“Ci risiamo. Salvini, pur di fare propaganda al Ponte, direbbe la qualsiasi.” Così la senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Floridia interviene con forza per smentire le dichiarazioni del ministro delle Infrastrutture, che nei giorni scorsi ha rilanciato l’ennesimo slogan: “A breve i cantieri, 120.000 posti di lavoro per rilanciare il Sud.”
Ma la realtà, puntualizza Floridia, è un’altra. E a certificarlo non sono gli oppositori politici, bensì la stessa società Stretto di Messina S.p.A., incaricata del progetto. Secondo il Piano Economico-Finanziario presentato dalla società:
“In cantiere saranno occupati mediamente 4.300 addetti all’anno, con un picco di 7.000 nelle fasi più intense.”
Una distanza abissale rispetto ai 120.000 posti sbandierati da Salvini. I numeri reali si trovano nero su bianco nei documenti ufficiali del progetto: il totale degli occupati diretti e indiretti, secondo stime interne, si attesta attorno ai 20.000 lavoratori, considerando anche l’indotto. I 120.000, insomma, non esistono. Sono una sparata propagandistica.
Un’opera utile o solo simbolica?
Ma Floridia non si limita a smontare i numeri. Va dritta al cuore del problema:
“Un’opera pubblica si realizza se è utile, non perché promette occupazione. Se è inutile, lo è anche se crea un milione di posti di lavoro.”
E ha ragione. Numerosi esperti di mobilità, ingegneri e urbanisti hanno sollevato dubbi non solo sulla sostenibilità ambientale e sulla vulnerabilità sismica della zona, ma soprattutto sull’utilità reale del Ponte rispetto alle priorità infrastrutturali del Sud.
In uno studio pubblicato dall’Università di Messina, si sottolinea come le priorità logistiche siano altre, in primis l’ammodernamento della rete ferroviaria siciliana, ancora oggi a binario unico per buona parte del suo tracciato.
Dalle incompiute al danno ambientale: lezioni dal passato
Floridia ricorda poi un punto fondamentale:
“Giustificare i lavori pubblici solo per l’impatto occupazionale ha prodotto più danni che benefici. Pensiamo a quante incompiute sono nate così, sull’onda di qualche migliaio di posti promessi.”
Ed è vero: dai tempi dell’“autostrada Salerno-Reggio Calabria” a grandi opere rimaste incompiute in mezza Italia, la retorica dell’occupazione a tutti i costi ha spesso prodotto sprechi, danni ambientali e scandali.
Una promessa disperata?
Per la senatrice, le parole di Salvini nascondono un nervosismo politico:
“Sa bene che Meloni gli ha sottratto consensi, e ora teme anche l’avanzata di Forza Italia. Così lancia numeri gonfiati e promesse sempre più esagerate. Non vuole il progresso del Paese, ma solo sopravvivere politicamente. Prendendo in giro i cittadini.”
MA I FATTI PRLANO CHIARO:
Analisi indipendenti, come quella condotta da Pagella Politica, confermano che le dichiarazioni di Salvini sono fuorvianti. Le ULA non corrispondono al numero effettivo di posti di lavoro, ma rappresentano una misura del volume complessivo di lavoro. Pertanto, la cifra di 120.000 non indica il numero di persone che saranno effettivamente impiegate contemporaneamente nel progetto .
“Le unità di lavoro annuo non corrispondono al numero di occupati: un’unità di lavoro annuo rappresenta infatti la quantità di lavoro svolta da una persona impiegata a tempo pieno per un intero anno. In base alle tempistiche stimate dalla Società Stretto di Messina, il cantiere del ponte durerà almeno sette anni. Da qui viene il numero dei «4.300 occupati in media nel periodo di costruzione del ponte» indicato dalla Società Stretto di Messina: bisogna dividere le 30 mila ULA per sette. La stessa Società stima un picco di «7 mila occupati» durante la costruzione del ponte. Prendendo questi numeri per attendibili, sono parecchio più bassi di quelli rilanciati in tv da Salvini.”
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Conclusione
Dietro la retorica roboante sul Ponte sullo Stretto, la realtà dei numeri e dei dati ufficiali racconta una storia diversa. A smentire Salvini non sono gli oppositori politici, ma gli enti tecnici, i documenti ufficiali e il buonsenso.
Le dichiarazioni di Barbara Floridia non sono propaganda: sono un richiamo alla verità in un dibattito troppo spesso inquinato dalla campagna elettorale permanente.



















