sostenendo però di aver agito “per il suo bene”, con l’obiettivo di far aumentare il livello della scorta. Una ricostruzione che, secondo quanto emerge dalle carte dell’inchiesta riportate da Fanpage, non convince affatto gli inquirenti.
I magistrati considerano infatti la versione fornita da Lavitola troppo vaga e priva di elementi concreti verificabili. A complicare ulteriormente il quadro c’è il riferimento a una presunta minaccia proveniente dall’intelligence israeliana, che secondo Lavitola avrebbe voluto colpire Ranucci per un servizio di Report sulla nave Vittoria. Anche questo passaggio, però, viene giudicato dagli investigatori come scarsamente supportato da elementi oggettivi.
“L’ho fatto per proteggerlo”: la spiegazione che non convince
Durante l’interrogatorio di garanzia Lavitola avrebbe sostenuto di aver organizzato l’attentato per aumentare la protezione attorno a Ranucci. Il giornalista, secondo questa ricostruzione, sarebbe stato esposto a minacce particolarmente gravi e l’azione intimidatoria avrebbe dovuto indurre le autorità a innalzare il livello della scorta.
Una spiegazione che presenta una contraddizione evidente: mettere in pericolo una persona per proteggerla.
Ma il punto non è soltanto logico. Secondo quanto riportato, il gip avrebbe definito le dichiarazioni rese da Lavitola “fumose”, “assolutamente generiche” e prive di indicazioni concrete che possano essere sottoposte a riscontro.
In altre parole, l’ammissione della responsabilità non sarebbe accompagnata, allo stato, da una spiegazione del movente ritenuta convincente.
Il riferimento all’intelligence israeliana
Uno degli elementi più delicati riguarda il riferimento a Israele.
Lavitola avrebbe sostenuto di avere avuto ragione di pensare che l’intelligence israeliana volesse colpire Ranucci a causa di un’inchiesta di Report legata alla nave Vittoria.
Si tratta però di una dichiarazione che, secondo la ricostruzione disponibile, non sarebbe stata accompagnata da nomi, documenti, contatti, comunicazioni o altri elementi verificabili.
Ed è proprio per questo che i magistrati non sembrano attribuirle particolare solidità.
Una cosa è affermare di aver ricevuto informazioni su un possibile rischio. Un’altra è dimostrare che quella minaccia fosse reale.
Il sospetto degli inquirenti: Lavitola starebbe ancora cercando di sviare
Il giudizio espresso dagli investigatori sulla versione di Lavitola è severo.
La sensazione, secondo quanto ricostruito, è che l’imprenditore abbia sì ammesso di essere il mandante, ma stia ancora cercando di ridimensionare la propria posizione e di allontanare l’attenzione dal vero movente.
È qui che l’inchiesta entra nella sua fase più delicata.
Perché se il racconto sulla presunta minaccia israeliana non reggesse e se l’azione non fosse stata realmente organizzata per “proteggere” Ranucci, allora bisognerebbe capire quale fosse il vero obiettivo.
“Avevo chiesto solo quattro o cinque colpi contro il muro”
Il secondo punto controverso riguarda le modalità dell’azione.
Lavitola avrebbe raccontato di aver chiesto agli esecutori soltanto una “stesa”: quattro o cinque colpi di pistola contro il muro dell’abitazione di Ranucci.
Secondo la sua versione, quindi, non avrebbe ordinato l’utilizzo di un ordigno esplosivo.
Il problema è che questa ricostruzione non appare coerente con diversi elementi raccolti nell’inchiesta.
Il gruppo di Avella coinvolto nell’attentato, secondo quanto riportato, aveva una particolare familiarità con gli esplosivi e avrebbe avuto contatti diretti per reperirli.
Il ruolo del gruppo di Avella
Gli indagati indicati nella ricostruzione sono Pellegrino D’Avino, Saverio Mutone, Marika De Filippis e Antonio Passariello.
Secondo gli investigatori, il gruppo sarebbe stato abituato ad azioni nelle quali venivano utilizzati esplosivi.
Questo elemento rende meno credibile, agli occhi degli inquirenti, l’idea che il piano originario fosse limitato a qualche colpo di pistola contro un muro.
Quando il gruppo entra in contatto con Clesio Tavares, figura collegata sia a Lavitola sia a D’Avino, nelle conversazioni si sarebbe parlato chiaramente della possibilità di utilizzare esplosivo.
Il gip: improbabile un’iniziativa autonoma di Tavares
Anche su questo punto il giudice sarebbe stato particolarmente netto.
