A Otto e Mezzo, Corrado Augias e Italo Bocchino si confrontano su un tema tanto delicato quanto cruciale: l’analfabetismo funzionale in Italia. Ne nasce uno scontro durissimo, che rivela più di quanto sembri: da un lato, il tentativo di riportare il dibattito su dati e realtà; dall’altro, la fuga nella polemica, nelle semplificazioni e nel vittimismo ideologico.
Il punto di partenza: un dato oggettivo
Corrado Augias solleva un tema serio e documentato:
> “In Italia cresce la percentuale di persone che pur sapendo leggere e scrivere non riescono a comprendere un testo.”
È la definizione tecnica di analfabetismo funzionale, un fenomeno che coinvolge circa il 30% della popolazione italiana, secondo l’Istat. Un dato allarmante che, per Augias, richiede una risposta forte e strutturale: investimenti sull’istruzione, sulla comprensione critica, sulla qualità dell’informazione.
Ma Italo Bocchino reagisce male. Taglia corto, ridicolizza e attacca sul piano personale:
> “Lei è adorabile, ma condivide il difetto di tanti suoi compagni…”
Augias lo interrompe con eleganza e fermezza:
“Che bello sentirselo dire da lei. Veramente, però, condivide il difetto”.
Una risposta che chiude il siparietto e riporta la discussione sul merito. O almeno ci prova.
L’analfabetismo funzionale non è un insulto, ma una realtà
Augias insiste: nessuno sta insultando gli italiani. Il suo è un appello alla consapevolezza. Non si può più ignorare che una parte significativa della popolazione non riesca a orientarsi tra informazioni complesse, a leggere un testo amministrativo, a distinguere una notizia vera da una manipolazione.
Questo non è un giudizio morale, ma una constatazione oggettiva che richiede risposte concrete. E invece Bocchino si arrocca: interpreta tutto come un attacco alle persone comuni e replica che, a suo dire, Augias starebbe insinuando che “gli italiani sono un popolo bue”.
Una forzatura totale, che distorce il discorso per metterlo sul piano dell’ideologia.
Dalla comprensione dei testi al revisionismo storico
Non riuscendo a reggere il confronto sul merito, Bocchino cambia registro: attacca Prodi e Amato, li accusa di essere i responsabili dell’impoverimento della classe media, di aver gestito male il passaggio all’euro, di aver abolito la scala mobile.
Ma anche qui, la ricostruzione è infondata:
Il passaggio dalla lira all’euro avvenne formalmente con Prodi, ma la gestione pratica e il controllo dei prezzi fu affidata al governo Berlusconi, che scelse di non attivare meccanismi di monitoraggio efficaci.
La scala mobile, già in crisi, venne superata con un accordo tra governo e sindacati per contenere l’inflazione, non per colpire i lavoratori.
Il cambio lira/euro fu fissato a livello europeo, in un contesto di concertazione multilaterale, non imposto unilateralmente.
Bocchino ignora tutto questo. Preferisce raccontare una versione semplificata e distorta della storia recente, per costruire un nemico politico e deviare l’attenzione dai dati.
La conferma del problema: la difficoltà di affrontare la realtà
Il paradosso è evidente: mentre Augias denuncia il fatto che una parte della popolazione non riesce a interpretare correttamente un testo o un’informazione, Bocchino – con il suo comportamento – lo dimostra in tempo reale. Travisa, distorce, semplifica, cambia argomento. Rifiuta i numeri e i fatti, preferendo lo scontro ideologico e la costruzione artificiale del “nemico”.
Questa dinamica è purtroppo sempre più comune: chi prova a ragionare, a offrire una lettura complessa, viene subito attaccato come “snob”, “elitario”, “anti-popolare”. Ma il vero rispetto per il popolo passa anche dalla volontà di innalzare il livello del dibattito, non di abbassarlo per strappare applausi facili.
A Otto e Mezzo, Corrado Augias ha dimostrato ancora una volta che la cultura può essere una forma di resistenza. Non ha alzato la voce, non ha insultato, non ha semplificato. Ha semplicemente riportato un dato, argomentato con logica, e cercato di difendere la complessità.
Italo Bocchino ha scelto invece la via opposta: la caricatura, la semplificazione, il revisionismo. E così ha finito per confermare, nel suo comportamento, proprio ciò che Augias stava denunciando.
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Fino a quando il dibattito pubblico continuerà a rifiutare la realtà in nome dell’ideologia, sarà difficile affrontare davvero i problemi del Paese. E chi cerca di farlo – come Augias – continuerà a parlare a un’Italia che spesso non vuole sentire, o non sa più capire.
















