“Basta fango su Report”: Ranucci passa al contrattacco e inchioda Il Giornale punto…

Sigfrido Ranucci rompe gli argini e sceglie la via più diretta: non una smentita generica, ma un atto d’accusa dettagliato contro quella che definisce una “campagna di fango e delegittimazione” ai danni di Report. Nel mirino finisce Il Giornale dell’editore Angelucci, passato – ricorda Ranucci – dalla direzione di Alessandro Sallusti a quella di Tommaso Cerno, e descritto come perno mediatico di un attacco politico-mediatico che avrebbe lo scopo di spostare il dibattito: non discutere il merito delle inchieste, ma colpire la trasmissione.

Il tono è durissimo, senza filtri. Ma la struttura è chirurgica: dieci punti, dieci contestazioni, una linea chiara. Il messaggio non è “ci criticano”, ma “stanno raccontando cose false, omettendo fatti decisivi e costruendo un teorema”.

1) “Nessun segreto, solo visure e bilanci”: la smentita sulla “materia riservata”

Il primo punto mira al cuore dell’accusa più tossica: l’idea che Report avrebbe fornito materiale coperto da segreto al commercialista Gian Gaetano Bellavia. Ranucci smentisce in modo categorico: non esiste alcun materiale coperto da segreto consegnato o messo a disposizione.

Secondo la sua ricostruzione, si tratterebbe esclusivamente di documenti ottenibili con strumenti ordinari: visure camerali, visure catastali, bilanci. Materiali pubblici o comunque accessibili, che spesso però possono essere tecnicamente complessi da interpretare. Ed è qui che entra Bellavia: un professionista scelto – sostiene Ranucci – per la capacità di leggere e spiegare dati economici articolati, non per “dossieraggi” o scorciatoie illegali.

2) “È Bellavia che ha denunciato”: ribaltato il teorema del dossieraggio

Il secondo punto rovescia un’altra narrativa: Bellavia non sarebbe “accusato” da Report, ma al contrario sarebbe lui ad aver presentato denuncia.

Ranucci aggiunge un passaggio politicamente esplosivo: le accuse di dossieraggio contro Bellavia – sostiene – arriverebbero dalla Lega e verrebbero “veicolate” dai giornali di Angelucci, che viene ricordato come parlamentare della Lega. Non solo: Report, dice Ranucci, non ha alcun merito nelle inchieste giudiziarie che hanno portato alla condanna di commercialisti della Lega. Anzi, la frase è volutamente tagliente: “è tutto merito loro se sono finiti a processo”.

È un modo per dire: non provate a trasformare Report nel regista occulto di vicende giudiziarie che nascono altrove.

3) Il “buco” che brucia: perché Salvini non viene citato?

Qui Ranucci punta al punto più imbarazzante per chi costruisce liste e insinuazioni: l’omissione selettiva. Sostiene che Il Giornale e l’area leghista ometterebbero – “per ignoranza o dolo” – un dettaglio cruciale: anche Matteo Salvini avrebbe chiesto una consulenza a Bellavia, nello specifico sul caso Monte Paschi di Siena.

E allora la domanda, posta come un chiodo: se Cerno si vanta dello “scoop” sui nomi, perché quello di Salvini non c’è?
Qui l’accusa non è solo di falsità, ma di doppio standard: si attacca Bellavia quando serve a colpire Report, ma si tace quando Bellavia riguarda il leader della Lega.

4) La “palazzina a un euro” e la vecchia causa: “Il Tribunale disse che avevamo raccontato la verità”

Ranucci allarga il quadro e tira fuori un precedente storico che ribalta il ruolo di vittima attribuito a Il Giornale o al suo editore. Ricorda un’inchiesta di Report del 2009 su una misteriosa palazzina affittata dagli Angelucci dalla Regione Lazio per un euro l’anno, dove – sostiene – un intero piano sarebbe stato occupato da persone impegnate in “attività informative” per conto di Angelucci.

La conseguenza fu una richiesta di risarcimento gigantesca: 10 milioni di euro. Ma la conclusione della vicenda giudiziaria, secondo Ranucci, è decisiva: il Tribunale di Roma avrebbe stabilito che Report aveva raccontato la verità nei fatti e avrebbe condannato Angelucci anche al pagamento delle spese legali.

È un punto che serve a dire: non è Report a fare dossieraggi, semmai Report ha già raccontato in passato zone d’ombra legate a chi oggi prova a delegittimarlo.

5) Angelucci, Lega e Santanchè: intrecci politici e un’accusa a Sallusti

Nel quinto punto la denuncia diventa politica e personale. Ranucci descrive Angelucci come:

parlamentare della Lega;

editore de Il Giornale;

e figura con legami che chiama in causa direttamente la ministra Daniela Santanchè (rapporti personali e societari tramite “D1”, come riportato nella tua traccia).


Ranucci aggiunge un altro elemento: Sallusti avrebbe accusato Report di essere in contatto con la centrale di spionaggio Equalize. Accusa che – sostiene – si sarebbe rivelata completamente falsa.