Secondo quanto riportato da Fanpage, il gip riterrebbe sostanzialmente da escludere che Tavares abbia deciso autonomamente di cambiare il piano rispetto alle indicazioni ricevute.
L’ipotesi ritenuta più plausibile dagli inquirenti è che almeno le modalità concrete dell’azione siano state concordate preventivamente con Lavitola.
Se questa lettura fosse confermata, la versione secondo cui l’imprenditore avrebbe ordinato soltanto una “stesa” perderebbe ulteriore credibilità.
Perché Lavitola avrebbe interesse a ridimensionare l’azione
Il motivo per cui Lavitola potrebbe cercare di sostenere la versione dei colpi di pistola è abbastanza evidente.
Una cosa è commissionare un’intimidazione con alcuni spari contro un muro.
Un’altra è ordinare un attentato con esplosivo nei pressi dell’abitazione e dell’auto di una persona.
Il diverso livello di pericolosità dell’azione può avere un peso importante sia nella valutazione giudiziaria sia nella ricostruzione del ruolo del mandante.
Per questo gli investigatori stanno cercando di capire se la distinzione proposta da Lavitola corrisponda realmente ai fatti oppure sia un tentativo di alleggerire la propria posizione.
Il vero movente potrebbe essere politico?
L’inchiesta torna inevitabilmente sul rapporto tra Lavitola e Ranucci.
Un dato emerso dalle carte è che l’imprenditore avrebbe cercato per mesi di convincere il giornalista a intraprendere un percorso politico.
Lavitola lo avrebbe lusingato, parlando della possibilità di una candidatura e arrivando addirittura a prospettargli un futuro da presidente del Consiglio.
In un primo momento Ranucci avrebbe respinto con decisione questa prospettiva. Successivamente, secondo quanto ricostruito, avrebbe mostrato almeno una certa curiosità rispetto alle ipotesi che gli venivano sottoposte.
L’ipotesi degli investigatori: aumentare la popolarità di Ranucci
È proprio qui che emerge uno dei possibili moventi alternativi.
Secondo l’ipotesi investigativa, Lavitola potrebbe aver pensato che un attentato contro Ranucci avrebbe accresciuto ulteriormente la popolarità del giornalista, trasformandolo in una figura simbolica ancora più forte e potenzialmente spendibile in politica.
In particolare, nelle carte sarebbe emersa l’idea di una possibile candidatura nell’area del campo largo.
Se questa ricostruzione fosse corretta, l’attentato avrebbe avuto una finalità completamente diversa rispetto a quella raccontata da Lavitola.
Non proteggere Ranucci, ma rafforzarne il profilo pubblico.
Il progetto politico resta uno dei punti centrali
La Procura dovrà quindi capire quale delle versioni sia più vicina alla realtà.
Da una parte c’è Lavitola, che parla di tutela personale e aumento della scorta.
Dall’altra ci sono le conversazioni e i rapporti che descrivono un uomo molto interessato alla possibile ascesa politica del giornalista.
È proprio questa contraddizione a rendere il movente ancora irrisolto.
Il grande interrogativo: come pensava di farla franca?
C’è poi un ulteriore aspetto che lascia perplessi.
Dalle carte emerge un’indagine costruita attraverso mesi di ricostruzioni, telecamere, tabulati telefonici, spostamenti, contatti e intercettazioni.
I carabinieri avrebbero ricostruito con grande precisione i movimenti dei vari soggetti coinvolti.
Per questo risulta difficile comprendere come Lavitola potesse pensare che una struttura di quel tipo non sarebbe mai arrivata fino a lui.
Un piano che appare pieno di contraddizioni
Se davvero il progetto fosse stato quello di aumentare la popolarità di Ranucci per costruire una sua possibile candidatura politica, anche questo scenario presenta diversi elementi poco lineari.
Ranucci è un giornalista senza una vera esperienza diretta nella politica attiva.
Pensare di trasformarlo rapidamente in un possibile candidato alla presidenza del Consiglio avrebbe richiesto un’operazione politica enorme.
E ancora più difficile sarebbe immaginare che Lavitola potesse ottenere da quella candidatura uno spazio personale o un nuovo ruolo politico.
Sono proprio queste incongruenze a rendere l’inchiesta ancora aperta.
Le indagini sui dispositivi elettronici
A questo punto diventano fondamentali le analisi dei telefoni e dei computer sequestrati.
