“Basta usare mio nonno” La denuncia della nipote del famoso giornalista a quelli del “si”

La campagna per il referendum sulla giustizia entra nella fase più tossica: non più solo numeri, slogan e risse televisive, ma la guerra dei simboli. E quando i simboli non bastano, si passa direttamente ai morti illustri. È su questo terreno che esplode il caso Indro Montanelli: il grande giornalista viene “arruolato” dal fronte del Sì come testimonial postumo della riforma Nordio sulla separazione delle carriere. E la famiglia – per voce della nipote – reagisce con una frase che taglia come un coltello: “Balle e scorrettezze”.

Il punto non è solo polemico. È politico, culturale e – soprattutto – etico: puoi usare il nome di una figura pubblica scomparsa per spingere una scelta referendaria, ricavandone una “patente” di autorevolezza? E se lo fai, hai almeno il dovere di non travisare frasi estrapolate da un contesto diverso, pronunciate decenni fa?

L’accusa: “Basta strumentalizzare Montanelli, non c’entra nulla con la riforma Nordio”

A mettere nero su bianco la rottura è Letizia Moizzi, nipote di Montanelli e presidente della Fondazione Montanelli Bassi. Il suo messaggio è netto: Montanelli non può essere tirato per la giacca dentro una battaglia che – secondo la famiglia – non gli appartiene.

Il cuore della denuncia sta proprio qui: Montanelli sarebbe stato trasformato in un “pro-riforma” per interposta citazione, cioè attraverso frasi decontestualizzate e riutilizzate come se fossero un’investitura alla separazione delle carriere proposta dal governo. E invece, sostiene Moizzi, quel collegamento è un’operazione artificiale: “non c’entra nulla con la riforma Nordio”.

Il passaggio più duro è il giudizio sul metodo: non un equivoco, non un fraintendimento casuale, ma una scorrettezza. E, soprattutto, un uso politico di un’eredità culturale che non può difendersi.

“Frasi travisate di oltre 40 anni fa”: come nasce l’operazione testimonial

Il meccanismo contestato – così come viene descritto – è tipico delle campagne referendarie ad alta tensione: si cercano autorità morali da esibire come scudo. Se non sono disponibili nel presente, si pescano nel passato. Ma per farlo bisogna compiere un’operazione precisa:

1. si prende una frase pronunciata anni fa (qui: “oltre 40 anni fa”);


2. la si isola dal contesto originale (intervista? editoriale? polemica diversa?);


3. la si rilegge come se fosse riferita al quesito del 2026;


4. la si trasforma in un messaggio da campagna (“anche Montanelli sta con noi”).

È qui che la nipote vede la “truffa”: non un richiamo culturale, ma un arruolamento forzato. E da qui nasce l’irritazione: Montanelli diventa un cartello elettorale.

La battaglia per il Sì e la caccia ai “padri nobili”: perché Montanelli fa gola

In una consultazione come questa, la separazione delle carriere non è un tema “da bar”. È materia tecnica, complessa, divisiva: richiede spiegazioni e porta con sé la paura di un voto ideologico. Per questo, i comitati cercano scorciatoie comunicative: un volto, un nome, una firma simbolica.

Montanelli, nella memoria collettiva, è perfetto per una campagna di legittimazione:

è considerato un “maestro” del giornalismo italiano;

viene associato a un’idea di rigore, indipendenza, critica dei poteri;

è una figura che attraversa mondi diversi e parla a pubblici trasversali.


Usarlo come “pro-Sì” significa ottenere una cosa preziosa: trasformare una riforma contestata in una riforma “autorizzata” dalla storia. Ed è esattamente questo che la famiglia contesta: la trasformazione dell’autorevolezza in propaganda.

Il punto politico: una campagna che scivola dal merito alla manipolazione

La denuncia della nipote non è solo difesa della memoria familiare. È una critica diretta al livello della campagna: se per sostenere una riforma hai bisogno di piegare le parole di un morto, vuol dire che il confronto sul merito non basta più, o non viene ritenuto sufficiente.

Ed è qui che la vicenda Montanelli incrocia un clima già rovente: nelle ultime ore il referendum sulla giustizia è diventato un ring a cielo aperto, tra accuse di “spot”, contro-spot, “par condicio”, magistrati finiti nel mirino e una narrazione che tende a trasformare la consultazione in una resa dei conti tra poteri dello Stato.

Il caso Montanelli è un ulteriore salto: la lotta si sposta sui simboli, perché i simboli polarizzano e mobilitano.

“Stanno usando mio padre morto per pubblicizzare il Sì”: la frase che inchioda il metodo

Nel racconto che circola anche sui social (e nel post richiamato), la sostanza è brutale: “stanno usando mio padre morto per pubblicizzare il Sì”. È una frase che non lascia spazio a mediazioni, perché mette insieme due elementi esplosivi:

l’idea di un uso strumentale;

l’impossibilità, per chi non c’è più, di replicare e precisare.


Qui non si discute più di “citazioni”. Si discute di diritto alla verità del contesto. Di responsabilità di chi comunica. E di un limite che, superato, trasforma la campagna in una gara a chi riesce a intestarsi una figura pubblica senza pagarne il costo.

La questione di fondo: cosa resta della discussione sulla separazione delle carriere?

Il paradosso è che mentre l’opinione pubblica viene trascinata in questi casi, la domanda centrale resta spesso sullo sfondo: la separazione delle carriere cosa cambierebbe davvero? Quali problemi risolverebbe? Quali effetti produrrebbe sull’equilibrio tra accusa e giudice? E perché questa riforma è diventata, per il governo, una bandiera identitaria?

Il caso Montanelli segnala che la campagna sta prendendo un’altra strada: invece di chiarire i nodi tecnici, si cerca di vincere “per procura”, usando il prestigio altrui. Ma proprio questo, secondo la nipote, è un inganno: Montanelli non è un timbro, non è un santino da appendere al comitato.

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La reazione della nipote di Montanelli è una frattura netta dentro la campagna referendaria: mette un cartello di stop davanti a un metodo che rischia di diventare prassi. Se i “padri nobili” vengono trasformati in strumenti elettorali, la discussione pubblica perde dignità e si riduce a una gara di appropriazioni.

Il punto è semplice: i morti non votano. Ma in questa campagna c’è chi prova a farli votare lo stesso, riscrivendo frasi vecchie di decenni come se fossero un endorsement del 2026. E quando persino Montanelli finisce tirato dentro il Sì per la riforma Nordio, la domanda finale diventa inevitabile:

se per convincere gli elettori serve “resuscitare” testimonial che non possono parlare, *chi sta davvero tradendo la verità: chi critica la riforma, o chi la vende con parole non sue?*

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