Qui la strategia è chiara: dimostrare che l’attacco a Report sarebbe basato su insinuazioni ricorrenti, già smentite, riproposte ciclicamente con nuovi pretesti.

6) Luca Fazzo, Equalize e “i nipotini di Pio Pompa”

Questo è il punto più pesante perché mette insieme giornalismo, servizi, dossieraggio e un immaginario storico inquietante. Ranucci sostiene che l’articolista che firma i pezzi contro Report sia sempre lo stesso: Luca Fazzo, descritto come “esperto di centrali di spionaggio”.

Ranucci rilancia: Fazzo sarebbe stato sospeso (nella tua traccia) per un rapporto di “sottomissione” con i servizi, in particolare con lo 007 Marco Mancini, lo stesso immortalato da Report nell’incontro all’autogrill con Matteo Renzi. Da qui l’espressione volutamente provocatoria: “il sospetto che i nipotini di Pio Pompa siano tornati”.

E poi entra nel merito Equalize-Santanchè:

Fazzo avrebbe accusato Report di patti e scambi di materiale con Equalize: “tutto falso”, replica Ranucci.

L’inchiesta su Santanchè sarebbe nata da segnalazioni di dipendenti di Visibilia “che ci hanno messo la faccia”.

Leggendo le carte, sostiene Ranucci, gli spioni avrebbero identificato come riferimento per Il Giornale proprio Fazzo, e avrebbero espresso desiderio di contattare Report perché “più bravi”.


Infine la bordata tecnica: l’accusa di “appalti” con una centrale di spionaggio sarebbe priva di senso perché Report “non è una stazione appaltante” e “non può appaltare”.

Ranucci cita anche un elemento difensivo forte: un audit recente avrebbe analizzato 12 anni di storia di Report certificando procedure “trasparenti e corrette”. Un modo per chiudere la porta all’insinuazione: non è solo la parola di Report, ma una verifica interna che avrebbe controllato nel dettaglio.

7) “Report ha fatto la storia della Rai”: attacco al metodo “Boffo”

Il settimo punto è identitario: Ranucci difende la trasmissione come pezzo di servizio pubblico. Report viene descritta come una squadra che ha lavorato con “trasparenza, passione, fatica e rigore”, spesso mettendo a rischio la propria sicurezza.

E contrappone a questo un’accusa simbolica: il giornale che attacca sarebbe “passato alla storia per il metodo Boffo”, cioè per campagne di demolizione personale. È una scelta lessicale precisa: non contesta solo i contenuti, ma il metodo.

8) Gasparri, cyber security e l’assenza di replica

Nel punto 8 la denuncia si fa anche “procedurale”: Ranucci accusa Il Giornale di dare spazio a Maurizio Gasparri che parla di “depistaggio” senza offrire possibilità di replica a Report.

Poi arriva l’affondo: Gasparri – sostiene il testo che riporti – sarebbe stato presidente di una società di cyber security insieme a membri dei servizi segreti israeliani e non avrebbe comunicato la posizione come previsto. Inoltre, viene ricordato che Gasparri era al governo quando vennero scoperte “vere centrali di dossieraggio”: Pio Pompa, Pollari e il dossieraggio Telecom, insinuando che allora non fosse così “attivo” nel denunciare.

Il sottotesto è: chi oggi fa il moralista sul dossieraggio, ieri era silente quando il dossieraggio era reale e potente.

9) “Non è censura: è invito a non scrivere cazzate”

Il nono punto serve a prevenire la contro-accusa tipica: “vogliono censurare”. Ranucci risponde preventivamente: non è censura verso Il Giornale, è richiesta di documentarsi e di non scrivere falsità.

E qui usa un linguaggio volutamente brutale, diretto, non istituzionale: “non scrivere CAZZATE”. È una scelta comunicativa: far capire che Report non intende più rispondere con toni moderati a campagne percepite come diffamatorie.

10) La promessa: “Torneremo su queste vicende, mostrando chi sono i veri spioni e per chi agiscono”

La chiusura è una minaccia giornalistica: Report tornerà presto sulla vicenda e lo farà portando inchieste e nomi, con l’obiettivo di mostrare “chi sono i veri spioni” e “per chi agiscono”. Viene anche indicata la collocazione: in onda domenica su RaiPlay e Rai3.

Qui il messaggio è semplice: non finirà con una nota di smentita. Finirà con una puntata.

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La denuncia di Ranucci segna un cambio di fase: non più difesa “burocratica”, ma contrattacco politico e narrativo. Il punto non è solo proteggere Report: è denunciare un sistema di pressione in cui editori-parlamentari, giornali di area e pezzi di maggioranza costruirebbero una campagna preventiva per indebolire un’inchiesta prima ancora che vada in onda.

E la domanda che resta sospesa, dopo dieci punti così aggressivi, è la stessa che i 5 Stelle avevano posto nei giorni scorsi: di cosa hanno paura?
Se l’obiettivo fosse la verità, si discuterebbero i fatti. Se l’obiettivo è fermare le inchieste, allora si colpisce chi le fa.

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