Cellulari, chat, mail e dispositivi possono fornire elementi decisivi per verificare le dichiarazioni rese durante l’interrogatorio.
Gli investigatori cercheranno in particolare comunicazioni relative alla preparazione dell’attentato, al rapporto con gli esecutori, all’utilizzo dell’esplosivo e alle eventuali discussioni sul futuro politico di Ranucci.
Anche Ranucci potrebbe essere ascoltato
Nelle prossime settimane potrebbe essere ascoltato nuovamente anche Sigfrido Ranucci come persona informata sui fatti.
La sua eventuale convocazione potrebbe avvenire dopo il completamento dell’analisi dei dispositivi di Lavitola, in modo da poterlo interrogare su elementi precisi.
Il giornalista resta comunque, allo stato della ricostruzione, la vittima dell’attentato.
La posizione di Ranucci nelle carte
Uno degli elementi più importanti emersi finora è che Ranucci non risulta coinvolto nella preparazione dell’azione contro di lui.
Il conduttore sarebbe stato inconsapevole del progetto.
La questione che gli investigatori stanno cercando di comprendere riguarda invece il grado di conoscenza delle intenzioni politiche di Lavitola e la natura del rapporto tra i due.
Una cosa è aver ascoltato le ipotesi di candidatura prospettate da un conoscente.
Altra cosa sarebbe essere stati consapevoli di un progetto criminale.
E allo stato non emergono elementi che indichino una consapevolezza di Ranucci rispetto all’attentato.
Il caso continua a intrecciarsi con la Rai
Nel frattempo la vicenda giudiziaria continua ad avere conseguenze anche sul futuro professionale del giornalista.
La Rai sta valutando la posizione di Ranucci in relazione ai rapporti con Lavitola e a una serie di comportamenti interni all’azienda.
Il Comitato etico ha già consegnato la propria relazione e i vertici Rai dovranno decidere come procedere.
Questo crea un paradosso evidente: mentre l’inchiesta giudiziaria descrive Ranucci come vittima dell’attentato, sul piano aziendale continua a essere sotto esame per la relazione intrattenuta con quello che ha confessato di esserne stato il mandante.
La confessione non basta a chiudere il caso
L’ammissione di Lavitola rappresenta sicuramente una svolta.
Ma non risolve la questione più importante.
Il mandante adesso ha un nome.
Il vero movente, invece, resta ancora da chiarire.
Ed è proprio su questo che si concentrerà il lavoro della Procura.
Tre versioni che devono trovare una spiegazione
Al momento emergono almeno tre grandi elementi che devono essere messi insieme.
La presunta minaccia israeliana.
La volontà dichiarata di aumentare la scorta.
Il progetto politico attorno alla figura di Ranucci.
Sono scenari profondamente diversi.
La Procura dovrà capire se uno escluda gli altri o se invece facessero tutti parte, in maniera diversa, del ragionamento di Lavitola.
Le parole del gip pesano sulla credibilità del racconto
Il passaggio più significativo resta però il giudizio del gip.
Definire le dichiarazioni “fumose”, generiche e prive di elementi concreti verificabili significa che, allo stato, la confessione non viene considerata sufficiente a spiegare il perché dell’attentato.
È per questa ragione che la richiesta dei domiciliari è stata respinta.
Lavitola resta quindi in carcere mentre gli investigatori continuano a verificare ogni passaggio.
Leggi anche

ULTIMO MINUTO – Ora cambia tutto – Arriva l’annuncio inaspettato di Giuseppe Conte – Il Comunicato
Giuseppe Conte porta il Movimento 5 Stelle verso una nuova fase politica. Dopo mesi di incontri, oltre cento tappe sul
Un’inchiesta ancora lontana dalla conclusione
Il caso Ranucci è dunque tutt’altro che chiuso.
Anzi, la confessione potrebbe aver rappresentato soltanto l’inizio della fase più complessa.
Ora che il mandante ha ammesso il proprio ruolo, la Procura deve capire perché abbia realmente organizzato l’attentato, quale tipo di azione abbia commissionato, chi abbia deciso di utilizzare l’esplosivo e quale fosse il progetto complessivo dietro l’operazione.
La versione raccontata da Lavitola – la bomba organizzata “per il bene” del giornalista, l’intelligence israeliana e la richiesta di una semplice “stesa” – per il momento non convince gli inquirenti.
E proprio dalle contraddizioni del suo racconto potrebbe arrivare la prossima grande svolta dell’inchiesta.




















