Alessandro Barbero ha spiegato pubblicamente le ragioni del suo “no” al referendum sulla separazione delle carriere in magistratura, definendo la riforma una modifica costituzionale che non risponde ai problemi reali della giustizia, ma che mira a rafforzare il controllo della politica sull’ordine giudiziario.
Secondo lo storico, la riforma non avrebbe alcun beneficio concreto per i cittadini e rischierebbe invece di alterare l’equilibrio tra i poteri dello Stato, aprendo la strada a un sistema in cui i magistrati potrebbero essere condizionati o intimiditi attraverso meccanismi disciplinari.
«Una riforma per controllare la magistratura»
Barbero è netto nel giudizio: la riforma sulla separazione delle carriere «serve solamente a controllare la magistratura», perché la politica, a suo avviso, «vuole avere più potere». Proprio per questo, sottolinea, non si tratta di una riforma tecnica o neutrale.
Ogni intervento sulla Costituzione, spiega Barbero, modifica inevitabilmente l’assetto dei poteri. E in questo caso la direzione sarebbe chiara: spostare l’ago della bilancia a favore dell’esecutivo e del Parlamento, indebolendo l’autonomia della magistratura.
Per Barbero, il senso politico dell’operazione emerge anche dalle dichiarazioni di esponenti di governo come il ministro Nordio, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e Matteo Salvini, dalle quali si comprenderebbe che l’obiettivo reale non è migliorare il funzionamento della giustizia, ma esercitare un controllo più stretto sui magistrati.
Separazione delle carriere: «In larga parte esiste già»
Un altro punto centrale dell’argomentazione di Barbero riguarda la separazione tra giudici e pubblici ministeri. Secondo lo storico, questa separazione è già stata sostanzialmente introdotta con la riforma Cartabia.
La normativa attuale, infatti, consente il passaggio di funzioni tra giudicante e requirente una sola volta, entro dieci anni dal concorso, e impone il cambio di Regione. In passato, ricorda Barbero, il passaggio era possibile fino a quattro volte, pur con l’obbligo di trasferimento territoriale.
Alla luce di questo quadro, la riforma referendaria appare a Barbero come un intervento che non risolve un problema concreto, perché il sistema è già stato profondamente modificato. La separazione delle carriere viene quindi presentata come un tema simbolico, utilizzato per giustificare una riforma che ha in realtà altri obiettivi.
Correnti e CSM: «Il problema non è politico, ma di potere»
Barbero affronta anche il tema delle correnti in magistratura, spesso al centro del dibattito politico. A suo giudizio, le correnti non rappresentano orientamenti politici, ma diversi indirizzi di pensiero giuridico.
Tuttavia, riconosce che esse hanno finito per esercitare un’influenza eccessiva sulle nomine del Consiglio Superiore della Magistratura. Ma proprio per questo, sostiene, la soluzione non dovrebbe essere quella proposta dalla riforma.
Se davvero si volesse ridurre il peso delle correnti, spiega Barbero, bisognerebbe ridurre il numero dei membri del CSM. La riforma costituzionale, invece, va nella direzione opposta, aumentando il numero dei componenti e creando così nuove dinamiche di potere anziché limitarle.
Il sorteggio: «Non garantisce imparzialità»
Barbero è fortemente critico anche nei confronti dell’introduzione del sorteggio come strumento di selezione. L’idea che il sorteggio possa garantire imparzialità ed equità, secondo lui, è illusoria.
Al contrario, il sorteggio rischia di produrre uno squilibrio di poteri, perché nulla impedisce che i magistrati selezionati casualmente appartengano tutti alla stessa corrente. In questo modo, il meccanismo non eliminerebbe il problema che dichiara di voler risolvere.
Barbero sottolinea inoltre che il sorteggio non è previsto in nessun Paese al mondo per la composizione degli organi di governo della magistratura, rafforzando l’idea che si tratti di una soluzione anomala e priva di solide basi comparative.
Alta Corte disciplinare: «Un sistema che si controlla da solo»
Uno degli aspetti più critici, secondo Barbero, è l’introduzione di una Alta Corte disciplinare, affiancata a una riorganizzazione che porterebbe alla creazione di due CSM.
La nuova Corte, spiega, non solo si occuperebbe delle sanzioni disciplinari, ma sarebbe chiamata anche a valutare l’appello contro le proprie decisioni. Un meccanismo che, a suo giudizio, comprometterebbe la terzietà del giudizio.
Attualmente, ricorda Barbero, le decisioni del CSM possono essere impugnate in Cassazione. Con la riforma, invece, l’impugnazione avverrebbe all’interno dello stesso organo disciplinare, riducendo drasticamente il controllo esterno e aumentando il rischio di pressioni sui magistrati.
«Così lo Stato può impartire ordini e minacciare sanzioni»
È in questo quadro che Barbero colloca la sua affermazione più netta: vota no perché la riforma «consentirà allo Stato di impartire ordini ai magistrati e di minacciarli di sanzioni».
Secondo lo storico, il combinato disposto di separazione delle carriere, nuova governance del CSM e riforma disciplinare creerebbe un sistema in cui il magistrato, soprattutto quello requirente, sarebbe esposto a forme di condizionamento incompatibili con l’indipendenza della funzione giudiziaria.
«I veri problemi della giustizia sono altri»
Barbero conclude spostando l’attenzione su ciò che, a suo giudizio, resta fuori dal dibattito referendario: i problemi reali della giustizia italiana.
La lentezza dei processi e la carenza di personale sono, per lui, le vere emergenze che incidono sulla vita dei cittadini. Tutto il resto, afferma, è propaganda politica che non affronta le cause strutturali del malfunzionamento del sistema.
Per queste ragioni, Barbero invita a votare NO, sostenendo che la riforma non rafforza la giustizia, ma mette a rischio l’indipendenza della magistratura e l’equilibrio costituzionale tra i poteri dello Stato.
Leggi anche

Figuraccia OLIMPICA RAI – Ecco cosa è successo – Telemeloni colpisce ancora? L’accaduto shock
La cerimonia d’apertura di Milano-Cortina doveva essere la vetrina perfetta: spettacolo, orgoglio nazionale, racconto all’altezza di un evento planetario. E
VIDEO:
In definitiva, il “no” di Alessandro Barbero non è un riflesso corporativo né una difesa astratta dell’esistente: è un allarme politico e costituzionale. A suo giudizio, la separazione delle carriere viene usata come bandiera per legittimare un intervento che sposta gli equilibri tra i poteri, rafforza gli strumenti di pressione disciplinare e riduce le garanzie di terzietà, senza offrire alcun miglioramento concreto per chi aspetta una sentenza, un risarcimento o semplicemente tempi ragionevoli. Per Barbero, il punto non è “riformare” in sé, ma chiedersi a vantaggio di chi e contro cosa si riforma: se i problemi reali sono lentezza e carenza di risorse, allora una modifica costituzionale che aumenta il controllo sulla magistratura e lascia intatte le cause strutturali del malfunzionamento rischia di essere solo propaganda. E proprio per questo, conclude, quel referendum non rafforza la giustizia: mette in gioco l’indipendenza dei giudici e la tenuta dell’equilibrio democratico.


















